Sulla legge Gasparri

aprile 22, 2006


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Togliamo due reti a Rai e Mediaset. Il digitale terrestre allarga il mercato potenziale, eppure l’oligopolio non si spezza

di Michele Grillo

Quale politica per il mercato televisivo è il tema affrontato da Franco Debenedetti (Il Riformista, 6 aprile 2006) con un articolo approfondito che merita un commento. Debenedetti sembra ritenere che continuare a discutere degli aspetti strutturali del settore, benché magari in principio appropriato, possa rivelarsi altrettanto sterile quanto le proposte di deconcentrazione avanzate ripetutamente nel passato, ma mai realizzate. Inoltre, più pragmaticamente, egli ritiene piuttosto che la legge Gasparri offra un adeguato assetto normativo per regolamentare in modo concorrenziale il settore; e che, in fondo, l’unico miglioramento da apportare alla legge consisterebbe nell’eliminazione dell’articolo 21 comma 5, con il quale vengono posti limiti alla alienazione delle partecipazioni dello Stato nella Rai. Il completamento della liberalizzazione del settore, egli conclude, richiede solo di sottrarre la Rai alla politica e ai partiti. La Gasparri, a parere di FD, ha il merito: a) di affidare correttamente alla Autorità di garanzia per le comunicazioni – Agcom – la individuazione dei mercati rilevanti secondo i criteri del diritto comunitario della concorrenza e la competenza per vigilare sul costituirsi di posizioni dominanti su tali mercati; b) di indurre lo sviluppo di “altre Tv”; c) di facilitare l’ingresso di nuovi entranti obbligando gli operatori dominanti di riservare ai terzi il 40% della nuova capacità trasmissiva che si realizza con lo sviluppo del digitale terrestre.
La nostra opinione non diverge tanto dalla proposta di “dimagrimento” della Rai (sebbene rimanga da trattare l’argomento della massima importanza, che peraltro neppure FD affronta, di come offrire un servizio che sia pubblico, ma non partitico), diverge invece in modo consistente circa l’adeguatezza della Gasparri a disegnare il riassetto del sistema televisivo in modo compatibile con un contesto davvero concorrenziale.
Aspetti tecnologici. Per poter illustrare la nostra tesi è necessario chiarire alcuni aspetti tecnologici. La Tv che è entrata finora nelle nostre case si basa sulla tecnologia analogica, che consente di trasmettere, su ogni rete, un solo programma (o canale). Nell’etere c’è un limitato numero di frequenze; in Italia le emittenti hanno occupato, con le loro antenne, frequenze in modo caotico, dando luogo a notevoli problemi sia di congestione dello spettro frequenziale, sia di interferenze. In altre parole, oggi, ciascuna emittente è costretta a utilizzare molte più frequenze di quanto sarebbe necessario sulla base di un razionale Piano di allocazione delle risorse frequenziali che, diversamente che negli altri paesi, in Italia non è stato mai attuato. (E’ soltanto di alcune settimane fa la notizia che l’Agcom intende predisporre il catasto nazionale degli impianti radiotelevisivi e delle relative frequenze, per avere almeno una descrizione di una situazione caotica che si protrae da decenni). Sulla base dell’occupazione di fatto dello spettro frequenziale, un vecchio Piano predisposto nel 1992 fissava in 12 il numero massimo di reti televisive nazionali il che, in tecnologia analogica, lasciava spazio per un pari numero di canali nazionali.
Questi canali potrebbero aumentare in modo consistente se le frequenze fossero riallocate in modo ordinato; potrebbero invece anche diminuire se l’Italia, alla prossima riunione di giugno dell’International telecommunications union, fosse chiamata a risolvere i problemi di sovrapposizione delle frequenze alla frontiera e di occupazione di spazi di pertinenza di paesi vicini. Ragioneremo come se le frequenze non aumentassero, né diminuissero.
Come è noto il punto di partenza della Gasparri è la trasformazione del sistema analogico in digitale. Con il digitale terrestre su una stessa rete anziché un solo canale ne potranno passare circa cinque. Questa rete a più canali si chiama multiplex. Con questa trasformazione tecnologica c’è spazio per ben oltre cinquanta canali. La tecnologia ha allargato il mercato potenziale e la possibilità di ingresso di nuovi concorrenti. Chiarito lo scenario tecnologico cerchiamo ora di capire perché questa crescita potenziale del mercato non voglia dire automaticamente crescita della concorrenza.
Le ragioni che FD non considera adeguatamente sono, oltre alle inevitabili implicazioni strutturali della presenza di due operatori incombenti, ciascuno con il 40% del mercato, la «concentrazione delle reti» e il «mercato segmentato».
La concentrazione delle reti. Come già due anni fa aveva messo in evidenza l’Antitrust nella sua Indagine conoscitiva sul settore televisivo, l’Italia è l’unico paese, in Europa, nel quale vi sono emittenti proprietarie di più di una rete (il che, nel sistema analogico, implica più di un canale).
Con il passaggio al digitale terrestre, Mediaset verrebbe a disporre di tre multiplex e quindi di quindici canali circa, replicando l’attuale assetto del mercato, nonostante il moltiplicarsi dei canali. La Gasparri tuttavia impone che ogni operatore metta a disposizione di terzi il 40% di ogni multiplex, quindi due canali su cinque. Questa prescrizione è un’assurdità che è passata inosservata. Se c’è un’unica rete (come nel caso del gas o dell’energia) una razionale norma anti-monopolistica impone: a) la separazione tra rete e produzione; b) il passaggio di più produttori sull’unica rete. Nel caso delle Tv, come dice FD, non si può separare la rete dal produttore (anche se questa valutazione è forse appropriata al solo caso del sistema analogico, nel quale non ha senso separare la rete su cui è trasmesso il primo canale Rai o il canale 5 di Mediaset dai rispettivi canali). Ma il punto che FD non rileva è che nel caso delle Tv la rete non è una sola. E’ illogico imporre un obbligo di accesso (cioè i nuovi canali che saranno disponibili con il passaggio al digitale) su reti che restano comunque di proprietà degli attuali oligopolisti (Rai e Mediaset), giacché questi ultimi, nonostante la regolazione, restano in grado di trarre inevitabile vantaggio dalla «integrazione verticale»; sarebbe invece molto più razionale il disegno di un mercato concorrenziale che contemplasse una riduzione del numero delle reti sotto il controllo dei due operatori incombenti e la liberazione di asset frequenziali che potrebbero essere offerti all’asta a nuovi operatori; mentre le scelte degli operatori incombenti potrebbero rimanere libere per quanto riguarda le reti che restano a loro disposizione. In buona sostanza la legge Gasparri va modificata là dove non interviene sul possesso di tre reti ciascuna da parte dei due oligopolisti nel passaggio dall’analogico al digitale e cerca di rimediare alle conseguenze anti-concorrenziali di ciò, obbligando l’alienazione del 40% dei nuovi canali che con il digitale saranno disponibili sulle vecchie reti.
Mercato segmentato. Il secondo elemento che condiziona la concorrenza nei mercati televisivi è la impossibilità di superare la segmentazione dei mercati tra canali gratuiti e canali a pagamento. Non è vero, come ipotizza l’impianto della Gasparri, che esiste un unico mercato in cui chi offre canali a pagamento è in concorrenza con chi offre canali gratuiti. L’Agcom, nella sua indagine conoscitiva, ha dimostrato come le possibilità di concorrenza tra queste due piattaforme sono molto limitate. Le emittenti a pagamento «scremano il mercato» dei consumatori disposti a pagare per vedere le trasmissioni di un canale; gli altri consumatori, disposti, pur di non pagare, a sorbirsi le interruzioni pubblicitarie, sono catturati dalle emittenti che trasmettono trasmissioni gratuite. Il prodotto che quest’ultime emittenti offrono è appunto la pubblicità. In modo abbastanza sorprendente questo aspetto è trascurato completamente nell’argomentazione di FD. La moltiplicazione delle imprese a pagamento non intacca il grado di oligopolio sull’offerta pubblicitaria del segmento di Tv gratuita e la cosa non è certo senza importanza, e non solo economica.
La proposta. Il combinato disposto del progresso tecnico e della Legge Gasparri è inadatto a ridurre l’elevato grado di monopolio nel settore delle Tv gratuite e nel settore pubblicitario. Un elevato grado di monopolio in questi settori ha conseguenze negative che travalicano il settore stesso interessando il settore della carta stampata e che travalicano le mere conseguenze economiche interessando la pluralità dell’informazione e la robustezza della democrazia. La proprietà delle reti va deconcentrata con atto politico; e sono deboli i tentativi di neutralizzare le implicazioni di una proprietà concentrata delle reti con obblighi di accesso e altri interventi di regolazione da parte della Agcom. Come avviene negli altri paesi europei, ogni operatore pubblico e privato non dovrebbe possedere più di una rete che, con la trasformazione tecnologica al digitale, consente comunque di disporre di cinque canali. Ne deriva che sarebbe auspicabile una legge che imponga l’alienazione di due reti ciascuno ai due oligopolisti attuali. A queste condizioni, anche la Rai dovrebbe garantire il servizio pubblico disponendo di una sola rete finanziata con il canone, alienando le altre due reti. Al pari di Mediaset.

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