Sono buoni i Flash boys?

luglio 13, 2014



Michael Lewis,
Flash Boys,
W.W. Norton and Company,
New York, pagg. 288.


Nathan Rothschild aveva un’informazione privilegiata: sapeva che Wellington aveva vinto. Ma qualunque cosa avesse fatto, comperare o vendere, sarebbe stata anch’essa un’informazione, che altri avrebbero sfruttato, erodendo il valore della sua. Così quella mattina in Borsa andò al solito posto vicino a una colonna, senza che nulla potesse trasparire dal suo comportamento: quello che poi avvenne fa parte delle leggende della finanza.

Oggi usare informazioni privilegiate è reato, reato è il front running, cioè “scavalcare” chi sta per eseguire un’operazione e beneficiare dell’oscillazione di prezzo che essa provocherà. Ma ogni ordine contiene un’informazione: che si è disposti a comprare un certo ammontare di titoli a un certo prezzo. Questa informazione ha valore: lo High frequency trading (Hft) è un metodo per estrarre informazioni dagli ordini. È legale? È morale? È pericoloso?

È ciò di cui tratta Flash boys, a revolt in Wall Street. Michael Lewis usa uno schema di successo: lo strumento tecnico astratto e le persone in carne e ossa, le sfide tecnologiche e le passioni, i “buoni” e i “cattivi”. Così è stato con The big short per la bolla dei subprime, Moneyline per il mercato dei giocatori di baseball, Liar’s poker per le obbligazioni alla Salomon Brothers. Perché la ricetta funzioni, bisogna che la questione tecnica sia spiegata in modo chiaro, e le passioni esposte in modo coinvolgente. Se qui la ricetta sembra funzionare meno bene, è perché non è facile spiegare come funziona lo Hft, ed è difficile individuare chi siano i buoni e chi i cattivi.

Con l’informatizzazione dei mercati azionari, le transazioni non avvengono più a voce tra persone, ma con comandi tra computer. Questo ha consentito di diminuire sia lo spread tra “danaro” e “lettera”, sia il costo della transazione. Per ridurre anche il potere discrezionale del broker, una norma della Sec (emanata nel 2005, in vigore dal 2007) richiede che la transazione sia effettuata “al miglior prezzo”: le informazioni di tutti gli scambi devono affluire al Sip (Securities Information Processor) che calcola il Nbbo (National Best Bid and Offer). Ma nulla dice la norma su quanto tempo possa intercorrere tra il momento dell’ordine e quello della sua pubblicazione sul Sip. Chi riesce a sapere dell’ordine, poniamo, di acquisto qualche decina di millisecondi prima di quando è reso pubblico dal Sip, può “scavalcare” l’acquirente, giocando sulla volatilità del titolo. Infatti molte migliaia di volte al giorno si verificano differenze tra i prezzi registrati dal Sip e quelli rilevati dagli Hft: in quei millisecondi, molte migliaia di volte in un giorno un Hft può comperare quel titolo a un prezzo vecchio basso e rivenderlo a un prezzo nuovo più alto.

Per avere quei millisecondi di vantaggio gli Hft dispongono i loro computer fisicamente dentro gli edifici delle borse, e ingaggiano i quant (analisti quantitativi) capaci di scrivere algoritmi che diano risultati più rapidi in un sistema enormemente complesso: le borse erano due a NY, (il Nyse e il Nasdaq), oggi in New Jersey ce n’è una dozzina; più i “dark pool” delle 9 grandi banche di Wall Street, sorta di borse private in cui i clienti trovano la loro controparte; ci sono molti tipi di contratti in cui eseguire le operazioni. In quella manciata di millisecondi, gli Hft emettono e ritirano continuamente piccoli ordini per sollecitare il mercato a esprimere il prezzo di ogni azione.

Si stima che gli Hft guadagnino una ventina di miliardi di dollari l’anno. Per la Sec, forniscono liquidità al sistema e contribuiscono ad aumentarne l’efficienza; per Lewis quella che forniscono è invece volatilità, e i loro guadagni sono soldi rapinati ai risparmiatori. Il suo libro è la storia di un broker della Royal Bank of Canada, convinto che un Hft diverso da un front running legalizzato possa essere adottato da quanti credono che l’onestà paghi; e magari da chi sa che il proprio sistema è antiquato e allora tanto vale (sarebbe stato il caso di Goldman Sachs). A questo punto è probabile che il lettore si aspetti dal recensore un giudizio non tanto sugli scrupoli e i successi del protagonista, quanto sugli Hft. Nel 2005 gli Hft eseguivano il 25% di tutte le transazioni, nel 2008 il 65%: evidentemente gli operatori trovano il sistema vantaggioso. Così deve pure sembrare ai loro clienti: altrimenti in un sistema così ferocemente concorrenziale qualcuno avrebbe cercato di spiazzare i concorrenti offrendo ai clienti un sistema “anti-rapina”. Pericoli di instabilità? Agli Hft viene addossata la colpa del crash del 6 maggio 2010, anche se dovuto al concorso di una serie di circostanze. Gli Hft dimostrano di non avere mai perso in nessun giorno dell’anno per più anni di fila.

Logico: la casa da gioco può perdere, ma le carte che il croupier ritira alla chiusura sono tante quanto quelle che aveva dato all’apertura. Dovesse arrivare il cigno nero, il fatto imprevedibile, le prime scosse le avvertirebbe il mercato dei future. Agli Hft bastano pochi millesimi di secondo. E dato che è a Chicago che si scambiano i future, costruiscono tra Chicago e New York una linea a microonde, dove il segnale viaggia a velocità ancora superiore che sulla fibra.

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