Sinistra, non temere la ricchezza…

giugno 11, 2002


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore

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La sconfitta francese al primo turno e il recupero italiano al ballottaggio denunciano una salute incerta – E` ancora Tony Blair a sollecitare il superamento delle ambiguità della “terza via”.

La sconfitta della sinistra al primo turno francese, la vittoria di quella italiana nel ballottaggio amministrativo, pongono entrambe un problema comune: nella seconda c’è già una riposta alla prima, oppure i problemi che si manifestano in Europa sono gli stessi e c’è una riflessione da svolgere sulle sconfitte che da un anno a questa parte fanno cambiare di segno i governi che contano, cioè quelli nazionali?

Non credo, a differenza di quanto già hanno fatto ieri alcuni esponenti del centrosinistra, che in Italia si possa pensare di aver già trovato il rimedio al “malfrancese”. Il voto amministrativo italiano dice della malattia del governo, più che della salute dell’opposizione. E per parlare di mali, occorrono diagnosi di respiro.

Negli USA a fine dell’800 era immensamente popolare Ragged Dick, l’eroe dei romanzi di Horatio Alger, il ragazzo di strada che “struggling upward” diventa imprenditore di successo. In Italia in quegli anni e nei decenni successivi l’educazione civica dei ragazzi si formava sul libro Cuore. Ci pensavo giorni fa, mentre Antonio Fazio, nelle sue considerazioni finali, allineava le cifre del declino della nostra industria dal 1995 ad oggi: un PIL che aumenta dell’1,9% ( 3,6% in USA); la quota nel commercio mondiale che diminuisce dal 4,6% al 3,7%; le imprese con meno di 10 addetti che sono il 95% del totale e in cui lavora quasi la metà degli occupati.
Questi numeri sono la risultante di innumerevoli decisioni di singoli imprenditori: perché sono così deludenti? Perché un imprenditore, posto che la sua attività renda, non dovrebbe volerla ingrandire e quindi guadagnare di più? Perché non dovrebbe innovare, posto che ogni successo è provvisorio, e l’unico modo per assicurare il futuro è continuamente inventarsi qualcosa di nuovo e di meglio? E mi domandavo se, oltre alle ragioni strutturali – rigidità del mercato del lavoro, entità del carico fiscale e contributivo – non ci fossero anche ragioni culturali a determinare questi comportamenti collettivi, qualcosa che ha a che fare, simbolicamente, con Horatio Alger e De Amicis, Ragged Dick e la maestrina della penna rossa, l’imprenditore che si fa da sé e l’impiegata statale modello.

Due esempi, per chiarire. La rigidità in uscita è certamente un fatto strutturale; ma negli anni a venire, un effetto assai peggiore dell’oramai simbolico articolo 18 lo avrà sull’attività di impresa il continuo martellare che il sindacato ha fatto su argomenti desueti – l’inevitabilità del conflitto, la fabbrica come luogo di discriminazioni e di abusi.
Mentre il Governo perdeva l’occasione di porre la riforma a fondamento di un nuovo patto tra imprese private, lavoratori e Stato, un patto reso necessario dai cambiamenti intervenuti nelle strutture produttive e coerente con una diversa ripartizione dei compiti tra impresa e Stato nel fornire al cittadino occasioni di crescita e condizioni di sicurezza.

Altro esempio. Se la produzione di ricchezza non è la priorità, difficile che ci sia una crescita vigorosa. Ma, quasi per un imprinting culturale, per molta parte della sinistra, il problema di come redistribuire la ricchezza viene prima di come crearla; il rapporto tra i redditi delle varie fasce appare più importante dei valori assoluti, della loro dinamica nel tempo, della mobilità tra fasce di reddito degli individui “struggling upward”.

E allora la domanda: perché invece non dovrebbe essere proprio il centrosinistra a porsi l’obbiettivo di creare un ambiente culturale favorevole all’intraprendere, dunque ad investire, dunque alla produzione di ricchezza? Perché il centrosinistra non dovrebbe essere lui il protagonista della metànoia di cui parla il Governatore, di una rivoluzione culturale basata sul merito, sull’individuo, sugli interessi? per cui i nostri imprenditori facciano quello che fanno i loro colleghi dei paesi che ci stanno sorpassando, e che ridia slancio alla nostra economia? E perché questa svolta non dovrebbe avvenire proprio adesso, per confermare a quell’elettorato che lancia i primi cospicui segnali di disaffezione dal centrodestra, che l’opposizione intende impegnarsi non in una battaglia a testa bassa, ma nella proposizione di una credibile alternativa di governo?

“Normalmente il riformismo è fatto di due elementi,” scrive Gianfranco Pasquino sul Mulino (1/200) “solidità di principi e adattabilità di scelte e di soluzioni a seconda delle tematiche da affrontare”. Quanto ad adattabilità quella della sinistra sembra senza limiti: al governo, ha firmato le due finanziarie più tremende della nostra storia; all’opposizione chiede a gran voce a Tremonti una manovra, in pratica tasse e sacrifici. Il problema sono i principi: questi, si obbietta, sono principi di destra, e non si può chiedere alla sinistra di fare la politica della destra. Ma non è così. Perché e’ vero che è l’interesse del birraio ecc. a produrre l’interesse della collettività, ma l’uno non si risolve nell’altro, e l’interesse collettivo si colloca su un piano che trascende quello dei singoli imprenditori.
Si perde credibilità, dunque consenso se il piano della politica non trascende quello dell’economia. Perde credibilità Berlusconi quando enfatizza la somiglianza tra paese e azienda, tra le capacità necessarie a condurre un’azienda al successo e quella per guidare un paese allo sviluppo. Il conflitto di interessi, che solito viene riferito al tema dell’informazione, è più in generale la contraddizione tra il restare imprenditore in prima persona e il farsi portatore di un grande disegno di liberazione dell’energia imprenditoriale del Paese.

E’ un sogno, un centrosinistra capace di proporsi come protagonista di una grande rivoluzione che ponga al primo posto la liberazione delle energie imprenditoriali del paese? La capacità di farlo, ha dimostrato di averla, in tempi difficili. Io credo che proprio oggi debba tornare ad averla. Al contrario, tenersi stretti alla propria identità, può essere rassicurante, ma è solo ricompattarsi su tradizioni rocciose. Credere, confortati dalle amministrative, che questo possa bastare perché alle politiche gli elettori identifichino il centrosinistra come lo schieramento capace di esprimere al meglio le maggiori possibilità di crescita, di aumento di opportunità e di benessere, è un errore che va evitato.

Nel passato week end Tony Blair ha esposto ai leader del centrosinistra europeo un programma che trascenda le non risolte ambiguità presenti nella politica della “terza via”, e che tenga conto delle lezioni delle ultime consultazioni popolari europee. Com’era prevedibile, le sue proposte hanno provocato reazioni diseguali all’interno dei partiti della coalizione. In Italia, ai più non sono piaciute.
Eppure, è proprio un programma che metta al primo posto la liberazione delle energie del paese, insieme all’audacia di staccarsi da superate sicurezze identitarie, ciò che serve al centrosinistra per preparare il terreno a un leader in grado di battere Silvio Berlusconi.

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