Siamo tutti figli di Darwin in cammino verso il mistero

agosto 9, 2005


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di Edoardo Boncinelli

Si accende lo scontro tra evoluzionismo e pensiero religioso
«O uomo da dove vieni? – si chiede Immanuel Kant giunto alla sua ultima stagione – Troppo poco per essere opera di un Dio, troppo per essere frutto del caso». Una bella domanda davvero. Per parte mia ricordo che in terza elementare il maestro ci fece leggere una favoletta che mi è rimasta impressa. Una colonna di fumo nero si alza verso il cielo e incontra sul suo cammino una nuvoletta candida. «Scostati, fammi passare! – dice il fumo alla nuvola – Mi devi rispetto. Io sono figlio del nobile fuoco, mentre tu non sei figlia che dell’umile acqua».

Questo piccolo aneddoto di fantasia mi viene in mente ogni volta che vedo qualcuno che invece di considerare che cosa è, o al limite verso che cosa è incamminato, si preoccupa di chiarire da dove viene. Tale considerazione non è estranea neppure alla questione dell’origine delle origini, cioè dell’origine della nostra specie. Non è tanto importante da dove veniamo, credo io, quanto che cosa siamo e che cosa, volendo, potremmo essere e magari saremo. Ma molti non hanno ragionato in passato e non ragionano anche oggi in questi termini; al contrario si sentono offesi e sminuiti se gli si dice che deriviamo dagli animali e più precisamente da qualcosa di simile ad una scimmia. Benedetto Croce, per citarne uno, non poteva accettare (ancora nel 1939) l’idea delle «origini animalesche e meccaniche della umanità». Tale idea gli causava un «senso di sconforto e di depressione e quasi di vergogna». Altri usano parole diverse, ma il senso rimane lo stesso e in molti traspare la preoccupazione che tutto questo conduca inevitabilmente alla negazione della dignità umana e più in particolare della «dignità specifica del soggetto umano». Per quale motivo il rispetto e la considerazione della dignità dell’uomo dovrebbe dipendere dall’avere un’origine piuttosto che un’altra resta per me un mistero, ma non c’è dubbio che il nodo problematico fondamentale dell’intera teoria dell’evoluzione biologica sia costituito dalle ipotesi sull’origine dell’uomo. Non è troppo difficile infatti accettare che uno struzzo sia derivato da un tipo particolare di rettile o che le ali degli insetti si siano originate da primitive appendici, necessarie per il bilanciamento del loro corpo in movimento. Quello che non va giù a molti, se non a tutti, è che anche la nostra specie sia comparsa sulla terra al termine di un lungo cammino evolutivo, che ha interessato moltissime altre specie, e che questo processo non abbia un fine ed una direzione, ma sia il risultato di una congerie di eventi casuali. La cosa non deve, d’altra parte, sorprendere eccessivamente, perché proprio il processo evolutivo ha fatto sì che ci venga naturale assumere che ogni effetto abbia una causa, ogni figlio un padre, ogni azione un agente animato. Ma la ragione dovrebbe farci superare certe posizioni istintive. L’incapacità di molti di credere ad un’origine sostanzialmente casuale dell’uomo ha limitato e minacciato l’accettazione della teoria dell’evoluzione fin dalla sua prima formulazione, ma in tempi recenti si è assistito al risorgere di posizioni anti-evoluzionistiche, prevalentemente, ma non esclusivamente, a causa dell’estendersi del movimento creazionista negli Stati Uniti. Gli attivisti di tale movimento contestano l’evidenza scientifica dell’evoluzione biologica – e di molte altre cose – e propongono che quest’ultima venga trattata come una semplice ipotesi, da affiancare nell’insegnamento alla descrizione dell’origine del mondo e delle cose quale si può trovare nelle Sacre Scritture. La loro strategia, a suo modo scientifica, è quella di individuare piccole pecche nella teoria corrente e di usarle come «crepe» nelle quali inserire dei «cunei» che producano vere e proprie spaccature, in modo da mettere a repentaglio la stabilità dell’intero edificio della teoria evoluzionistica. Non a caso tale linea di condotta ha preso il nome di «strategia del cuneo» o wedge strategy. È bene chiarire che al momento gli sforzi del movimento creazionista, con o senza cunei, non sono approdati a nulla e dal punto di vista scientifico non è oggi assolutamente lecito dubitare dei princìpi e dei meccanismi fondamentali del processo evolutivo, anche se ci sfuggono ancora molti dettagli. D’altra parte, per dirla con il Galileo di Bertolt Brecht, «scopo della scienza non è tanto quello di aprire una porta all’infinito sapere, quanto quello di porre una barriera all’infinita ignoranza». Se dal punto di vista razionale e scientifico le cose sono abbastanza chiare, resta però il problema dell’accettazione individuale e sociale del concetto di una specie umana quale prodotto di eventi casuali, che ricorda almeno in parte la contrapposizione di ascendenza scolastica fra l’uomo come volitum, cioè come prodotto di un atto di volontà di un Dio-padre, oppure come un effectum, come un risultato dell’azione della natura. Questi temi sono affrontati magistralmente da Orlando Franceschelli nel suo recente libretto Dio e Darwin. Natura e uomo tra evoluzione e creazione (Donzelli, pp. VI-153, e 12,50). Il libro può avere almeno due chiavi di lettura diverse. Da una parte se ne può apprezzare il contenuto informativo, cioè lo sforzo di chiarire i termini scientifici della questione, esponendo obbiezioni e controbbiezioni alla teoria evolutiva. Dall’altra, si avverte una pensosa problematicità che appartiene ad un piano intellettuale diverso e che non disdegnerebbe di fornire elementi validi per una ricucitura tra la teoria dell’origine biologica dell’uomo e le preoccupazioni, di natura religiosa ma non solo, per lo status della condizione umana e per la considerazione della sua dignità. L’autore non esita ad entrare in alcune sottili dispute della teologia moderna, per trattare temi quali la realtà del dolore, connesso all’esistenza del male fisico e di quello morale, e l’umiltà e la vulnerabilità di Dio viste in un confronto fra una trionfante theologia gloriae e una più problematica (e più moderna?) theologia crucis. Il nostro autore non è insensibile, in sostanza, alla possibilità di «un’apertura alla trascendenza» che veda anche l’evoluzione e le sue innumerevoli vittime innocenti «comunque destinate ad un fine di salvezza, all’avvento pieno del Regno di Colui che “tergerà ogni lacrima dai loro occhi”» (Apocalisse, 21,4). Un processo di redenzione finale, insomma, che si affianchi ad un’evoluzione iniziale. Che si condivida o meno una tale impostazione, è indubbio che a chiunque piacerebbe concludere con Sant’Agostino che tutto il creato è chiamato ad una redenzione finale che condurrà diritto ad un sabato celeste che non conoscerà imbrunire né tramonto, sabbatum nostrum, cuius finis non erit vespera.

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