Segreti e numeri della disfida sul tesoretto delle frequenze tv

ottobre 23, 2010


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di Giuliano Ferrara

I gruppi TLC le vogliono, le TV locali sono cintrarie a cederle ma Tremonti vuole racimolare soldi. Riuscirà?

Il governo cerca di incassare un paio di miliardi di utili per il decreto Milleproroghe o per un decreto pro sviluppo. Le tv, in particolare quelle locali, non vogliono cedere gratuitamente un bene che dicono di utilizzare ancora. E le compagnie di telefonia mobile reclamano maggiore spazio nell’etere per i nuovi servizi. Sulle frequenze televisive è in corso una partita, giocata finora a carte coperte, che intreccia politica, authority, società televisive e gruppi telefonici.

Il dividendo digitale, ossia le frequenze lasciate libere dal passaggio alla tv digitale, è un tesoretto cui anelano in molti. L’Autorità per le Comunicazioni (Agcom) vuole accelerare la loro assegnazione alle società della telefonia mobile. L’obiettivo? Garantire un ulteriore sviluppo della banda larga ed evitare il collasso delle attuali infrastrutture, gravate da un traffico cresciuto a dismisura negli ultimi anni. “La tv è importante, le telecomunicazioni sono determinanti”, ha detto qualche giorno fa il presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò. Per questo l’authority di settore sta cercando di assegnare alle tlc 71 MHz sulla banda degli 800 MHz sui canali da 61 a 69. La Commissione europea, infatti, ha deciso che dal primo gennaio 2013, una parte dello spettro lasciato libero dalla tv analogica dovrà essere destinata all’introduzione di nuovi servizi wireless, per centrare l’obiettivo di garantire al 100 per cento della popolazione Ue la copertura in banda larga veloce.
Tutto liscio? Nient’affatto. La voce delle tv non s’è fatta attendere. Fedele Confalonieri, presidente Mediaset, in un recente convegno a Capri ha detto: “L’ipotesi di liberare per la gara rivolta ai servizi mobili
uno spicchio importante di spettro televisivo comporta per la tv un’ulteriore contrazione di spazio fisico disponibile e rischia di essere penalizzante per la competitività della piattaforma digitale terrestre”. Ma le
tv nazionali in verità ostentano tranquillità: saranno quelle locali a dover cedere le frequenze. Ha scritto sul Sole 24 Ore di ieri Franco Debenedetti:

“Le frequenze per il dividendo esterno, cioè destinato ai servizi mobili, possono venire solo dalle tv locali: anche i loro canali con il digitale si molticplicano”.

Nessuno vuole esporsi al momento, ma i proprietari delle reti regionali scorgono un intento punitivo che vogliono sventare. Per questo, secondo la ricostruzione del Foglio, stanno per avanzare una richiesta di compensazione alla cessione delle frequenze: “Le tv locali – spiega al Foglio un consulente del settore che
chiede l’anonimato – rivendicano il diritto gratuito a tutte le frequenze non utilizzate. Con il solo obiettivo di occupare una risorsa pubblica preziosa nella speranza di venderla in futuro agli operatori di tlc”.

Lo studio ponderato dal Tesoro
Ma questo non è l’unico scoglio che deve superare l’esecutivo. Come sarà organizzata la gara per la vendita delle frequenze? E quanto potrà incassare il Tesoro?

“Nell’allocare in modo efficiente risorse scarse – ha aggiunto Debenedetti – niente batte il mercato, in questo caso il mercato delle frequenze, in cui si incontra liberamente chi vuole comperare e chi vuole vendere. Invece nell’asta l’intervento pianificatorio del decisore pubblico definisce l’oggetto e sceglie le modalità di assegnazione”.

Al Tesoro non è passato inosservato uno studio del sito promosso dall’economista Tito Boeri, Lavoce.info; studio firmato da Carlo Cambini, Antonio Sassano e Tommaso Valletti, tre esperti di economia delle comunicazioni. Il rapporto indica un potenziale ricavo che si basa sull’analoga asta conclusa a maggio in Germania: tenuto conto della differenza di superficie e popolazione, e di quanto si potrebbe riservare agli
operatori di telefonia mobile per la banda larga, lo stato incasserebbe “valori intorno a 4 miliardi di euro”. Miliardi che tornerebbero utili al Tesoro: potrebbero finanziare la riforma Gelmini, magari un po’ limata, e le altre richieste in arrivo. Un paio di miliardi resterebbero in cassa, salvo compensare le tv locali. Resta però da vedere in quanto tempo si riuscirà davvero a bandire la gara: il governo punta all’anno prossimo, alcuni osservatori sono più scettici.
Inoltre, secondo le indiscrezioni raccolte dal Foglio dai gruppi telefonici, le stime di 4 miliardi sono considerate esorbitanti: “L’incasso non dovrebbe essere superiore ai 2 miliardi di euro”. Sulla compensazione che le tv locali stanno di fatto avanzando i tre esperti nutrono più di una perplessità: “Nel nostro paese le frequenze televisive sono state progressivamente occupate dalle emittenti nazionali e locali in modo caotico e incontrollato. Alcune sono state prese abusivamente, altre sono state vendute e comperate senza che il venditore le avesse mai acquistate dallo stato e in assenza di un Catasto delle frequenze (realizzato solo nel 2007). Il canone d’uso, per chi lo paga, è pari all’1 per cento del fatturato. Molti però non pagano nulla, anzi ricevono finanziamenti per il solo fatto di trasmettere qualcosa su frequenze pubbliche”.

Umori e ipotesi sulla Rai
Anche le vicende della Rai sono seguite al ministero dell’Economia, seppure con un occhio discreto. Le polemiche su Michele Santoro e Roberto Saviano non interessano al Tesoro. Sotto la lente è in particolare
l’evasione del canone. Un capitolo sul quale due giorni fa con il neo ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, il dicastero guidato da Giulio Tremonti ha avviato un tavolo tecnico per riuscire a debellare il fenomeno dell’evasione del canone Rai incrociando altre utenze come gas, energia elettrica e acqua.
L’azienda pubblica, che nel 2009 ha chiuso con 80 milioni di passivo, nel 2010 si avvia verso i 130, e alcune proiezioni danno nel 2012 a 600 milioni di deficit su un capitale di 550. Nel bilancio 2009 viale Mazzini ha inoltre evidenziato debiti per oltre 1,2 miliardi, 800 dei quali verso fornitori, ma è la spettacolare impennata dell’esposizione bancaria a destare qualche incognita: 165 milioni rispetto ai 2,4 del 2008.
Per questo in ambienti vicini a Tremonti qualcuno si è chiesto: perché non privatizzare la Rai, lasciando una sola rete di servizio pubblico? Operazione ritenuta impraticabile al momento. Più fattibili due altre opzioni. Una minima, come la vendita delle torri di trasmissione, in gran parte rese obsolete dal passaggio al digitale terrestre, a una società fuori dal perimetro pubblico, che le reimpieghi o ne valorizzi terreni e costruzioni. L’altra operazione, che davvero interessa Tremonti, è appunto la messa all’asta delle frequenze liberate dallo switch-off digitale. In attesa che si chiariscano tempi, modi e soldi presumibili da incamerare.

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Gara su frequenze di mercato
di Franco Debenedetti – Il Sole 24 Ore, 22 ottobre 2010

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