Se i politici già ripudiano i politici allora la Rai è proprio mal messa

ottobre 13, 2005


Pubblicato In: Giornali, Il Riformista

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Polemiche. Con un articolo di Rognoni

Fa una certa impressione se a chiedere di distanziare i politici dall’azienda televisiva pubblica è un politico con una lunga storia alle spalle, appena mandato dalla politica ad amministrare la Rai. Fa impressione quando a farlo è una persona come Carlo Rognoni (“Mandiamo a casa questo cda. Non serve vendere un paio di reti Rai” Il Riformista del 6 Ottobre).

Vorrebbe che a nominare gli amministratori della Rai fossero soggetti diversi da quelli previsti dalla legge in vigore: la conferenza dei Magnifici Rettori, suggerisce, i sindaci “delle 10 città più popolose”, sindacalisti, associazioni dei consumatori. Tutti, ma non i politici. Siamo proprio mal messi se i politici ripudiano i politici che li hanno nominati, se tra la proprietà e “la cosa” (in senso verghiano) vogliono frapporre soggetti di natura indefinita, né pubblici né privati, di approssimativa rappresentatività, a costo di spacciare l’irresponsabilità per imparzialità. “Non vi piacciono le mie proposte?” chiede Rognoni: “avanzatene delle altre”.

La provocazione è un invito a nozze: propongo che la Rai abbia un CdA nominato dal Parlamento e un Direttore Generale nominato dal Tesoro. Esattamente come prevede la legge attuale. Questo, è ovvio, nella situazione attuale, vale a dire con la attuale Rai-centauro, società pubblica al 100% che deve fornire un “servizio pubblico”. Perché il d.g. nominato dal governo? Perché l’aumento o la riduzione del valore dell’azienda, il suo rendimento (comprensivo di costo opportunità), l’aumento o la diminuzione del canone, sono cose che toccano le tasche dei contribuenti, i quali hanno il diritto di chiederne conto a chi pro tempore gestisce i beni pubblici, cioè al governo. Perché il CdA nominato dal Parlamento? Perché del “servizio pubblico”, se è difficile dire in che consista, una cosa è certa, che è… pubblico: logico che il Consiglio di Amministrazione risponda a chi è titolare dell’indirizzo politico del Paese. La mia proposta è chiara: ognuno ha le sue responsabilità, e ne risponde. Se non piace, è perché non piace la cosa in sé, o la Rai azienda pubblica, oppure la Rai “servizio pubblico” o tutti e due. Di solito il pubblico vuole comandare anche su ciò che pubblico non è: ma non si può chiedere che il pubblico non comandi su ciò che è pubblico. Questo è il nodo che Rognoni non vuole sciogliere: né alla maniera di Gasparri (vendere la Rai tutta intera, ma a poco a poco, senza fine) né alla maniera di Prodi nella lettera al Corriere del dicembre 2003 (vendere una o due reti Rai, subito). “Si stacchi la spina” implora. Magari! Ma questa non è né eutanasia né accanimento terapeutico.

Proprio perché proviene da uno con la sua storia, la denuncia di Rognoni merita attenzione. E deve essere dettata da una urgenza estrema, se prima viene la denuncia e poi la proposta di che cosa dovrebbe fare la Rai. A costo di invertire l’ordine logico: partire dallo scopo sociale, quindi scegliere la struttura proprietaria (pubblica o privata, e Dio ci scampi da quella mista), e dedurne infine la forma di governance. Comunque il risultato non cambia: anche su quello che la Rai dovrebbe fare abbiamo idee diverse.
Per Rognoni, il collo di bottiglia, la risorsa scarsa che impedisce che ci sia “più mercato, più pluralismo, una informazione più libera” è la capacità trasmissiva della “futura rete convergente”. Quindi non bisogna privatizzare reti, ma “incrementare e liberalizzare l’accesso alla capacità trasmissiva”. Eppure una legge del governo Amato impone che il 40% della capacità trasmissiva di Rai e Mediaset nel digitale terrestre sia resa disponibile ad altri operatori finché lo switch over non sarà completato; e la mefistofelica Gasparri estende gli aiuti finanziari all’editoria politica in tv. Per il periodo successivo, oltre alle delibere Agcom, valgono le norme comunitarie sulla open access provision alle essential facilities. Sarebbe interessante sapere quanto di quel 40% è ancora libero. Io scommetterei che è molto; ma anche se fosse tutto occupato, prima di gridare al fallimento del mercato e invocare soldi dello stato per rimediarvi, bisognerebbe cercare di capire le ragioni di un fatto così eccezionale. Mediaset si è costruita la sua rete analogica senza chiedere soldi e fa profitti da capogiro; Sky sta crescendo anche da noi, senza aiuti; Internet si è sviluppata senza aiuti e senza controlli; ed è di ieri la notizia che Google coprirà l’intera area di San Francisco con una rete WiFi: gratuitamente. “Vi ricordate di Crown Castel che entrava in RaiWay?” chiede Rognoni. Certo, e se erano pronti a pagare caro, è perché il business rende e cresce: senza oneri per lo stato.

“La realtà delle nuove tecnologie della convergenza costringe a un salto culturale e politico”: non si potrebbe dir meglio. Per farlo bisogna vincere le “antiche pigrizie”: incominciando da quella di ragionare come se ancora vivessimo nell’epoca dell’analogico imperante, e della penuria delle risorse. Abbiamo appena imboccato l’era dell’abbondanza (quantitativa) dell’offerta, al punto che la Commissione Europea sta pensando di eliminare i limiti all’affollamento pubblicitario, dato che l’offerta è ormai talmente abbondante che il consumatore può “proteggersi” da solo, scegliendo lui quale programma e quanta pubblicità meglio gli aggrada. La risorsa scarsa sono i contenuti, l’inventiva, le idee: e le idee crescono nella libertà, libertà dalla Vigilanza e dalle posizioni dominanti. Nella libertà del mercato. E i politici? Se il loro ruolo dovesse essere quello di “sorvegliare e punire”, di controllare e limitare, anziché quello di accompagnare e consentire, allora sì, anche libertà dai politici.

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di Carlo Rognoni – Il Riformista, 06 ottobre 2005

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