Ricerca, il futuro ha l’oro in bocca ma servono leggi

settembre 19, 2004


Pubblicato In: Giornali, La Stampa

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“L’innovazione dipende da individui creativi che sognano nuove idee e le traducono in realtà” scrive l’Economist, che questa settimana dedica al tema un inserto di 40 pagine. Vi si legge di videogiochi che diventano tecniche di produzione cinematografiche, di trucchi da film di fantascienza che diventano prodotti di comunicazione, di scarpe da ginnastica con micromotori che ne cambiano la configurazione correndo, di sistemi informatici che potrebbero rivoluzionare il modo di scegliere e acquistare prodotti. Vi si parla di idee improbabili che hanno avuto successo e di sviluppi che sembravano imminenti e non sono mai decollati.

L’innovazione è elusiva: ex ante la si può promuovere, ma solo ex post è dato conoscere quella vincente; la storia passata influenza gli sviluppi futuri, ma lungo direzioni che non si possono prevedere. Questa è la difficoltà che si incontra nel disegnare politiche per l’innovazione: proverbiale il caso del Giappone, dove il MITI spese somme gigantesche per sviluppare i computer di quinta generazione, e finì per copiare i personal nati in un garage.
“L’attenzione di un Paese nella ricerca e nell’innovazione è anche l’indicatore della sua voglia di futuro” scrive Ferruccio de Bortoli ( Il costo del futuro, La Stampa, 16 Settembre): e allinea i dati desolanti di un “atteggiamento culturale, più che economico, miope e rinunciatario”. Io non credo che il problema stia nel costo della ricerca, come il titolo del suo editoriale potrebbe far pensare, e che il rimedio stia nel ridurlo. Del futuro, più che quanto costa, importa quanto rende. Se un imprenditore appare “miope”, è perché l’incertezza in cui è immerso il futuro gli consiglia di limitare il proprio orizzonte temporale e di perseguire il ritorno a breve. Se appare “rinunciatario” è perché conosce gli impedimenti che rendono il successo più improbabile e i gravami che lo rendono meno allettante. Per aumentare la propensione a investire nel futuro, è sulle aspettative per il futuro che si deve agire, non sulla contabilità del passato.

Ma davvero è pensabile che, riconoscendo un bonus fiscale che abbatta i costi, poniamo del 20%, si faranno ricerche che altrimenti sarebbero finite in un cassetto? Sgravi fiscali per le ricerche effettuate, come chiede Confindustria, riducono i rischi (anche se così si riduce la competizione e la selezione tra i progetti): ma per mettere il turbo ci vorrebbe la riduzione del carico fiscale sugli utili futuri generati dalla ricerca.
La collaborazione tra imprese e università é uno strumento potente di innovazione: ma non ci sarà credito d’imposta che valga a svilupparla su basi solide, finché le università continueranno a selezionare sia gli allievi sia i maestri con criteri diversi da quelli del merito, e finché i ricercatori, al contrario di quanto avviene negli USA, rimarranno nelle Università che li hanno promossi, e lì resteranno parcheggiati per anni, perché il sistema manda in cattedra i cinquantenni.

Molto è quello che il pubblico può fare per promuovere l’innovazione, ricorda Corrado Passera sul Sole 24 ore di venerdì: fornire infrastrutture, garantire il funzionamento dell’amministrazione e della giustizia, rimuovere il “clamoroso ostacolo” di una legge fallimentare datata anni Quaranta. E, aggiungo io, evitare di mandare segnali opposti alla politica che si vorrebbe attuare. Ho, in materia, ricordi inquietanti. Quando fu stipulato con l’Olivetti il “contratto di programma”, un si convenne di usare il finanziamento, centinaia di miliardi di vecchie lire, prevalentemente per nuovi sviluppi software. Ma per ottenere l’approvazione del piano, l’amministrazione richiese un segno “tangibile”. Così, buona parte dei soldi, anziché per scrivere righe di software, fu giocoforza spenderla per costruire un edificio in cui ospitare i softwaristi ed i loro computer. Così il messaggio, forte e chiaro, fu che l’innovazione passa per il mattone..

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