Renzi dovrebbe dire a chi chiede il voto

luglio 25, 2013


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Sono molti quelli che, pur professandosi estimatori di Matteo Renzi per le doti di comunicatore, per la franchezza, per il coraggio di attaccare i castelli (e i castellani) ideologici della sinistra, gli rimproverano di essere una pagina bianca e gli chiedono di riempirla: vuoi andare al Governo, per che fare? Renzi non risponde, e fa bene, non per prudenza, ma per chiarezza. Chi fa questa domanda si aspetta una risposta in termini di programmi, cioè di policy, mentre la domanda ha senso solo se viene posta in termini di visione, cioè di politics.

Quanto a programma, in Italia è quasi obbligato, con margini di manovra ridotti, tra vincolo esterno e rigidità interne; richiede abilità nel districarsi tra ostacoli ordinari e incidenti imprevisti. Per quale motivo cambiare il Governo Letta? Renzi può pensare di riuscire a compensare i guai enormi che la sua caduta comporterebbe, trovando migliore copertura per Imu e Iva, migliore soluzione per gli F-35, migliore decisione per la crisi kazaka? Far cadere Letta non conviene a Renzi, ma solo a quelli che considerano insopportabile votare allo stesso modo della destra berlusconiana, e pur di porvi fine accolgono a braccia aperte anche il rottamatore di cui fino al giorno prima avevano criticato l’impazienza.
Due punti fermi. Primo: la sinistra da sola non vince e a capo di una coalizione che imbarchi chiunque non dura. Secondo: l’Italia ha problemi di fondo, le cause risalgono a prima di questi vent’anni, per risolverli ci vuole qualcosa che vada oltre il navigare tra gli scogli. L’Italia non ce la fa senza cambiamenti profondi, che comportano una rivisitazione della Costituzione: Letta l’ha nel programma e ha fatto approvare dal Parlamento una complessa procedura per modificarla. Se ce la fa, bisognerà tradurre le nuove norme in un nuovo orizzonte simbolico, conquistare i cittadini al nuovo progetto politico in modo che diventi vita nei loro individuali progetti. Sarà il momento della politica, intesa come politics. Questo non lo potrà fare un governo come l’attuale, in cui due forze politiche stanno insieme non perdendo occasione di manifestare insofferenza e diversità. Ci sarà bisogno dell’uomo che sappia rivolgersi a tutti gli elettori, senza preclusioni, proponendo una visione. Sarà il momento di Renzi. Perché riguardo alla necessità di dare agli italiani un nuovo orizzonte non ha l’obbligata coerenza con il recente passato, ma porta la freschezza del suo nuovo progetto. E perché riguardo alla sinistra, all’ennesima versione di partito con coazione ad assemblare contrappone quella di partito con vocazione maggioritaria.
Ma un progetto non basta accennarlo. La richiesta di scrivere qualcosa sulla pagina bianca è pertinente riguardo il progetto politico. Renzi deve dire a chi chiede il voto, quali le constituency a cui si rivolge. Non gli si chiede «la parola che squadri da ogni lato», men che mai mediate «coniugazioni», ma si deve capire che cosa c’è dentro «una certa idea d’Italia». Magari incominciando col dire che cosa è e che cosa non è coerente con quell’idea. Perché è diverso dire che la nostra è la Costituzione più bella del mondo, e dire che senza cambiarne parti sostanziose non ce la caveremo. È diverso comportarsi come se il berlusconismo fosse la lebbra, e dichiararsi aperto a chiunque condivida la sua visione. È diverso dire Europa o (e?) morte, o, con l’olandese Frans Timmersmans, «Europeo se necessario, nazionale quando possibile». È diverso schierarsi per la fornitura pubblica del welfare, o aprirsi a considerare la possibilità di servizi gestiti dagli utenti, a cominciare dalla scuola.
Questo non eliminerà le tensioni con Letta: sono strutturali, le ebbe a suo tempo Veltroni con Prodi (e prima di lui il D’Alema della bicamerale). Ma Renzi ha un non trascurabile vantaggio rispetto al 2007: dell’Unione di Prodi facevano parte Prc, PdCI, e Idv, oggi Sel e M5S sono all’opposizione. Anche per questo, le sue recenti convergenze con le opposizioni nella vicenda Alfano appaiono uno scivolone.
Questa strategia prevede tempi più lunghi di quelli su cui probabilmente conta Renzi: ma tenuta e resistenza sono doti che il politico deve possedere. Più complicato è il groviglio del congresso del Pd e delle elezioni del segretario. Si azzarda una riflessione: è sicuro Renzi che gli convenga ottenere primarie aperte che, con ogni probabilità, lo vedrebbero vincitore? E poi che fa, aspetta? Non potrebbe convenirgli aspettare da sindaco? In fondo, fatte le debite proporzioni, la distanza tra Roma e Firenze dovrebbe essere più o meno uguale a quella tra Parigi e Colombay-les-deux-Eglises.

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