Quella strana sintonia tra Casini e Bertinotti

marzo 15, 2007


Pubblicato In: Giornali, Vanity Fair

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da Peccati Capitali

Se la sinistra dipende per sopravvivere dai partitini radicali, è perché in democrazia non esiste un metodo sicuro per formare una politica di coalizione a partire dalle preferenze individuali dei partiti. È il teorema che diede il Nobel ad Arrow. I temi a forte valore identitario su cui sono costruiti (TAV, Vicenza, Afghanistan) prevalgono, al dunque, sullo sbarrare la strada del Governo a Berlusconi.

Oltretutto quando i regolamenti consentono anche a partiti piccoli di accedere ai finanziamenti pubblici: i partiti, secondo la teoria della public choice, sono agenti che perseguono il proprio interesse indipendentemente dagli obbiettivi politici professati.
I partitini danno maggiori problemi all’Unione che deve aggregare forze unite principalmente dall’antiberlusconismo: non può fare a meno dei loro voti sulla sua sinistra, e non può crescere dal lato del centro (anche) perché gli antiberlusconiani doc hanno messo il filo spinato contro ogni intesa, sia con la Casa della Libertà, sia con chi la vota: teledipendenti, consumisti, edonisti, evasori, insomma , antropologicamente diversi. Per loro, Berlusconi è il regime e Prodi il CLN, Amato non merita la fiducia e D’Alema è più che sospetto. E contro chi dice che l’Unione dovrebbe deporre l’elmetto e darsi un programma che conquisti consensi al centro, per governare senza l’estrema sinistra, piomba l’accusa voler far fare alla sinistra un programma di destra.
Con la crisi (pardon, il rinvio alle Camere), si è aggiunta una novità: Napolitano ha fatto capire che si deve cambiare la legge elettorale, senza di che non è detto che, se cade Prodi, si vada a votare. Per Prodi, una rete di protezione in meno e un problema in più. Per il sistema politico una nuova linea di divisione: oltre a quella dell’antiberlusconismo, anche quella maggioritario o proporzionale, meglio, Governi scelti dagli elettori o Governi fatti e disfatti dai partiti in Parlamento. È ancora la teoria della public choice a spiegare la sintonia tra Casini e Rifondazione: entrambi vogliono il proporzionale, l’uno per fare l’ago della bilancia, l’altro per riconquistare libertà di manovra senza rinnegare la solidarietà antiberlusconiana. Invece il Partito Democratico e FI hanno interesse a difendere il bipolarismo: sono le due forze prevalenti nei rispettivi schieramenti, perché dovrebbero dipendere da chi vuol fare l’ago della bilancia? Aver realizzato il bipolarismo è il (solo?) merito storico di Berlusconi, quello di Prodi è averlo gestito bene nel suo primo Governo; e nel secondo può ancora riuscirci. Ma bisogna evitare che le due linee di divisione si sovrappongano, e che l’ideologia dell’antiberlusconismo militante mandi in fumo l’eredità positiva di questi 15 anni. Non conservare agli italiani il diritto di scegliere da chi essere governati sarebbe un imperdonabile “peccato capitale”.

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