Quella collaborazione tra pubblico e privato per un nuovo miracolo economico

agosto 13, 2016


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Replica di Mariana Mazzucato a La grande crisi e l’illusione dello Stato imprenditore di Franco Debenedetti

Caro Direttore, ho letto con interesse la replica di Franco Debenedetti al mio pezzo “Cinque medicine per curare la malattia delle banche” (Repubblica, 8 agosto).
Cominciamo dalla frase finale del pezzo di Debenedetti: la Cassa Depositi e Prestiti esiste perché i governanti vogliono uno strumento disponibile per procurarsi consensi. “Il giorno che così più non fosse, non ci sarebbe nessun motivo perché restasse pubblica”. L’intervento pubblico insomma non serve a niente, solo a procurare voti.
Peccato che in tutto il mondo alcuni dei maggiori successi imprenditoriali siano stati finanziati dal settore pubblico, visto che per sua naturale avversione al rischio, il settore privato è entrato in ambiti come le biotecnologie, Internet e le tecnologie verdi solo dopo che lo Stato aveva aperto la strada.
La maggior parte delle start-up israeliane sono state finanziate dal fondo di venture capital statale, Yozma. E negli Stati Uniti, anche i campioni del “libero intraprendere” come Elon Musk hanno beneficiato dì ingenti investimenti pubblici, come il prestito garantito di 465 milioni di dollari ricevuto per la sua automobile Tesia S dal dipartimento dell’Energia. Debenedetti ovviamente ha ragione quando dice che lo Stato a volte fallisce e commette errori, come dimostrato da un investimento la Solyndra analogo a quello della Tesla, ma finito con una bancarotta.
Ci mancherebbe: l’innovazione impone di assumersi dei rischi (proprio per via dell’incertezza di cui parla Debenedetti nelle prime righe ), e a ogni successo si accompagnano dei fallimenti.
E, per tornare all’Italia, il nostro “miracolo economico” è stato reso possibile da una manciata di imprenditori illuminati, fra i quali Adriano Olivetti, che ha sempre raccomandato la collaborazione tra gli operatori privati e lo Stato. Sono stati gli investimenti diretti (non semplici sussidi) dello Stato, con l’Eni e l’Iri, a rendere possibile, insieme a questi pensatori visionari, il miracolo economico.
Ma che cosa è successo poi? La rigida ideologia di contrapposizione tra pubblico e privato ha condotto allo smembramento della Montedison ( poi diventata Enimont ), alla frantumazione della Olivetti e alla frettolosa svendita dell’Iri. E non dimentichiamoci di Telecom Italia che, come raccontato magistralmente da Massimo Mucchetti, era un operatore di livello internazionale nel campo delle telecomunicazioni fino a quando non è stata privatizzata decimando, guarda caso, proprio il suo dipartimento ricerca e sviluppo.
Tutto il contrario di France Télécom, che grazie alla ibridazione virtuosa tra pubblico e privato è diventata una delle società di telecomunicazioni più innovative del mondo. In realtà, oggi, le poche aziende italiane importanti che continuano a fare seriamente ricerca e sviluppo sono quelle controllate ancora, in parte, dallo Stato: ci sono la Finmeccanica e la StMicroelectronics (che grazie alla persistente presenza dello Stato italiano e francese è l’unico operatore europeo importante nel settore della microelettronica a livello mondiale).
Insomma, nella replica di Debenedetti siamo sempre alla vecchia, statica e ideologica contrapposizione tra pubblico e privato, al classico laissez faire. Il punto non è difendere sempre lo Stato oppure il privato: è capire come i due possono evolvere per creare modelli simbiotici e non parassitici. Se non ci crede chi ha fatto o fa politica allora la situazione è davvero grave.
Proviamo a ragionare con una prospettiva meno statica e a farci qualche domanda che crei una nuova conversazione in Italia.
Primo: quale forma devono assumere gli investimenti pubblici per essere davvero proficui? È fondamentale ( ed è possibile!) che rimangano indipendenti dal processo politico: questo è l’insegnamento del Darpa negli Stati Uniti, ma anche della prima migliore fase nella storia dell’Irí in cui non fu usato come stampella per i partiti politici. Basta comparare la Rai in Italia e la Bbc in Gran Bretagna: quest’ultima è rimasta storicamente indipendente dai partiti politici e ha effettuato investimenti strategici che hanno condotto non solo a una televisione di altissima qualità, ma anche a tecnologie come l’ iPlayer e il Bbc Micro, ed è diventata motore dell’esplosione del “settore creativo” britannico che oggi genera 84 miliardi di sterline l’anno.
Secondo: come modificare la legislazione europea sulla concorrenza per consentire investimenti pubblici strategici simili a quelli che hanno fatto emergere la Silicon Valley e che hanno consentito alla Cina di assumere un ruolo guida in aree diversissime come le telecomunicazioni e le tecnologie verdi? L’Europa non sarà in grado di competere con la Cina o gli Stati Uniti senza una collaborazione pubblico-privato in queste aree, che vada oltre i sussidi inerziali.
Franco Debenedetti usa spesso il termine “mercato”, confondendolo con “imprese”. Il mercato è il risultato delle interazioni tra il settore pubblico e quello privato.
Il mio articolo evidenziava proprio i problemi che sta affrontando l’Italia su entrambi questi fronti. Fare finta che il problema sia lo Stato, descritto come ostacolo a un settore delle imprese che altrimenti sarebbe innovativo e dinamico, significa perdere completamente di vista il punto centrale. E inganna l’Italia, facendole perdere le sfide e le opportunità del XXI secolo.

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