Quante mistificazioni sull’acqua

giugno 10, 2011


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Chissà perché non votare ai referendum sarebbe poco leale, una cosa al limite del lecito, magari da fare, certo da non dire. La soglia del 50% più un voto non è come l’asticella del salto in alto, messa lì per essere superata.

Se è la legge a stabilire una soglia, le conseguenze di starci sopra o sotto sono entrambe previste ed entrambe legittime: buoni cittadini sono gli elettori che votano tanto quanto quelli che non votano. Far mancare il numero legale è pratica corrente in assemblee societarie e in sedute parlamentari. Al Senato, non partecipare al voto ha un significato, è il modo per manifestare che ci si vuole astenere: è solo la conseguenza della regola per cui un provvedimento diventa legge dello Stato solo se ha la maggioranza dei voti a favore.

Se si giudica che la soglia del quorum è diventata troppo alta, essendo aumentato in questi anni il tasso naturale di astensione, si modifichi la Costituzione. Dire che si deve andare a votare per salvare l’istituto dei referendum è una mistificazione. È solo la prima di una collezione: di mistificazioni sono farciti i quesiti, e ancor più le interpretazioni che se ne danno. Per il legittimo impedimento viene chiesta l’abrogazione di una legge di cui già la Corte ha decretato l’incostituzionalità. Per il nucleare, dopo la sentenza della Cassazione, se vincesse il referendum si creerebbe una situazione, come dire, confusa. Per l’acqua, è mistificazione far credere che in gioco sarebbe la sua privatizzazione, e che solo la vittoria dei referendum varrebbe a mantenerla pubblica.

Il primo dei due quesiti non è neppure sull’acqua, e neanche sui tubi che la portano, che restano comunque di proprietà pubblica: è per decidere se le opere pubbliche (stimate in oltre 60 miliardi) per riportare a valore decente le perdite (oggi del 37%) e tutto il ciclo dell’acqua a condizioni di Paese industrializzato quale diciamo di essere, debbano essere eseguite da chi, pubblico o privato, se le aggiudica in una gara, oppure se debbano essere pagate a piè di lista dai Comuni. Stessa sorte per altri servizi, quali il trasporto pubblico locale e la gestione dei rifiuti. C’è del metodo in ogni follia. Qui la ratio è che il pubblico è incapace perfino di far fare la gara, cioè di scrivere un buon capitolato; follia è credere che chi non è capace di controllare i propri fornitori sappia controllare i propri dipendenti (e gli acquisti). Certo, può darsi che una gara generi un extraprofitto per chi l’ha vinta. La differenza è che se a vincerla è stato un privato, l’extraprofitto va nei bilanci, lo vede l’autorità e può intervenire; se è un pubblico, va in numero di dipendenti stipendiati e in appalti generosi ai fornitori amici: e la vedete l’autorità che storna gli uni e fa licenziare gli altri?

Il primo quesito riguarda i costi dell’acqua e di altri servizi pubblici, e il referendum, se passa, assicura che aumentino. Il secondo riguarda chi li paga, e assicura, se passa, che la ripartizione sia iniqua. Com’è noto il secondo quesito vuole che le tariffe dell’acqua non ripaghino i costi per distribuirla senza perderne troppa strada facendo: l’acqua avrà un prezzo politico e la differenza la pagherà la fiscalità comunale. Anche questo quesito, glielo si deve riconoscere, dà una mano al primo per fare crescere i costi: infatti, come per tutti i beni, se si abbassa il prezzo pagato aumenta la quantità consumata, e di conseguenza i costi d’investimento e di funzionamento per fornirla. La differenza tra costo e tariffa è un regalo per chi evade, un omaggio a chi ha piscina e giardini, un incentivo a chi inquina perché inquini di più.

L’istituto di ricerca Astrid ha calcolato che se il finanziamento degli investimenti per i servizi pubblici dovrà essere fatto dal pubblico, questo comporterà un aumento del debito pubblico di circa 8 punti di Pil. Di aumentare le tasse comunali non sembra sia il caso di parlare. I Comuni, vincolati dal Patto di stabilità, non possono accollarsi i debiti delle società che possiedono interamente, né sottoscrivere gli aumenti di capitale di quelle quotate. Molte di queste città sono rette da giunte di centro-sinistra: possibile che non ci abbiano pensato? Smontare le mistificazioni da cui nascono i quesiti referendari, soprattutto quelli sull’acqua, mostrare i danni che ne deriverebbero, in termini di più costi e meno servizi, può non bastare: è prevedibile che la grande maggioranza di chi andrà a votare voterà per il sì. Smontare la mistificazione per cui non andare a votare sarebbe una cosa tra il codardo e l’antidemocratico è importante in sé. In questo caso, non votare è anche la cosa più sicura per evitare che le mistificazioni dei referendum l’abbiano vinta.

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