Privatizzare subito per restare in Europa

ottobre 1, 1992


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


«Perché voi italiani siete così a favore di Maastricht?» mi chiedeva diversi mesi fa un industriale francese.
Già, perché non occorre andare indietro di parecchi mesi, ma solo di qualche settimana: «a Maastricht, a Maastricht!» era l’invocazione generale. «Righiamo di perdere l’appuntamento di Maastricht», era la minaccia incombente. D’accordo, la lettura del trattato pare sia un’impresa scoraggiante anche per gli specialisti, ma non mi pare fuori luogo chiederci perché solo oggi vi ravvisiamo difetti. E’ colpa della svalutazione? Dobbiamo pensare che le famigerate forze della speculazione, oltre ad avere il merito di far funziona-re i mercati, hanno anche quello di far capire i trattati?

Credo che la spiegazione sìa anche una risposta alla domanda del mio amico francese. Gli italiani sono in larga misura europeisti perché non hanno fiducia nella capacità dei propri governanti di darsi comportamenti economicamente corretti. Secondo un modo di pensare che ha radici antiche nella nostra storia, pensiamo che la soluzione dei nostri problemi interni ci possa venire solo dall’estero: «Francia o Spagna purché se magna». In questo il nostro atteggiamento è quasi opposto a quello dei francesi ed inglesi. Noi invochiamo esattamente il contrario del principio di sussidiarietà, quello per cui Bruxelles interviene solo in materie che non sono regolate da norme interne dei Paesi membri della Comunità. John Osborne «ricorda con rabbia» le sue preferite sigarette turche messe fuori legge dalla Comunità; Carlo d’Inghilterra battezza gli eurocrati come «la polizia batteriologica di Bruxelles». Sentimenti del genere da noi sono praticamente inesistenti. Verso gli altri Paesi e popoli europei non nutriamo rancori, seminai invidia, mentre in Inghilterra aumenta il numero di quelli che sperano di essere, di nuovo, finalmente soli.
Già, perché noi possiamo solo sperare in Bruxelles per far dichiarare illegali bandi di gara cui sono ammessi solo consorzi a maggioranza pubblica; o per aprire i nostri mercati alla concorrenza; o per smantellare posizioni monopolistiche che riducono la dimensione del mercato, impediscono le iniziative, scaricano sugli utenti i costi e favoriscono i fenomeni di corruzione che (in minima misura) conosciamo. Solo la necessità di adeguarci ai partner europei ci ha dato l’antitrust, e l’Opa.
Noi abbiamo sperato che gli appuntamenti europei, prima quello del mercato unico, poi quello della tabella di marcia prevista da Maastricht, valessero ad indurre la nostra classe dirigente a comportamenti più seri. La svalutazione è il risultato di una battaglia perduta: una battaglia tra il «too little too late» che sembra essere il motto del nostro governo, e il «too far too fast» che è stato probabilmente l’errore di Maastricht. Ma la battaglia finale era stata preceduta da una lunga guerra, in cui gli strumenti monetari erano stati usati come leva perché la politica industriale si adeguasse ai cambi. La perdita di competitività delle nostre industrie, strette tra inflazione e cambi fissi, non è un fatto degli ultimi mesi. Il differenziale dei tassi di interesse reale Germania-Italia che è stato di poco superiore a 1,5 punti nell’89 e ’90, è diventato di 4,5 punti nel terzo trimestre ’92. Quei 3 punti in più non li dobbiamo alla Bundesbank, ma solo ai fatti che hanno generato la sfiducia nella nostra moneta. Ora nonostante la svalutazione, i nostri tassi non sono ancora scesi, perché i problemi del nostro deficit e del servizio del nostro debito sono ben lungi dall’essere stati credibilmente affrontati. E’ probabile che dovremo riprendere la strada delle svalutazioni competitive, con la conseguente difficoltà a contenere l’inflazione.
Adesso temiamo di «morire per Dresda»: anche se già nel 92 un terzo della crescita attesa del Pil dei Paesi Cee dovrebbe derivare dagli investimenti tedeschi all’Est. Certo, ci sono i rischi derivanti dalla politica tedesca di finanziarne la ricostruzione non con l’aumento del carico fiscale ma con il debito e senza rilassare gli obbiettivi di crescita della massa monetaria. Si sa: le tasse del vicino sono sempre meno cruente; e il terrore per l’inflazione è profondamente radicato nella memoria storica di tutto il popolo tedesco, la garanzia contro l’inflazione è alla base della «soziale Marktwirtschaft», il patto sociale tedesco. Entrambi i vincoli – tasse e controllo della massa monetaria – sono probabilmente indispensabili al mantenimento della stabilità politica al centro dell’Europa.
Nonostante tutto dobbiamo pensare alla crescita e alla ripresa, e questo richiede la stesura di un’agenda che vada oltre le modifiche di Maastricht od il rilassamento delle sue scadenze, ricuperando lo spirito che ha portato, 42 anni fa, alla creazione dell’Europa. Un’agenda che riparta proprio dalla scadenza del ’93 e si concentri a cogliere le opportunità di crescita connesse alla creazione del mercato unico. Ancora una volta le privatizzazioni diventano un passo cruciale, forse l’unico strumento positivo a disposizione per far si che il livello su cui ci assesteremo non sia troppo distante dai partner europei di cui abbiamo perso l’aggancio; se mai le privatizzazioni si faranno, e se saranno l’occasione per realizzare un disegno di autentica politica industriale, che riduca i monopoli, che offra opportunità alle forze imprenditoriali che esistono nel Paese, che allarghi le basi di questo nostro «capitalismo senza capitali».

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