Privatizzare contro la corruzione

luglio 13, 2011


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È impressionante l’elenco di aziende di proprietà dello Stato, o controllate dallo Stato, o a partecipazione dello Stato, o condizionate dallo Stato, che sono citate nelle cronache giudiziarie dei casi Bisignani, Milanese e Morichini.

Eni, Rai, Fs, Poligrafico dello Stato, Sogei, Finmeccanica, Enav, Enac, Ansaldo Energia, Ansaldo Breda, Oto Melara, Sogin, Sace, Ferservizi, Tecno Sky. Più l’Alitalia del tempo. Avevamo quasi dimenticato quanto fosse ancora vasta e ramificata la mano pubblica in economia, e all’improvviso le inchieste ce l’hanno ricordato. Chi cercasse davvero la causa profonda del male italiano della corruzione, è qui che dovrebbe guardare. Più ampia è la porzione di affari che viene intermediata dalla politica, più elevata è la sua discrezionalità, più forte è la tentazione di usare a fini privati il potere cosiddetto pubblico. Anche perché quel potere è gratuito.
Un manager privato risponde dei risultati delle sue scelte. Un faccendiere politico no: al massimo paga Pantalone. Non fu un caso se la grande ondata delle privatizzazioni, e cioè la vendita da parte dello Stato di aziende e pezzi di aziende, fu possibile nel clima degli anni Novanta, dopo lo shock etico di Tangentopoli
e in seguito a una crisi drammatica della finanza pubblica. Oggi entrambe le condizioni sembrano riproporsi ma, curiosamente, di privatizzazioni nessuno parla. E se qualcuno lo fa è per parlarne male.
È come se entrambi gli schieramenti politici si fossero pentiti di averci lasciato sperare, per un breve momento, in uno Stato liberale che fissa le regole del gioco dell’economia ma non vi partecipa. Hanno pesato certamente i risultati non brillanti di alcune vendite a privati di aziende pubbliche (spesso monopoliste). Ma c’è qualcosa di peggio di una privatizzazione mal riuscita, ed è nessuna privatizzazione. Esattamente ciò che accade in Italia almeno dal 2003, nel silenzio generale. Naturalmente i nostri governanti avanzano nobili ragioni per motivare il blocco di quel processo. La più nobile delle quali è l’interesse pubblico: ci sono aziende che devono essere controllate dallo Stato perché sono strategiche per il benessere della comunità. In molti casi, però, sembra che il vero interesse a che restino pubbliche sia dei privati che, per conto della politica, ne abusano nel loro interesse: concedendo favori, assegnando appalti, distribuendo consulenze, nominando amici e clienti nei consigli di amministrazione.
Dalla testimonianza di un alto funzionario del Tesoro ai magistrati di Napoli abbiamo appreso che queste poltrone, con relativa prebenda, sono suddivise in primo, secondo, e terzo livello: e che sono migliaia. È questo il vero costo della politica in Italia. Immaginiamo invece che, come propone Franco Debenedetti, per mostrare ai mercati che l’Italia fa sul serio nel ridurre il proprio immane debito pubblico il governo annunci domani che venderà la sua residua partecipazione azionaria in Enel.
Scarseggerebbe forse l’elettricità nelle nostre case o nelle nostre aziende? La pagheremmo forse di più? Né l’uno né l’altro. Oppure che ceda due reti della Rai. Peggiorerebbe l’offerta televisiva? Diventerebbe più faziosa l’informazione? Impossibile.
Prendiamo il caso Sogei, la società del Tesoro al centro dello scandalo Milanese. Gestisce l’anagrafe tributaria, e così, per ragioni di privacy, se ne giustifica la proprietà pubblica. Ma in Gran Bretagna, fin dagli anni Novanta, quello stesso servizio è stato dato in outsourcing: prima a una società americana, e poi a una francese. Ma questi sono discorsi ormai marziani in Italia. E una responsabilità pesante grava, ben oltre gli aspetti penali o amministrativi, sullo schieramento di centrodestra, che per natura e ideali avrebbe dovuto essere quello più liberale, più interessato dunque a liberare l’economia dal peso dello Stato e delle sue inevitabili clientele, e che invece ha compiuto in questi anni una regressione anche ideologica, quasi
dileggiando l’era delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni. Sembra oggi una nemesi storica che i mercati stiano facendo pagare un prezzo così alto al Paese che voleva voltare le spalle al «mercatismo».

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di Antonio Polito – Il Corriere della Sera, 13 luglio 2011

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