Prima della fine

marzo 6, 2010


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio

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Se per il Cav. il rischio fallimento è eccezionale, eccezionale deve essere l’iniziativa: elezioni anticipate

Al Direttore.
ciò che ha determinato le “incredibili figuracce” nella presentazione delle liste, è solo l’incapacità di trasformare il “popolo” in un partito? Il problema è solo quello del rapporto tra il leader e il suo “popolo”, e di come organizzare il consenso? Non sarà solo l’opposizione ad allargare il discorso dal fallimento di un’organizzazione al fallimento di una politica: ci metterà del suo anche la maggioranza quando, nel vuoto dei tre anni tra le elezioni regionali e quelle politiche, la lotta per la successione dilagherà senza pudori.

E’ evidente che dietro le figuracce e la “plastica” c’è un problema politico: Berlusconi cade in denial se pensa di riuscire, in quei tre anni, a fare le riforme che diano un senso ai 20 anni in cui è stato al centro della vita politica italiana. L’eccezionalità del rischio richiede un’iniziativa eccezionale: anticipare le elezioni politiche, giocare d’anticipo, dettare ancora una volta l’agenda. Se si vota presto, la campagna elettorale si farà “in salita”, trascinando candidati ed elettori verso una nuova prospettiva: il suo terreno preferito. Nel 2013 invece sarebbe la chiusura di un ciclo, e il relativo bilancio da trarne. Un bilancio non positivo: disattesa la promessa della riforma liberale (lasciamo perdere la rivoluzione) che superasse il compromesso cattolico- comunista –azionista del 1948; bocciata dal referendum la riforma costituzionale che rafforzava i poteri del premier; non mantenuta la promessa di ridurre le tasse; neppure iniziato il riequilibrio del rapporto dell’ordine giudiziario con il potere politico; l’occupazione dell’economia da parte dello Stato cresciuta per non averne contrastato la fisiologica tendenza, ma soprattutto ritornata arrogante di una nuova legittimazione. Quanto a innovazioni, si deve riandare all’introduzione della televisione privata in Italia; e quanto a riforme, quel poco che è stato fatto è un by product delle leggi ad personam.

Per l’opposizione, chiedere le dimissioni del governo fa parte del rituale. Ma anch’essa ha solo da perdere in questo clima da basso impero. Tre anni, pochi per Berlusconi per fare le riforme, sono troppi per l’opposizione per definire identità, programmi, leadership: un surplace defatigante. Tanto meno all’opposizione convengono i bilanci: ci ha messo più di 15 anni, dall’avviso di garanzia di Caserta al caso Mills, per capire che era suicida pensare di liberarsi di Berlusconi per via giudiziaria. Ha prodotto i due governi migliori del ventennio – senza dubbio il Prodi 1, e pur con i suoi limiti anche il Prodi 2 (non foss’altro che per aver trovato una soluzione onorevole ad Alitalia), ma non l’ha saputo trasformare in successo duraturo: ha vinto il confronto sulla capacità di governare, ha perso sulla “retorica” politica. Dal “fuoco amico” che ha colpito il primo governo Prodi, all’illusione di staccare la Lega con la riforma del titolo V, ai girotondi, al dipietrismo: l’antiberlusconismo si è mangiato il pensiero politico del centrosinistra. Ora in ogni caso le strategie dell’opposizione si collocano in uno scenario in cui il “berlusconismo concretamente realizzato” è archiviato. Infatti, per vincere, bisogna crederci; e il modo di dimostrarlo è fare progetti come se si fosse già vinto. Facciamo credito all’opposizione di esprimere ancora competenze gestionali valide: ma la sua visione del rapporto tra l’individuo e lo Stato sarà capace di intercettare il vento delle aspettative che dal 1994 ha riempito le vele al vascello berlusconiano?
Col passare del tempo, aumenta la radicalità delle riforme necessarie: ad esempio, la riforma giudiziaria, anche per quello che è successo nel frattempo, dovrà essere più profonda e incisiva di quanto sarebbe qualche anno fa; e lo stesso dicasi per le modalità in cui si presta il proprio lavoro e la misura in cui lo stato può prestare la sua assistenza. E’ possibile, da una parte o dall’altra, una coalizione e un progetto, dove i punti di consenso superino quelli di dissenso? Una cosa è certa: le probabilità, con tre anni di questo sfasciume, non aumenteranno.

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