Poco da rimpiangere

maggio 9, 2005


Pubblicato In: Corriere Della Sera, Giornali

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L’eredità di Alberto Beneduce, il fondatore dell’IRI

Gli anniversari sono occasioni per fare un bilancio del passato, confrontarlo con il presente, e trarne argomenti per indicare un futuro: é quello che fa anche Massimo Mucchetti ( Lo Stato , da imprenditore a cassettista, Corriere Economia del 25 Aprile) ricorrendo il 61esimo anniversario della morte di Alberto Beneduce.

Mucchetti ha la buona abitudine di intendere il bilancio innanzitutto in senso non metaforico, e ricostruisce i conti dello Stato imprenditore nei suoi 70 anni di vita. Risultato: 40 miliardi di € di “beneficio netto per lo Stato”. Ma qui, su un aggregato così vasto, su un tempo così lungo, qual é il reale significato di quel numero e di quella espressione? Per quello Stato, le imprese pubbliche rappresentavano circa la metà della struttura produttiva; in questi 70 anni il Paese é cresciuto enormemente; cresce il Paese, crescono insieme a lui le industrie, comprese quelle di Stato. Di più o di meno del resto del Paese, c’é semmai da chiedersi. E vien da notare che questo beneficio netto é interamente dovuto a ENI ed ENEL – neppure, a rigore, eredità di Beneduce – che con i loro utili più che compensano le perdite di tutti gli altri settori: si può guadagnare bene a fare il monopolista in un Paese che cresce.

Mucchetti rivendica il “contributo portato [dalle PPSS] alla coesione sociale in un Paese di frontiera com’é stata l’Italia nell’Europa della guerra fredda”. Ma non minore fu il “contributo” dell’ideologia dello stato imprenditore nel modellare le nostre istituzioni: penso ai famosi art. 41-43 della Costituzione, compatibili con una repubblica del socialismo reale, che tanto hanno pesato e pesano sul nostro sviluppo. E bisognerebbe mettere in bilancio anche le cose non fatte, le iniziative che non sono nate o sono cresciute storte, a causa della sola presenza, come cliente o come concorrente, dello Stato imprenditore, ricco di disponibilità finanziarie, forte di predilezioni politiche. Quanto opportunismo ha indotto nella nostra cultura imprenditoriale quella presenza incombente?
“Gli Agnelli non volevano i telefoni”: dice Mucchetti. E sarebbe una colpa? Meno male, ci mancava solo quello. Invece é certo colpa della Stet aver frenato lo sviluppo dei “suoi” stessi mercati: ad esempio difendendo il monopolio dei modem, per rivendere dieci volte più cari quelli comperati in USA, o ostacolando l’introduzione del minitel, per proteggere aziende del gruppo.

Al “pensiero forte” di Alberto Beneduce, Mucchetti contrappone il “pensiero debole” dello Stato cassettista. Se vuol prendere di mira la gestione puramente finanziaria di partecipazioni rilevanti in ex monopolisti, si é d’accordo. Se auspica che lo Stato favorisca l’evoluzione di ENI e Finmeccanica in campioni europei, si può anche convenire. Ma quando denuncia la “mancanza di una politica industriale”, allora sorge un dubbio, che va subito chiarito. Quello di Beneduce sarà stato un pensiero forte a suo tempo, ma riproposto oggi è un pensiero dannoso. Era un pensiero forte per un paese latecomer ad accumulazione forzata fatta da Stato, in cui lo stato si accolla i costi della direzione e dell’eventuale fallimento. A mercati aperti e con la sfida a salire nel valore aggiunto, visto che non siamo più latecomer, é un modello di ciò che si deve evitare.
E poi: anche sul passato ci sarebbe da riflettere. Acciaio, elettricità, autostrade furono un successo, che appare miracoloso a fronte di quello che lo Stato non sa più fare, da Salerno a Mestre via Roccobilaccio. Già con la chimica fu meno facile; e delle telecomunicazioni s’è detto. Ma il fallimento delle politiche per il Mezzogiorno, pesa come un macigno anche sullo Stato imprenditore.

Oggi, sulle nuove frontiere della tecnologia non si vede come lo Stato possa accedere meglio di un imprenditore privato alle conoscenze per decidere di investire, nè come possa giudicare meglio di un fondo specializzato quali iniziative finanziare. Oggi, pensiero debole é sperare nelle possibilità di una politica industriale che risulti dall’adattare ai tempi la lezione di Beneduce. Pensiero forte é resistere al miraggio di volersi sostituire alla capacità di scelta degli imprenditori, e operare su ciò che determina i loro autonomi comportamenti. Non mancano, ne sono assolutamente sicuro, imprenditori coraggiosi: per emergere aspettano solo esternalità positive e stabilità di prospettiva. Fare un’esternalità positiva della Pubblica Amministrazione é un compito tremendo. Ma ce ne sono altri che al buon senso appaiono quasi banali: avvicinare i soldi alle idee. Cioè finanza e cultura, banche e Università. Non potremo attenderci comportamenti imprenditoriali finché nel sistema bancario e nel sistema universitario la cultura dominante sarà quella che cerca le protezioni e difende i privilegi. Metter mano intanto a queste riforme: ecco un pensiero forte alla portata anche di uno stato debole.

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