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Perché non cresciamo: le colpe dei profeti di sventura

Pubblicato il 01/01/1999 @ 13:49 in Libri,Miei scritti e prefazioni


“Perché essere ottimisti sul futuro del lavoro”
a cura di Maurizio Rojas
Prefazione di Franco Debenedetti
Carocci Editore, Roma 1999.


1.Questo non é un altro libro sulla disoccupazione. Questo é un libro sulle false spiegazioni, sugli errori predicati dai falsi profeti. Ma a differenza dei falsi profeti che, secondo la Scrittura, prima della fine del mondo inganneranno anche i fedeli facendo miracoli, questi falsi profeti ingannano i lavoratori pronosticando per il nuovo millennio un’altra apocalisse, l’ineluttabile avvento della fine del lavoro. “Invece di fare qualcosa per la nostra disoccupazione di massa e la crescente difficoltà che incontriamo a essere parte dello sviluppo del mercato globale”, scrive Rojas ( pag. VII), “noi siamo disposti a interpretare questi problemi come l’evidenza palmare della fine del mondo qual è oggi”.

Falsi medici circondano il letto del paziente, la sua malattia é tremendamente reale. Ma questo libro non parla né della malattia né della cura, parla delle diagnosi sbagliate. Ne individua quattro e con essenziale brevità, una dopo l’altra, con lo stesso metodo, in quattro capitoletti, ne dimostra semplicemente la non sussistenza. I dati le contraddicono.

2. Per smontare le diagnosi, basta portare i dati o bisogna parlare anche dei medici? Le fallacie dei falsi profeti vengono fatte a pezzi dal rigore logico e dall’evidenza dei dati dispiegati da Rojas. Ma per lo scienziato sociale la correttezza scientifica e metodologica non é uno strumento risolutivo, come la dimostrazione per il matematico, o l’esperimento per il fisico. Lo scienziato sociale deve spiegare perché certe teorie vengano elaborate e perché si diffondano. Perché abbiamo bisogno di produrre fallacie, di credere in cose manifestamente false?
Per Rojas, la ragione sta nel crollo del comunismo. Quello era il modello alternativo per chi, in Occidente, si opponeva al libero mercato; dopo la dimostrazione del fallimento economico e sociale del comunismo, gli oppositori di allora diventano gli apocalittici di oggi. E la globalizzazione segna la fine della posizione privilegiata in cui l’Europa si era trovata in passato.
La spiegazione é logica: é sufficientemente efficace? Questa non é una discussione accademica, i testi confutati entrano nel vivo di uno dei dibattiti politici più tormentati, ed é la passione politica quella che anima le confutazioni di Rojas. Collocare queste fallacie nel dibattito politico, individuare i propri avversari é dunque l’indispensabile “istruzione per l’uso” di questo volumetto.
E’ sorprendente la trasversalità con cui sono diffuse le tesi apocalittiche: le fallacie fanno presa sia a destra sia a sinistra dello schieramento politico. Gli esempi sono moltissimi. La richiesta di politiche di chiusura verso gli immigrati, una delle conseguenze negative della credenza nella fallacia della “fine del lavoro”, è una bandiera della destra estrema xenofoba. Negli USA furono i sindacati i più tenaci oppositori agli accordi del NAFTA, ed é per le loro pressioni che Clinton fece fallire l’accordo commerciale con la Cina, probabilmente il più grave errore diplomatico di questo decennio. In Italia le 35 ore – il portato dell’altra fallacia, quella secondo cui il lavoro é una quantità data, e a cambiare é solo il numero di persone tra cui viene diviso – sono un cavallo di battaglia dell’estrema sinistra, ma verso di esse il sindacato mostra cautela se non fastidio.
In Italia le privatizzazioni, primo passo verso la realizzazione di un mercato concorrenziale, sono osteggiate sia da una parte della sinistra sia da una parte della destra. Certo non era apertamente di sinistra il neo-malthusianesimo del Club di Roma; i teorici dello sviluppo sostenibile, coloro che additano l’inevitabile catastrofe del global warming o la desertificazione del pianeta sono diffusi lungo quasi tutto l’arco dello schieramento politico. Era di destra o di sinistra chi ha votato per l’uscita dal nucleare?.
L’opposizione ai cibi transgenici viene da progressisti e da conservatori. Là dove ha solide radici, come in Germania, il movimento dei Verdi ha una componente vicina alla sinistra estrema e una che affonda le radici in un sentimento quasi romantico verso la natura.

3. Il timore della fine del lavoro non é nuovo, ha accompagnato la Rivoluzione Industriale fin dal suo nascere, e sempre si é caratterizzato per questa trasversalità rispetto alla politica. “Se si esclude la cultura scientifica”, scriveva C.P.Snow nel 1959 (Le due culture e la rivoluzione scientifica), “il resto del mondo intellettuale non ha mai provato, voluto o saputo comprendere la Rivoluzione Industriale”. Fin dall’origine, accanto ai luddisti veri, sono esistiti i “luddisti naturali”.
Le bande che tra il 1811 e il 1816 ripetevano le gesta di quel Ned Ludd che nel 1779, in un villaggio del Leicestershire, sarebbe piombato in una casa distruggendo due telai per la maglieria, avevano alleati insospettati: come Lord Byron che nel suo esordio alla Camera dei Lord del 1812, si batté contro un decreto che proponeva la pena di morte per i distruttori di macchine. Byron scriveva a Thomas Moore: “Se c’è uno scontro allora io ci starò in mezzo! Con i tessitori- i distruttori di macchine- i luterani della politica- i riformatori!” “Come i loro corrispondenti originari”, ricorda Thomas Pynchon (E’ giusto essere luddista? 1984), “i luddisti del 20esimo secolo si volgono nostalgici ad un’era trascorsa – curiosamente la stessa Età della Ragione che aveva spinto i primi luddisti alla nostalgia per l’Età dei miracoli”.
Rispetto alla vastità con cui sono diffuse le fallacie, e alla trasversalità dei consensi che riscuotono, gli orfani inconsolabili del comunismo sono una minoranza insignificante. Una minoranza oltretutto poco credibile. Sono poco credibili quelli che prevedono un esito inevitabilmente catastrofico al progresso tecnologico, se sono gli stessi che fino a ieri hanno sostenuto il progetto più follemente ambizioso di controllo non solo dell’attività umana ma perfino della sua evoluzione genetica. Sono poco credibili quelli che indicano nella globalizzazione la minaccia al nostro benessere e non l’inizio del riscatto dei poveri della terra, se sono gli stessi che fino a ieri si avvolgevano nella bandiera dell’internazionalismo.
Se presso di loro solamente trovassero ascolto le fallacie alla Rifkin o alla Forrester, non ci sarebbe da preoccuparsi eccessivamente. Ben più numerosi sono invece i “luddisti del 20simo secolo”, raccolgono tutta la gamma delle opposizioni, da chi vorrebbe “contenere gli eccessi” del mercato a chi vorrebbe ritornare ad uno stretto controllo delle attività economiche, da chi vuole imporre i nostri standard di lavoro ai paesi del terzo mondo, a chi propone di ritornare al controllo dei cambi.
Annoverano tra le loro fila filosofi come Pierre Bourdieu, e finanzieri diventati filosofi alla Soros. Quanti volonterosi Lord Byron in sedicesimo! Quanti “luterani” dentro le sicure mura – o le comode canoniche – del politically correct!
Oggi, la cornice concettuale che hanno costruito per collocarvi le proprie critiche é la tesi secondo cui la globalizzazione sarebbe in realtà il trionfo di un “pensiero unico”, e la fine del lavoro non sarebbe che una manifestazione di una ben più generale apocalissi, la fine della dialettica, dunque della storia, e l’unificazione del mondo sotto il dominio di un’unica credenza metafisica. Il laissez faire globale sarebbe solo “una variante del pensiero illuminista di soppiantare la diversità storica delle culture umane con una sola civiltà universale” (John Gray, Alba bugiarda); la globalizzazione renderebbe irreversibile il mondo al plurale; come il socialismo marxista seguirebbe un’idea di progresso umano che ha come meta una sola civiltà.

4. E’ dunque necessario risalire più indietro e ritrovare cause più remote dell’atteggiamento apocalittico, il punto dove le critiche “di sinistra” che vorrebbero diversamente flettere la direzione dello sviluppo, incontrano quelle “di destra” che vorrebbero invertirne il corso.
D’altra parte politiche pianificatorie non sono state solo perseguite nei paesi del socialismo già realizzato, ma hanno sedotto generazioni di economisti occidentali, sono state seguite o praticate anche nei paesi ad economia di mercato. Così fu con il New Deal, e rilette oggi certe frasi di F.D.Roosevelt suonano a dir poco singolari.
Ci furono anni in cui si era generalmente convinti che il comando e controllo fosse l’unico sistema per far fare i primi passi verso lo sviluppo ai paesi ex-coloniali; ci vollero decenni per capire che, senza partire per prima cosa dal mercato, i passi restavano sempre i primi e a crescere non era il PIL ma il costo degli armamenti e il potere dei dittatori. Si discusse anche da noi per tutti gli anni 60 di “pianificazione indicativa”, versione ad uso delle economie occidentali della politica sovietica di piano. Negli USA ancora nel 1974 economisti tra cui Galbraith firmarono il documento del ” Comitato d’iniziativa per la pianificazione economica nazionale”.
Il sistema delle fabbriche, il più grande risultato della Rivoluzione Industriale, in occidente prende la forma della fabbrica fordista, in Unione Sovietica del Kombinat. Pur nella estrema diversità, entrambe sono figlie di uno stesso concetto organizzativo di integrazione spinta, della stessa filosofia della organizzazione scientifica del lavoro, della convinzione che le economie di scala consentirebbero guadagni di produttività praticamente illimitati. Per i marxisti, il comunismo doveva portare la fine dell’economia politica; in occidente il keynesismo ha fatto pensare che fosse possibile mettere sotto controllo il ciclo economico.

5.”La grande richiesta di controllo o direzione “consapevole” dei processi sociali”, scrive Friedrich von Hayek, “é uno dei tratti più caratteristici della nostra generazione ed esprime lo spirito particolare della nostra epoca più chiaramente di ogni altro
cliché.
Il fatto che qualcosa non venga consapevolmente guidato come un tutto unico é ritenuto di per sé una grave imperfezione, una prova della sua irrazionalità e della necessità di sostituirlo integralmente con un meccanismo deliberatamente progettato”. (Scientism and the Study of Society) Ma é un sogno ingannevole; anzi in questo sogno sta la fallacia originaria, da cui discendono, tra le altre, quelle contro cui si appunta la critica di Rojas.
Quella che appare come la “caotica libertà dell’individuo” altro non é che “l’interazione spontanea della forze sociali [ un processo] in grado di generare un ordine utile che non si sarebbe potuto realizzare per mezzo di una guida consapevole; ogni tentativo di assoggettarli a una simile guida equivale necessariamente a limitare quello che l’attività sociale può conseguire, costringendolo entro i confini posti dalla più modesta attività della mente stessa”.
Questa pretesa porta anche oggi alle conseguenze che già Hayek indicava: “da un lato un super razionalismo, con la sua richiesta di direzione totale da parte di una super-mente, dall’altra prepara il terreno per un irrazionalismo assoluto”.

6.”Il sogno della stabilità e il ristabilimento di una comunità, che porti sotto controllo la “caotica” libertà dell’individuo”, scrive Rojas, “ha alimentato quella reazione all’economia di mercato che é il fondamento del romanticismo e delle tendenze nazionalistico – conservatrici, così come é stato il fondamento delle ideologie totalitarie del 20esimo secolo”.Si tratta di reazione o non piuttosto di incomprensione dell’economia di mercato? Io credo che sia piuttosto a quest’ultima che dobbiamo risalire, se vogliamo che il dibattito di politica economica non si svolga sulla base di fallacie, ma sui fatti. E’ l’incomprensione della razionalità profonda di quello che appare essere la “caotica libertà” dell’individuo, ciò che hanno in comune queste le posizioni.
Prendiamo la tesi sulla fine del lavoro: colpisce la irrazionalità, su cui poggia, la “crucial fallacy of composition” – secondo l’espressione di Paul Krugman – “Se l’aumento di produttività nell’industria dell’acciaio riduce il numero dei posti di lavoro per i metallurgici, allora l’aumento della produttività dell’economia riduce l’occupazione nell’economia nel suo complesso” Questa é l’ingenua conclusione su cui si fonda tutta la tesi di chi parla di fine del lavoro. “Per quale mai ragione”, continua Krugman, “la domanda dei consumatori non dovrebbe aumentare abbastanza da assorbire la produzione aggiuntiva? Se la produzione raddoppia e viene tutta venduta, raddoppiano i ricavi totali: perché non dovrebbero raddoppiare anche i consumi?”.

Tutte e quattro le fallacie oggetto delle critiche di Rojas hanno in comune questo errore logico, far diventare “legge” generale un’osservazione fatta in ambito locale. Il mutamento tecnologico introduce cambiamenti nei modi di produrre; l’ingresso di nuovi attori nella produzione e nel commercio mondiale altera i vantaggi competitivi, muta le specializzazioni dei vari paesi: tutto ciò ha effetti locali evidenti, che però non possono essere estrapolati come fatto generale. “In America, può capitare di tutto: bambini che vengono rapiti; matematici che diventano terroristi, manager che finiscono a friggere hamburger. Il punto non é se queste storie sono vero o false, é se sono tipiche.
Come stanno nel quadro globale?”

E il quadro globale é quello che dà Rojas:

- dal 1980 al 1994 il numero dei posti di lavoro nel mondo è aumentato di 630 milioni.
- nei paesi industrializzati la crescita del PIL é stata accompagnata da una crescita del numero degli occupati, e nel periodo post- fordista (1980-1994) più che in quello fordista (1960-1973)

- negli USA 7 su 10 dei nuovi posti di lavoro creati tra il 1983 e il 1995 hanno redditi superiori a quello mediano.
- i paesi ricchi producono l’80% del reddito mondiale, esportano nei paesi emergenti più di quanto importano; l’UE attrae (1992) non meno del 50% degli investimenti stranieri.

7. Un lettore italiano non può fare a meno di leggere le osservazioni di Rojas nel contesto della nostra disoccupazione che presenta esasperate le caratteristiche di quella europea continentale: per entità e persistenza, concentrazione in certe fasce di età e in certe regioni.
Non é possibile aumentare l’occupazione senza avere una crescita sostenuta, diciamo del 3% l’anno. Una politica per l’occupazione é una politica per la crescita. E l’Italia cresce pochissimo, cresce meno degli altri paesi europei.
Per crescere di più deve aumentare la nostra produttività, e questa, da quando abbiamo adottato l’euro, non può neppure più crescere con l’effetto temporaneo della droga svalutazione. E’ inutile stare a discutere sulla possibilità di avviare la gente al lavoro stampando moneta: la ricetta semplicemente non é praticabile.
Non sempre abbiamo presente l’aiuto che l’Europa, il mercato comune e la moneta comune, ci ha dato “obbligandoci” a contenere la presenza dello stato nell’economia, a mettere in ordine i conti. Ma ora i moniti e le sanzioni che arriveranno da Bruxelles e da Francoforte riguarderanno solo quelli dei nostri comportamenti che mettono a rischio il mercato unico e la moneta unica: nessuno dei nostri partner ha il mandato per farci da tutore, e neppure l’interesse a farlo.

Le ricette per crescere sono ben note. In estrema sintesi si tratta di aumentare la produttività sia del lavoro sia del capitale. Per aumentare la prima evitando una generalizzata riduzione dei salari, bisogna ridurre gli oneri diretti (dunque i contributi, dunque il costo del sistema previdenziale) e quelli indiretti (la rigidità contrattuale soprattutto del contratto a tempo indeterminato); bisogna favorire una più efficiente allocazione della mano d’opera e quindi la mobilità all’interno del mercato del lavoro (di nuovo la flessibilità); bisogna aumentare gli investimenti in capitale umano (cioè formazione, nelle scuole come programma a lungo termine, sul luogo di lavoro a breve).
Per aumentare la produttività del capitale, bisogna che le scelte di investimento siano sottratte alle decisioni politiche dei governi e delle imprese pubbliche di cui hanno ancora il controllo; bisogna ridurre il carico fiscale sugli investimenti, e questo é possibile solo se si riducono le spese della P.A. (ancora pensioni e flessibilità); bisogna ridurre i costi impropri che l’inefficienza della P.A.. fa sopportare a chi desidera investire; bisogna creare economie esterne.

8. Questo non é un libro sulla disoccupazione, e dunque questa non è la sede per fornire proposte concrete e dettagliate: esse sono oggetto dell’attività parlamentare, loro strumento è l’articolato delle proposte di legge.
Questo è un libro sulle fallacie, e dunque questa è l’occasione per aggiungere le nostre fallacie a quelle che Rojas demolisce. Tra le tante, se ne scelgono tre, che si segnalano una per la stupidità, l’altra per l’inutilità, la terza per la pericolosità.

Esemplarmente stupida é stata la resistenza opposta dall’Italia, e terminata – parzialmente- solo dopo la condanna della Corte di Strasburgo, a consentire a privati di esercitare l’attività di collocamento. Stupida e scandalosa perché fatta per proteggere l’inefficienza proprio di coloro che dovrebbero favorire il reinserimento dei disoccupati.

Inutile, perché non necessario ai fini del consenso politico, é il riproporre una nuova forma di “politica industriale”. Non solo il Governo intende “pilotare” il passaggio dalla proprietà pubblica a quella privata, ma dichiara di voler favorire il formarsi di gruppi industriali di grande dimensione, una tardiva imitazione della politica dei national champions.
Questo interventismo rappresenta un pericolo. Se ha per oggetto le imprese private, é un pericolo per il Governo: coinvolto in decisioni, e quindi soggetto a tentazioni ed esposto a critiche. Se ha per oggetto le imprese pubbliche, é un pericolo per l’economia del paese: fuori dal sistema del mercato concorrenziale e dal sistema dei prezzi, non si dà nessuna garanzia perché gli investimenti siano decisi in base alla massima redditività del capitale.
Questo rischio c’è anche per gli investimenti finanziati con stanziamento di bilancio anziché promossi con detrazioni fiscali a favore di privati. Ma, a differenza di quelli, questo non é un corso politico richiesto a gran voce da settori importanti della maggioranza o dai sindacati. E’ dunque un errore gratuito.

Pericolosa infine é la tentazione del keynesismo di ritorno, uno pseudo-keynesismo a ben vedere, che vorrebbe rilanciare la crescita con una robusta iniezione di domanda aggiuntiva: e si é parlato di destinare a consumi privati il flusso annuale del TFR, anziché usarlo per la costituzione della previdenza integrativa privata e individuale. Il pericolo di riaprire la politica di spesa, finanziandola o con debiti privati o rinunciando alla riduzione della pressione fiscale, é sempre presente. Appartengono allo stesso genere di tentazioni pericolose le proposte, anche se provengono da persone la cui ortodossia fiscale non può essere messa in dubbio, di rilassare i parametri di Maastricht e di escludere gli investimenti pubblici dal tetto che il trattato pone al deficit.
Conviene ricordare che anche secondo Keynes disavanzi di bilancio di alcuni anni devono compensarsi con anni di bilanci in attivo; mentre nella nostra storia di questi si è perfino persa la memoria.

9. Le fallacie, scrive Rojas in conclusione del suo lavoro, danneggiano proprio coloro che vorrebbero aiutare: inducono rigidità nei comportamenti degli individui, alimentano pulsioni xenofobe; il protezionismo impoverisce tutti, potrebbe far piombare il mondo in recessione. E’ la resistenza a comprendere il meccanismo dei mercati ciò che impedisce di dare soluzione al dramma della disoccupazione.
Alcune delle ricette per far crescere la nostra economia sono complicate da progettare e da attuare: una fra tutte, la scuola. Per altre invece sembra che si debba dare l’assalto a cittadelle fortificate; ampie brecce sono già state aperte nelle loro mura, sono ormai isolate, non hanno neppure più un valore strategico, ma solo simbolico: ma impegnano energie e tempo prezioso. Chi, ad esempio, può sostenere che fissare per legge le modalità di licenziamento individuale per giustificato motivo, anziché lasciarle al giudizio del magistrato, lacererebbe il tessuto della nostra società? che aumentare l’età pensionabile sarebbe una rivoluzione? che vendere il 35% dell’ENI modificherebbe il futuro industriale del nostro paese?

Coloro che combattono le fallacie e avanzano proposte di riforma non sono degli ingenui Pangloss: come la disoccupazione é in concreto la somma di milioni e milioni di drammi individuali, di persone e di famiglie, di padri e di figli, così anche l’applicazione delle ricette per uscire dalla disoccupazione comporta sacrifici, altri drammi sul piano individuale. Ed é per questo che una parte delle riduzioni di costo e una quota degli utili futuri devono andare a fornire un aiuto a chi dovrà maggiormente soffrire per questo processo di aggiustamento.
Ma quando chi sostiene queste proposte viene assimilato ad un dittatore sudamericano o a un mostro transilvano, allora conviene ribaltare l’accusa. Quanta disoccupazione ha prodotto il non aver voluto adottare norme sulla flessibilità del lavoro? A chi devono dire grazie i disoccupati che a causa di questi ritardi non hanno trovato lavoro?

I politici che hanno responsabilità di governo sostengono che la lotta alla disoccupazione costituisce un’assoluta priorità: in realtà questo è falso.
Se così fosse, si adotterebbero le riforme che, secondo la più accreditata teoria e secondo l’evidenza empirica, riducono la disoccupazione. Altra è la vera posta in gioco: l’identità della sinistra, la ridefinizione dei suoi rapporti storici con il sindacato.
“In Italia solo un governo di sinistra può fare le riforme della destra”: la frase un po’ cinica dell’Avvocato Agnelli sintetizza efficacemente il problema con cui il paese è alle prese e non a caso ritorna spesso nel giudizio degli osservatori.
Se si osserva il panorama internazionale, il giudizio dell’Avvocato Agnelli contiene un innegabile nucleo di verità. Pur appartenendo a Paesi con storie e istituzioni economico-sociali molto diverse, Clinton Blair e Schroeder – e sotto sotto anche Jospin – stanno continuando, o attuando, politiche di flessibilità e di rigore. Ma in questi Paesi la sinistra fa politiche di destra in conseguenza di una radicale discontinuità rispetto alla propria storia, perché ha saputo mettere a frutto anni di sconfitte subite dai vari Reagan, Thatcher, Kohl.
La vera differenza è che da noi, nei 45 anni in cui la sinistra e il sindacato sono rimasti ufficialmente all’opposizione, non è avvento nulla di paragonabile. Perché da una parte è stata la nostra destra a fare politiche di sinistra, dall’altra la sinistra, quando si è trovata a raccoglierne il potere, non ha dovuto prima convincere l’elettorato di avere rotto con un passato anti-capitalista.
Per mettere a frutto la lezione di Rojas la sinistra e il sindacato italiani si trovano ora di fronte a una difficile sfida: quella di operare questa scelta di discontinuità mentre esercitano la responsabilità del potere; e mentre, nel frattempo, il tempo a disposizione prima di essere giudicati dagli elettori diventa sempre più esiguo.
Se ciò non avverrà, il risultato sarà che a una sinistra incapace di fare le riforme di destra seguirà una destra che, come già è accaduto nella nostra storia recente, farà nuove politiche di sinistra.

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