Per l’Italia un futuro da hub europeo della distribuzione

giugno 5, 2002


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore

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Dal supplemento “Energia&Ambiente”

Possiamo essere ragionevolmente soddisfatti di come abbiamo recepito la direttiva europea sul trasporto del gas: possiamo cioè dire che in Italia, la separazione societaria tra attività di trasporto da un lato, e attività di approvvigionamento e distribuzione dall’altro, l’abbiamo fatta.
Merito del ministro Enrico Letta, certamente, ma merito anche del modo in cui i vertici dell’ENI hanno interpretato il mandato da parte dell’azionista, e cioè non solo valorizzare la propria azienda, ma anche favorire la liberalizzazione (a differenza cioè di quanto ha fatto l’Enel di Franco Tatò).

E’ vero che il controllo di Snam Rete Gas è ancora saldamente nelle mani dell’incumbent ENI (a sua volta saldamente controllato dallo Stato): ma il suo riconfermato Amministratore Delegato, Vittorio Mincato, in occasione della presentazione dell’indagine conoscitiva sull’energia condotta per iniziativa di Bruno Tabacci, presidente della Commissione Attività Produttive della Camera, ha affermato che anche sulla dismissione della partecipazione di controllo non ci sono ostacoli pregiudiziali.
Un’affermazione da apprezzare: anche se è facile osservare che la proprietà dei tubi diventa superflua quando la propria posizione sul mercato è stata assicurata, scegliendosi cioè i propri concorrenti.
All’Eni è stato consentito di scegliere lei a chi vendere gli 8 miliardi di metri cubi di importazione libica, anziché venderli con procedura d’asta. Si è ripetuto dunque nel mercato del gas quello che era già avvenuto nel mercato dell’energia elettrica, dove ad Enel è stato consentito di scegliere a chi vendere le GenCo da dismettere. In campo elettrico, dove almeno la Francia nei riguardi della direttiva comunitaria di liberalizzazione ha cercato di salvare la forma, per ostacolare la conquista di Edison da parte di EdF abbiamo addirittura fatto una legge; nel gas consentiamo che, di quegli 8 miliardi di metri cubi, 2 ritornino in Italia “targati” Gas de France, un monopolio di stato ancora più ferreo di EDF.

Nondimeno, la politica seguita dai governi dell’Ulivo ci conferisce credibilità a Bruxelles. Per la separazione societaria, come ricordato, ma anche per avere scelto, tra le due opzioni che offriva la direttiva europea, quella degli accessi regolati alla essential facility. Invece la Germania, avendo optato per la soluzione degli accesi negoziati, ha di fatto trasformato il suo mercato del gas in un oligopolio blindato. E della Francia già s’è detto.
Era proprio impossibile forzare di più un gioco di sponda con Inghilterra e Spagna che riuscisse a rompere, o almeno mitigare, il blocco protezionista centroeuropeo? Perché qui sta il punto: é a Bruxelles che si gioca la partita decisiva. Ancor più che nell’energia elettrica, dove in fondo creare concorrenza all’interno di ciascuno dei grandi paesi europei è tecnicamente possibile, se lo si vuole, un mercato del gas in cui ci sia vera concorrenza può esistere solo nella dimensione europea.
Per ragioni economiche, troppo grandi essendo gli investimenti da fare a monte nelle infrastrutture, e per ragioni geografiche. I tratti adduttori in territorio straniero dei tubi che portano il gas in Italia restano di proprietà ENI: quello in territorio austriaco, da Tarvisio verso la Russia; quello francese da Passo Gries verso l’Olanda, e quello sottomarino verso la Tunisia e l’Algeria. E lo stesso sarà per quello il gasdotto con la Libia da costruire. La tesi, secondo cui, dato che la capogruppo è italiana, le disposizioni di legge relative ai gasdotti si applicano indipendentemente dal territorio in cui sono localizzati i tubi, tesi sostenuta anche da Franco Tatò, non è passata.

Il protezionismo, è noto, nuoce in primo luogo a chi lo pratica: la regola trova uno straordinario esempio anche nel caso del trasporto del gas. Infatti se c’è un paese che può trarre vantaggio da una politica di piena liberalizzazione di queste infrastrutture è proprio l’Italia. Per una serie di ragioni storiche e geografiche – paradossalmente, anche per essere più degli altri dipendenti dall’estero per i nostri fabbisogni energetici – in Val Padana abbiamo una consistente dotazione di gasdotti. A cui potrebbe aggiungersi quello che, con un breve collegamento tra la Puglia e la Grecia, immetterebbe il gas iraniano in Italia e, attraverso l’Italia, in Europa.
Noi abbiamo dunque la concreta possibilità di diventare un hub europeo per il trasporto e la distribuzione del gas: sarebbe un fatto di notevole importanza economica e geopolitica. Certo, per riuscirci, ci si deve conquistare la fiducia di affidabilità e serietà. Una contraddizione con l’adozione di pratiche medievali, quali pretendere un pedaggio su tutto il gas che transita: quello cioè che vuole fare la regione Sicilia. E siccome in Sicilia la maggioranza al governo gode di una posizione di controllo quasi assoluta, la contraddizione diventa anche politica.

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