Pensioniamo Robin Hood. L’opposizione si liberi dal mito antiborghese del lavoro dipendente

ottobre 11, 1994


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Il ritorno a temperature incandescenti di nodi istituzionali di fondo di questo governo non deve far distogliere l’attenzione dai problemi economici, e quindi dalla legge finanziaria. Altri problemi incombono: conflitto di interessi, Rai, inchieste giudiziarie; ma intanto questa finanziaria appare di importo adeguatamente severo da meritarsi il plauso del Fmi, e da levare vento dalle vele di chi aveva predicato il rigore; ponendo mano a un insostenibile modello previdenziale, provoca ‘l’errore dovuto’ dello sciopero generale, induce il sindacato a scoprire il fianco di alcune pratiche consociative e a intaccare il patrimonio di anni di moderazione; formalmente mantiene la promessa di non introdurre nuove imposte, limitandosi a prorogarne di vecchie; ricorre largamente al condono.

Rispetto alla finanziaria si sono avuti due tipi di critiche: per alcuni (Andreatta, Baldassarri) la manovra è criticabile non tanto per ragioni di equità, ma strutturali, quindi più sul versante delle entrate che su quello della spesa. Per altri invece questa è una finanziaria mirata; in assoluta coerenza con tutta l’azione del governo fin dall’elezione di Scognamiglio al Senato, è una manovra ‘contro’ anziché la manovra ‘con’ che era stata tentata e parzialmente realizzata con in governi Amato e Ciampi. Sicché le opposizioni si sentono invitate (da Pirani, Repubblica del I Ottobre) a unirsi e rappresentare i vasti interessi «soprattutto del lavoro dipendente»: stare al gioco, ridursi a rappresentare gli interessi della parte maggiormente colpita. Cioè la sinistra eterno sparring partner della maggioranza. Aver ottenuto questa divisione potrebbe essere il risultato politicamente più interessante della finan-ziaria: delimitare il campo d’azione dell’opposizione, in particolare di quella progressista, ridotta a difendere le ragioni di (una parte) dei pensionati e del lavoro dipendente, incalzata per di più dalla sua componente estrema.
Val la pena di analizzare la singolare catena di ragionamenti che porta a questa conclusione: si parte dall’esame della finanziaria; si produce l’analisi di chi maggiormente è chiamato a pagare il prezzo del rigore; da questa si induce un’interpretazione sociologica di chi ha eletto questa maggioranza; la si compatta attribuendole la natura strutturale di un ‘blocco sociale’ ; blocco sociale che alla fine viene svalutato e demonizzato. Il percorso logico iniziato con l’esa me della finanziaria si conclude individuando una strutturale spaccatura, che lascia all’opposizione il ruolo di Robin Hood di interessi minoritari e perdenti, contro una maggioranza che difende interessi di bottega e corporativi. Così Scalfari, nel saggio sul tramonto della borghesia (nell’ultimo numero di Micromega) individua un «aggregato sociale» che comprende «la piccola borghesia commerciale e industriale, il piccolo commercio, la piccola e media impresa, il lavoro autonomo e tutto il grande pianeta del terziario che in gran parte coincide con l’economia sommersa, con il nordismo, con un liberismo molto spinto e molto corporativo».
Non solo si attribuisce alla maggioranza un’omogeneità di composizione e una compattezza di interessi maggiori di quanto probabilmente sia nella realtà; ma questo ceto sociale è descritto come strutturalmente conflittuale con l’interesse generale, colpevole di aver tradito le virtù (in realtà chissà dove e quando praticate) di una idealizzata borghesia, di non avere «denunciato le inefficienze e gli spaventosi ritardi di questo nostro sgangheratissimo Stato» dopo avere «per parte sua robustamente contribuito ad aggravarli e approfittarne». Ma se questa è l’immodificabile natura e l’irredimibile colpa della maggioranza, vengono comminati trent’anni di confino anche all’opposizione italiana, come già al laburismo inglese (che ora almeno conta su una… riduzione della pena).
Questa maggioranza poggerà pure su «un coacervo indistinto di interessi» (Pirani), ma è contro ogni evidenza at-tribuirle l’incapacità di operare per la protezione dei propri interessi di lungo periodo, la propensione a considerare l’I-talia come terra di sfruttamento e non come luogo di investimenti: può davvero credere che la manovra possa consi-stere nel raschiare il barile, anno dopo anno? Nulla fa pensare che al suo interno non ci siano ampie forze che si ren-dono conto benissimo che dal risanamento dei conti pubblici dipende la possibilità di dotare il paese di infrastrutture indispensabili per non essere tagliati fuori dallo sviluppo europeo, che la strada della svalutazione competitiva, cioè di svendere i beni nazionali, alla lunga porta al depauperamento dei propri patrimoni, che il ruolo assegnato alle forze produttive non può essere solo quello di reagire meccanicamente alla sperata riduzione del tasso di sconto. Queste forze sanno benissimo che al risanamento dei conti dello Stato non basterà chiamare sempre e solo i deboli, che la tanto decantata rivoluzione fiscale non può trascinarsi in eterno di condono in condono.
Questi interlocutori esistono: a essi l’opposizione non deve limitarsi a offrire la pace sociale o la moderazione salariale, o il patto dei produttori. Deve acconciarsi al fatto che non ci sono più proposte di destra o di sinistra, ma solo proposte migliori o peggiori. Se è vero questo, non basta neppure chiedere, come fa Romiti, apprezzamento per gli aspetti positivi della finanziaria: essa va inserita in una prospettiva politica, e questa consiste nel dare adeguato respiro all’espressione di esigenze imprenditoriali di lungo periodo. Senza intrecciarsi con la soddisfazione di quegli interessi, la tutela dei soli redditi dipendenti non è una strategia che regga con efficacia il sistema-paese.

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