Pacifismo

gennaio 12, 2023


Pubblicato In: Varie

Questo che segue non è un documento mio, ma quello che avrei voluto scrivere. “Quel Grido da Verona” di Carlo Rovelli sul Corriere dell’8 Gennaio mi aveva profondamente infastidito. Ma quello che mi ha davvero indignato è che la pagina dei commenti del giornale della borghesia italiana, su cui siamo soliti leggere i profondi ragionamenti e le sagge riflessioni di Angelo Panebianco, di Sabino Cassese, di Mario Monti, più recentemente di Alberto Mingardi venissero lordate da una, non breve, “lezione” di sedicente pacifismo. Ricevo oggi una replica di Giovanni Cominelli che mi sembra faccia ragione delle intollerabili falsità e distorsioni del brano del noto fisico. Lo pubblico qui, sicuro che incontrerà consensi.

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Gariwo, 11 gennaio 2022

Un pacifismo assoluto come coperrtura della violenza


di Giovanni Cominelli

Il mondo reale e il mondo dei pacifisti, almeno così come ce li presenta Carlo Rovelli sul Corriere della Sera dell’8 gennaio, non potrebbero essere più sideralmente distanti. 

Il mondo reale: c’è un Paese – la Russia – che aggredisce l’Ucraina, perché ritiene che il popolo russo e il popolo ucraino sono un popolo solo e che, piaccia o no, l’Ucraina deve appartenere alla zona d’influenza russa. Tanto più che l’Ucraina sta scivolando da anni verso l’Europa e verso la NATO.

Alle spalle sta la teoria geopolitica dell’euroasiatismo. Secondo questa teoria, la Russia ha una vocazione di civiltà nazional-imperiale, che coinvolge l’Est europeo centro-balcanico, fino a Istanbul, e l’Ovest asiatico più vicino, fino alla Cina. “Ortodossia, popolo, autocrazia”, questa la piattaforma elaborata nel periodo zarista della seconda metà dell’800, che Putin ha letteralmente ripreso. In profondità scorre carsicamente un fiume “teologico”: Mosca come Terza Roma ortodossa, vocata a salvare l’Occidente materialista, individualista, immorale e decadente.

Timofei Sergeitsev, politologo molto accreditato al Cremlino, aveva già scritto nel maggio del 2021, parlando dell’Ucraina, che era necessaria “l’eliminazione dei vertici della sua leadership, ma anche l’eliminazione degli stessi nazisti dall’influenza e dal coinvolgimento nell’ideologia e nella pratica naziste”. Dunque “una pulizia totale”, “eliminando alla radice ogni elemento nazionalista ucraino, compresa la stessa nozione di “Ucraina” come entità distinta dalla Russia”: “un Paese denazificato non può essere sovrano. Lo stato denazizzante – la Russia – non può procedere da un approccio liberale riguardo alla denazificazione”. L’Ucraina – e gli ucraini – quindi, deve cessare di esistere. Si chiede una politica di sterminio e di russificazione. Nulla di nuovo. È stata per due secoli la politica degli Zar e poi di Stalin.

D’altronde, le circostanze politiche favorevoli per un’annessione dell’Ucraina non mancavano all’inizio del 2022. Come osserva Francesco Strazzari in “Frontiera ucraina”, “l’affanno economico causato dalla pandemia di coronavirus, il ritiro americano da Kabul, la fine dell’era Merkel in Germania, le incertezze per il voto presidenziale in Francia e, più in generale, il montare delle forze politiche sovraniste e nazionaliste in Europa disegnano una cornice propizia per concepire un’azione risoluta e risolutiva”.

Detto fatto! Nella notte del 24 febbraio 2022 Putin tenta di occupare la capitale, di liquidare il governo legittimo e di assassinare Zelensky. Fallito tragicamente il blitz all’aeroporto di Hostomol, la Russia ha incominciato a bombardare, a fare stragi di civili, a scavare fosse comuni, a torturare, stuprare, uccidere, a ridurre le città a cumuli di macerie. A quasi un anno da quella notte, i bombardamenti quotidiani continuano, senza tregua. Quella di Natale si è rivelata fasulla.

Secondo una statistica, stilata, forse, da un Salomone redivivo, sarebbero già stati uccisi 100 mila soldati ucraini e 100 mila russi. Ne sapremo di più, forse, tra qualche anno. Intanto, intere città e villaggi rasi al suolo.

Che occorra fermare questa “inutile strage” è opinione di ogni persona per bene su questo pianeta.

Come farlo? È qui che compaiono il mondo reale e quello dei pacifisti, convocatisi a Verona, capitale del pacifismo per un giorno, il 7 gennaio.

Dopo due guerre mondiali, gli esseri umani, divisi per nazioni, territori, culture e Stati sovrani – ma i pacifisti di Verona credono che esista solo l’umanità e basta – hanno creato degli organismi sovranazionali e delle regole – si chiama diritto internazionale – per prevenire i conflitti e, quando comunque scoppiano – per porvi fine. La prima regola fondamentale è quella del rispetto della sovranità degli Stati, quale che sia il regime al loro interno. La base della pace è il rispetto dei confini, che non sono stati tracciati da un Dio agrimensore, ma dalla storia sanguinosa degli uomini.

In particolare, se uno Stato-nazione è grosso, non perciò è autorizzato a schiacciare il vicino più piccolo. La prima regola è che la forza non è una regola. E chi la pratica deve essere bloccato. Come? Con la moral suasion, se l’invasore si persuade, sennò con la forza, legittimata internazionalmente e, se necessario, rinforzata internazionalmente.

Ma a Verona si è dichiarato solennemente “… che un confine non vale la vita di migliaia di giovani che muoiono, per ordine altrui, per spostarlo qualche chilometro più a Est o a più Ovest”. Già, come se i confini non avessero a che fare con la storia concreta degli uomini, ma fossero capricci passeggeri. Come se i confini non separassero istituzioni, culture, lingue, civilizzazioni, regimi.

Andrea Riccardi ha lamentato che “il governo ucraino abbia rifiutato il cessate il fuoco e predichi una guerra a oltranza fino alla completa vittoria”. Solo che per gli Ucraini “la completa vittoria” non consiste nel conquistare un pezzo di territorio russo, ma semplicemente nel ripristinare la piena sovranità sul proprio, sanguinosamente violata dai Russi. Se la Resistenza ucraina a oltranza comporta il sacrificio di migliaia di morti, il suggerimento implicito che viene da Verona è che non vale la pena che si combatta e si muoia per la sovranità nazionale e per le libertà che ne conseguono. Se uno Stato più grosso divora quello più piccolo, pazienza!. L’importante è sopravvivere. No, per i pacifisti la difesa delle proprie libertà è un puro purissimo accidente. La storia appartiene ai forti, i deboli si pieghino. Se Golia si erge minaccioso, Davide se la dia a gambe. Mons. Pompili, vescovo di Verona, tocca l’apice del cinismo ineffabile, quando dichiara: “Ci focalizziamo su alcuni orrori, per giustificare una pretesa di dominio su miliardi di esseri umani”. “Alcuni orrori”: Bucha, gli stupri, le torture, gli esodi forzati, la distruzione di migliaia di abitazioni, l’esodo di milioni di profughi… Una reiterazione dell’Holodomor a 90 anni di distanza.

Al fondo, Carlo Rovelli chiarisce bene il punto: il vero colpevole è l’Occidente, sostantivo cui Putin aggiunge l’aggettivo “collettivo”. “L’Occidente, che si autodefinisce «comunità internazionale», è una piccola isola nel pianeta, ha perso il dominio economico, ha perso il dominio culturale, mantiene uno strapotere militare con cui impone il suo predominio su una ben più vasta umanità, che sempre di più non ne vuole più sapere della nostra arroganza”.

Democrazia, libertà, diritti umani e civili sono puri flatus vocis… occidentali. Alla fine, questo pacifismo assoluto funziona come copertura della violenza bruta degli oppressori.

Forse servirebbe ai nostri cattolici pacifisti leggere la Dichiarazione – pubblicata da “La nuova Europa”, nata nel 1960 come “Russia cristiana ieri e oggi” – di un gruppo di cristiani russi, che non possono firmare direttamente, perché esposti alle rappresaglie di Putin, ma che compaiono in video, rischiando comunque il carcere.

Tra i punti della loro piattaforma: “l’aggressione militare russa contro l’Ucraina è un delitto contro la legge divina”; “ i crimini reali o immaginari degli altri Stati non possono giustificare i crimini commessi dal nostro”; “… denunciare il male e sostenere il ritiro immediato delle truppe dall’Ucraina”…

Lo slogan non è “tutte le armi tacciano”, bensì “le armi russe tacciano”, perché se i Russi si ritirano nei propri confini, anche le armi ucraine taceranno. Improbabile che gli Ucraini vogliono andare a Est verso la Russia. Tendono piuttosto, per loro libera scelta, a Ovest.

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Qui di seguito la “lezione” di Carlo Rovelli.

Corriere della Sera, 08 gennaio 2023

Quel grido di pace da Verona


di Carlo Rovelli

Una folla straripante e commossa, che la più grande aula del palazzo della Gran Guardia nella centralissima piazza Bra non è riuscita a contenere: così si è conclusa sabato sera a Verona la grande mobilitazione «Natale tempo di pace», lanciata da Europe for Peace e svolta in numerose città europee, per chiedere un cessate il fuoco in Ucraina. Una serata intensa, dove culture ideali e politiche diversissime si sono trovate affratellate nella stessa accorata richiesta per una pace urgente e concreta.

C’è un sentire ampiamente diffuso fra gli italiani, che fatica a trovare ascolto nella politica nazionale, e trova poco eco nella stampa nazionale. La convinzione che fermare il massacro sia più importante che i calcoli di geopolitica, fermare la distruzione selvaggia sia più importante di presunte lezioni da impartire; che un confine non valga la vita di migliaia di giovani che muoiono, per ordine altrui, per spostarlo qualche chilometro più a Est o a più Ovest. E che aumentare la quantità di armi in un Paese in guerra non porta pace: al contrario, non fa che estendere il conflitto. Il vescovo di Verona, monsignor Domenico Pompili, Maurizio Landini, segretario nazionale della Cgil, il sindaco di Verona Damiano Tommasi, fresco di uno splendido successo elettorale che ha sorpreso molti in Italia, Andrea Riccardi, ex ministro, uno degli artefici degli accordi di pace che hanno posto fine al lungo conflitto in Mozambico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Vanessa Pellucchi, portavoce del Forum del Terzo settore, Rossella Miccio, presidente di Emergency, la donna che ha ricevuto e fa crescere la preziosa eredità di Gino Strada, e Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento, che ha organizzato l’evento: a Verona linguaggi molto diversi hanno dato insieme una voce articolata ma coerente a questo diffuso sentire, che la politica fatica a riconoscere.

Andrea Riccardi ha esortato tutti a non lasciare decisioni importanti come quelle che riguardano guerra e pace nelle mani di pochi. Ha ricordato con tristezza come il governo ucraino abbia rifiutato il cessate il fuoco e predichi una guerra a oltranza fino alla completa vittoria, quando «completa vittoria», oggi, significa radere al suolo intere regioni, e decine di migliaia di morti. La guerra non la paga chi la proclama, ma i poveretti che la subiscono. Rossella Miccio ha ricordato come il rifiuto della guerra non sia ideologico, ma sia radicato nella conoscenza diretta della guerra, del suo orrore, dell’immenso dolore che porta. Ma credo che l’intervento che più ha lasciato un segno (lo scrivo da ateo) sia stato quello di monsignor Pompili, vescovo di Verona. Siamo sempre alla ricerca di un nemico, sia questo l’Islam, la Cina, o la Russia. Siamo alla ricerca dello scontro. Siamo istruiti, e la stampa non fa che istruirci, a scontri di civiltà. A demonizzare il nemico, ripetendo all’infinito le sue nefandezze (le nostre sono sempre veniali, irrilevanti). È questa demonizzazione degli altri a essere demoniaca in primo luogo. Non ci interroghiamo sulle ragioni degli altri, non vogliamo accettare la diversità, la pluralità, la possibilità di influire con dialogo ed esempio. Ci focalizziamo su alcuni orrori, per giustificare una pretesa di dominio su miliardi di esseri umani. Da questo scontro ideologico continuo dobbiamo uscire. A chi giova? — si chiede monsignor Pompili. Diciamo che abbiamo fatto della democrazia la nuova divinità da imporre al mondo, ma non è vero: la vera divinità vincente è il dio denaro, il dio potere. Il vitello d’oro della Bibbia. Dobbiamo ri-trasformare il nemico, noi per primi, nei nostri occhi, da demonio in fratello, e renderci conto che questo pianeta dobbiamo condividerlo nella fratellanza, non disputarcelo con le armi.

Io sono commosso di incontrare nella mia Verona, proprio a Verona, queste voci molteplici nelle quali pur nella grande diversità, come tantissimi italiani mi riconosco profondamente. Compagni di strada che oggi si adoperano per un immediato cessate il fuoco in Ucraina e per l’apertura di una immediata conferenza di pace internazionale. Penso che stiamo facendo un errore grave. Ci stiamo raccontando che siamo i buoni del mondo, i difensori della giustizia, ci stordiamo di chiacchiere sulla malvagità altrui. La realtà è tutt’altra. L’Occidente, che si autodefinisce «comunità internazionale», è una piccola isola nel pianeta, ha perso il dominio economico, ha perso il dominio culturale, mantiene uno strapotere militare con cui impone il suo predominio su una ben più vasta umanità, che sempre di più non ne vuole più sapere della nostra arroganza. Le base militari di questo piccolo ottavo degli abitanti del mondo, armato fino ai denti, costellano il pianeta. Mi sembra che l’Occidente sia di fronte a fronte a un bivio: o imparare a condividere il mondo, collaborare, rispettare gli altri Paesi, lavorare insieme agli altri, come ci chiedono gli altri, sui problemi veri e comuni, il riscaldamento climatico, le pandemie, la povertà… come non fanno che ripetere le voci migliori nelle istituzioni internazionali, i leader religiosi del mondo, l’intera comunità scientifica. Oppure continuare, come stiamo facendo, la logica della infinita competizione e di «chi comanda», il delirio guerresco di predominio militare globale, la logica dell’estenuante demonizzazione di chiunque non si sottometta. E così portare il mondo verso la catastrofe. Anche l’Italia ha un ruolo in questa scelta. Anche la nostra timida leadership. Anche ciascuno di noi. Anche questo giornale. Il futuro dipende anche da noi.

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