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Operazione Pirelli Telecom: progetto cercasi

Pubblicato il 01/08/2001 @ 12:30 in Giornali,Il Sole 24 Ore


Aspetti del controllo di Olivetti-Telecom da parte dei gruppi Pirelli e Benetton

Oltre agli aspetti di natura industriale e finanziaria, che sono stati e continueranno ad essere valutati da analisti e da investitori, l’acquisto del controllo di Olivetti-Telecom da parte dei gruppi Pirelli e Benetton ne presenta anche altri di natura pubblica, sui quali è opportuno avviare una discussione. Pubblica, ovviamente, nel senso di come la politica influenza le aspettative degli operatori, ne orienta le scelte, ne determina la maggiore o minore propensione al rischio.

Neppure se questo fosse il più coerentemente liberista dei Governi, esso potrebbe considerare esterni al suo campo di interesse temi quali la struttura industriale del paese, la sua specializzazione produttiva, le sue fonti di finanziamento.
In quest’ottica conviene considerare insieme le due operazioni, quella Fiat su Montedison e quella Pirelli su Olivetti-Telecom, che, nel volgere di pochi giorni, hanno cambiato la faccia al capitalismo italiano. Tre osservazioni saltano agli occhi.
Primo: il forte aumento di concentrazione che si è verificato, sicché oggi in pratica, e senza fare torto a nessuno, in Italia sono tre i maggiori gruppi industriali, controllati rispettivamente da Agnelli, Berlusconi e Tronchetti Provera.
Secondo: si tratta i entrambi i casi di investimenti nel settore delle utilities, energia elettrica, telefoni, che si aggiungono a quelli in autostrade e autogrill di Benetton, e alla partecipazione negli aeroporti trovata in Montedison; e a quelli di Berlusconi nella TV generalista, anch’essa ormai una commodity, in stabile regime oligopolistico con l’operatore pubblico.
Terzo: l’elevata leva finanziaria che caratterizza entrambe le operazioni, e cioè il numero di società nella catena tra la finanziaria che detiene il controllo e la società in cui si produce la massima parte dell’utile: cinque, di cui quattro quotate, tra IFI ed Edison; sette, di cui sei quotate, tra Camfin e TIM; inoltre molte di tali società hanno più categorie di azioni, alcune di esse hanno un elevato grado di indebitamento. La stabilità della struttura proprietaria viene assicurata da meccanismi di controllo indiretti che alla fine risultano poco efficienti ai fini della trasmissione dell’utile a monte, e poco soddisfacente per gli azionisti di minoranza. Inoltre presenta rischi di incappare in conflitti di interessi. Da questo punto di vista la struttura messa in piedi da Colaninno per controllare Telecom presentava a miio avviso elementi di novità: due fondi chiusi, dunque non quotati (HOPA e Bell), a controllo di 3 società quotate (dopo l’eliminazione del veicolo Tecnost). Il calo delle quotazioni di borsa (e il cattivo risultato di altre operazioni che alcuni soci avevano voluto intraprendere nell’euforia dei primi tempi) rivelò i limiti di questa struttura. Non avendo seguito le regole della buona corporate governance, quelle che suggeriscono separazione delle cariche e largo ricorso a consiglieri di amministrazione esterni – probabilmente il suo errore fatale – commise alcuni passi falsi che gli alienarono l’appoggio dei fondi. I suoi tentativi di fare evolvere questa struttura facendo di Olivetti un polo finanziario laico non avevano trovato interlocutori disponibili.

Concentrazione, tipo di specializzazione industriale, finanziamento del controllo. Hanno una radice comune? La crisi del sistema Mediobanca, in parte perché superato dall’evoluzione della finanza mondiale, in parte perché combattuto da governi e da influenti settori dell’opinione pubblica. La convalescenza del nostro sistema bancario, che fa di Via Nazionale in ultima analisi il vero crocevia di tante strade. Il ruolo ambiguo concesso delle Fondazioni bancarie: corteggiate per compiacere i notabilati locali, e perfino come possibili casseforti in cui mettere il controllo della stessa Banca Centrale, da un lato si è tollerata la loro partecipazione al controllo delle banche e dall’altro si vorrebbero impedire loro investimenti anche nel comparto assicurativo. Infine – e ci si vergogna quasi di ripeterlo – l’assenza di fondi pensione. Si aggiunga il vincolo del mantenimento del controllo in mani italiane: alla fine restavano solo i massimi gruppi industriali che avessero forza, credibilità, credito per acquistare le utilities privatizzate.
Si ha così l’apparente paradosso di un Governo che si regge sui voti della gran maggioranza di piccoli imprenditori, che fa conto sulle loro aspettative, stimola i loro investimenti, cerca di guadagnarne la fiducia per creare il clima espansivo di “un secondo miracolo economico”: e che appena due mesi dopo il suo insediamento registra l’ampliamento dell’area di business dei due più grandi gruppi industriali.
Il compiacimento del Governo per le due operazioni non si è fatto attendere. Per quanto riguarda le due aziende, Montedison e Telecom, che hanno avuto storie così tormentate, è sicuramente molto positivo che finalmente una prospettiva di stabilità si apra per il loro futuro. Ma per quanto riguarda il futuro del nostro sistema industriale, queste vicende fanno sorgere alcune domande per la futura azione di Governo.
Nelle relazioni del Governatore, nelle giornate di studio di Confindustria, puntualmente riprese da questo giornale, si lamenta il fatto che la nostra industria investe più nell’innovazione di processo che di prodotto, sicché ci riduciamo a fare sempre meglio prodotti sempre più maturi; si rileva con preoccupazione quanto sia miserevolmente bassa e in calo la percentuale di PIL spesa per la ricerca. Chi metterà le risorse per la ricerca, chi sosterrà le imprese lungo la rischiosa strada dell’innovazione di prodotto? Le banche? Le Fondazioni? L’autofinanziamento delle piccole imprese? Come convincerli a comprare meno Bentley per finanziare l’innovazione? Come farlo quando una quota così grande di risparmio mondiale va a finanziare il deficit della bilancia commerciale degli USA?

La seconda domanda riguarda le partite ancora aperte: ENI, Enel, Rai, ancora da privatizzare. Qui il Governo non può esimersi dal fornire risposte e impegni precisi. Si è visto che le buone intenzioni non bastano, quando queste non si basano sui meccanismi automatici di mercato. Che cosa vuole il Governo? Come intende procedere affinché queste partite vengano sistemate in modo da evitare un ulteriore aumento di concentrazione? Concentrazione che potrebbe anche coinvolgere le cruciali partite di Generali e Corriere della Sera.

Infine i fondi pensione. Ridurre il grado di copertura della previdenza pubblica è indispensabile perché ci sia incentivo a creare quella complementare; il minor coefficiente contributivo di equilibrio che così si determina, insieme al nuovo TFR, fornisce i necessari flussi finanziari. Altrimenti i fondi pensione non decolleranno mai. Delle due l’una: o realisticamente concludiamo che l’assenza dei fondi pensione conviene a tutti, poteri economici e forze politiche, e allora smettiamo la stucchevole commedia di lamentarla. Oppure Governo, Confindustria e sindacati diano luogo a un lungimirante progetto. A chi scrive parrebbe che tutti e tre dovrebbero trovare dalle vicende di questi giorni ragioni per considerare se non sia nell’interesse generale lo sviluppo di sistemi che consentano altri modi di finanziamento delle nostre industrie e che le avviino verso nuovi percorsi di sviluppo.

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