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Niente mercato senza la RAI privata

Pubblicato il 29/07/2003 @ 15:03 in Giornali,Il Sole 24 Ore

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Il sistema e le regole

30 luglio 2003 – Nell’avanzare su questo giornale proposte emendative della legge Gasparri, prima che essa iniziasse il suo percorso in Senato, assumevo un punto di vista e miravo a un obbiettivo. Il punto di vista: “prendere sul serio” il testo governativo; l’obbiettivo: affidare ai meccanismi di mercato concorrenziale l’allocazione delle risorse in un settore dove più vivaci sono innovazione tecnologica e di prodotto, e che assorbe risorse crescenti di reddito e di tempo dei cittadini.

A legare premesse e obiettivo erano cinque capisaldi che la legge doveva a mio giudizio assumere. 1.Ridefinire in modo più corretto il Sistema Integrato delle Comunicazioni, aprendo alle aggregazioni nel settore. 2.Privatizzare la Rai entro metà 2005. 3.Porre un limite delle risorse in capo ad ogni operatore che non intaccasse l’integrità del perimetro aziendale Mediaset più Mondadori. 4. Obbligare però tali due aziende allo standstill finché 5. constatato l’instaurarsi di effettiva concorrenza, la competenza sarebbe passata all’ordinaria autorità antitrust.

Il mio tentativo non ha avuto fortuna. Nessuno dei cinque capisaldi è stato accolto nel testo della Gasparri. Di conseguenza, cade a mio giudizio la possibilità di poterla davvero “prendere sul serio”. Bisognerà ricominciare appena possibile da capo. perché questa legge non risolve nessuno dei problemi che per un convinto sostenitore del mercato vanno affrontati anche quando si parla di tv e media.
La privatizzazione della RAI era il passaggio cruciale. Invece il testo uscito dal Senato sostanzialmente non privatizza la RAI. Anche ammettendo che il Tesoro vendesse, nessuna per quanto mitica public company potrebbe formarsi e governarsi con le regole disposte dalla Gasparri; che invece ad una Mediaset integra nel suo perimetro aziendale e salda nella sua proprietà, apre spazi per ulteriormente espandersi anche con acquisizioni nella carta stampata. Dov’è il mercato concorrenziale? Qui sta il fallimento della Gasparri, non nella sua presunta incostituzionalità. E’ vero che la sentenza 466 del 20 Novembre 2002 è perentoria nel dichiarare incostituzionale la legge che “non prevede la fissazione di un termine finale certo, e non prorogabile, che comunque non oltrepassi il 31 dicembre 2003″ per mandare su satellite una rete Mediaset. Ma poche righe prima, al “considerando” n.11, la Corte Costituzionale scrive: “è appena il caso di precisare che la presente decisione [...] non pregiudica il diverso futuro assetto che potrebbe derivare della tecnica di trasmissione digitale terrestre[...]“. Ci ha pensato Gasparri a trasformare il condizionale “potrebbe derivare” in un imperativo: la RAI (art. 25 comma 2) deve realizzare almeno due blocchi di diffusione digitali tali da raggiungere il 50% della popolazione entro il 1º gennaio 2004, ed il 70% un anno dopo. Che si usino i danari pubblici del canone per imporre alla RAI investimenti che evitino problemi al suo concorrente, è questione di moralità pubblica, soggetta a giudizio politico.

Si dovrà ricominciare, appena le condizioni politiche lo renderanno possibile e scontando nel frattempo inevitabili ulteriori ritardi nell’intero settore per effetto degli errori della legge, anche sulla base di quanto è emerso nel dibattito parlamentare. Dibattito che ha visto, oltre al dilagare dei “nemici della RAI privata”, anche il permanere di un equivoco: la volontà di usare una legge che liberalizza un settore economico per risolvere problemi politici, due per la precisione, quello del conflitto di interessi e quello del pluralismo.
Del primo si è già detto su queste pagine: una legge di settore sarebbe necessaria anche se Berlusconi vendesse tutta Mediaset; e il conflitto di interessi resterebbe anche se usasse il ricavato per comprare una banca, o un’azienda elettrica. Quanto al pluralismo, un liberista è convinto che è il mercato concorrenziale stesso a garantire agli utenti un ventaglio di opinioni e punti di vista. Certo che concorrenza e pluralismo non sono la stessa cosa: in un regime concorrenziale il potere di mercato di ciascuna impresa è controllato dall’azione disciplinatrice dei concorrenti, anche solo potenziali; invece per il pluralismo conta la disponibilità effettiva per l’utente di fonti di informazione alternative e sostanzialmente diverse. Il liberista non ha obbiezioni di principio verso una decisione politica che intenda tutelare direttamente il pluralismo dell’informazione. Ma ha obbiezioni al proposito di determinarlo fissando limiti all’audience, o alle quote di mercato, o alla raccolta pubblicitaria. Questo non è necessario: ci può essere pluralismo anche quando alcune imprese detengono una quota di mercato elevata, purché l’utente (spettatore TV o acquirente di giornali) abbia a disposizione varie alternative. Non è sufficiente: persino in un paese in cui il mercato dell’informazione fosse perfettamente concorrenziale, nel caso limite in cui la larga maggioranza della popolazione la pensasse allo stesso modo, il pluralismo richiederebbe di mantenere aperta una voce per l’esigua minoranza. E’ inutilmente dannoso: porre un limite alle quote di mercato delle imprese, crea distorsioni nella libertà di fissazione dei prezzi da parte delle imprese, frenandone l’innovazione e ingessandole; senza dare alcuna garanzia rispetto al pluralismo.

La legge Mammì (223/90) poneva limiti in termini di numero (non più di tre, tra canali televisivi e giornali nazionali), non di quote di mercato. Fu, credo, Bossi, nel periodo in cui minacciava “una bella antitrust” contro il “Berluskaiser” ad immettere nel dibattito il criterio della quota di mercato. Questo. entrò nella Maccanico (249/97), che usa termini – tipico quello di posizione dominante – propri delle legislazioni antitrust, ma con definizioni più rigide. La Gasparri vuole porsi in continuità con la Maccanico, ma ridare flessibilità alle imprese: a tal fine allarga a dismisura i confini del mercato a cui si applicano i vincoli, inventandosi un aggregato economicamente eterogeneo di 25 miliardi di euro, il Sistema Integrato delle Comunicazioni, e impone ad ogni impresa di non superare il tetto del 20%.

All’audience non si comanda: né nel senso di limitarne la quota massima, ma neppure in quello di esigerne una soglia minima. La decisione politica di tutelare il pluralismo direttamente ha quindi un costo per il sistema. Una soluzione può essere di spalmarlo su tutti gli operatori del settore, come onere legato alla concessione. Un’altra potrebbe essere quella di usare tutto o parte del canone, che la Gasparri assegna alla RAI per 12 anni, per finanziare un canale “pluralista”.

Il mercato dell’informazione non è diverso dagli altri, a tutelarlo basta la normativa sulla concorrenza. Ci sono altri settori dell’economia in cui è necessario che due gruppi di operatori, in questo caso gli inserzionisti pubblicitari e i telespettatori, siano entrambi presenti per garantire alle imprese margini di profitto positivi: si pensi al mercato delle carte di credito e di debito, a quello delle applicazioni software e dei giochi per computer. Una condizione però è irrinunciabile: che i concorrenti siano almeno due. Nel settore della televisione generalista, la sola impresa che può diventare concorrente reale di Mediaset in tempi ragionevoli è la RAI, meglio se aggregata a qualche grande gruppo editoriale. Perché ci sia concorrenza è essenziale liberare la RAI dai vincoli operativi e di governance che la bloccano: privatizzarla, intieramente, senza vincoli statutari che la condannino a essere un soggetto anomalo, non contendibile, non integrabile societariamente con altre imprese. Proprio ciò che la legge Gasparri non fa, che pochi anzi quasi nessuno ha chiesto nel dibattito parlamentare, che pochissimi hanno detto di volere anche nel mondo delle imprese, e che pure, un giorno o l’altro, dovrà avvenire: augurandosi, che ciò sia, più che per la constatazione dei disastri, per il convincimento dei vantaggi.

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