Net economy,città a confronto

aprile 11, 2000


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


Quando gli scossoni di Borsa prendono i titoli di prima pagina, qual­cuno può essere indot­to a pensare che la new economy sia solo bolla specu­lativa, quotazioni stratosferi­che sottratte alla forza di gravità dei conti economici. Invece la new economy è soprattutto un nuovo settore economico, i suoi prodotti e i suoi risultati possono diven­tare altrettanto tangibili di quelli della old economy. Se c’è il terreno economico e culturale adatto. Ne è un esempio questa «storia di due città».

Nei giorni scorsi sono ap­parse le prime pubblicità di Fastweb, la società che of­fre, prima a Milano e poi in Lombardia, servizi di comu­nicazione e accesso a inter­net a banda larga. Fastweb è il prodotto di e-Biscom, la società della net economy andata in Borsa recentemen­te suscitando qualche polemica e un ecce­zionale interes­se dei rispar­miatori: la ri­chiesta è stata oltre 20 volte la disponibilità; il titolo, offerto a , 160 euro, è schizzato oltre 300. Ai corsi di venerdì l’azien­da vale 23.000 miliardi. Fa­stweb realizza quello che proponevo cinque anni fa ai sindaci delle grandi città: attirare imprenditori dando loro la possibilità di innerva­re la città con fibra ottica e quindi su quella vendere tele­fonia e televisione, servizi voce dati e immagini. Cinque anni fa Telecom si chiamava ancora Stet, era ancora pub­blica, e per rendere difficile la sua privatizzazione aveva annunciato un faraonico pia­no di cablatura nazionale. Il Comune di Torino, anziché tentare la strada di attirare un privato, giudicò più natu­rale seguire quella di accordarsi con il monopolista pub­blico, ottenendone l’impe­gno a collegare le principali industrie e banche della cit­tà e inoltre i principali uffici pubblici. E anche la rete della regione è servita solo a collegare le Usl. Il progetto è stato realizzato: ma nessuno ne parla, e quindi non pro­muove consumi privati né ini­ziative d’impresa.

A Milano il servizio non c’è ancora, ma chi pensa dove impiantare un’azienda sa che potrà disporre di una delle infrastrutture più mo­derne al mondo. A farlo sape­re sono stati anche i quasi tre milioni di risparmiatori che hanno fatto la coda per mettere a disposizione 3.200 miliardi per questo progetto. A rendere possibile l’impre­sa ha contribuito l’aver collo­cato sul mercato il 49% del­l’Aem, perché la quotazione in Borsa ha reso evidente la necessità di far fare al priva­to quello che il pubblico non sa fare. E l’Aem, socia di Fastweb al 40%, ha visto il suo valore crescere di 13.000 miliardi. Certo Torino è più piccola, meno interessante per un investitore: ma pote­va cercare di essere la prima mentre ora insegue cercando di concludere un analogo accordo con Albaco. E, non a caso, l’Aem è ancora tutta pubblica.

Torino ha dato la priorità alla razionalizzazione del servizio pubblico, per moder­nizzare le infrastrutture ab­biamo scelto la strada dell’ac­cordo tra l’amministrazione pubblica e quello che allora era il monopolista di Stato. Milano invece ha iniziato a privatizzare, ha puntato sul­la crescita trainata dal consu­mo privato, ha dato fiducia a un gruppo di imprenditori nuovi. Torino ha scelto l’in­vestimento produttivo, Mila­no ha puntato sugli investito­ri finanziari.

Come disse Mark Twain, «sono le differenze di opinio­ne a far correre i cavalli».

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