Meglio concentrare le energie sulla crescita

agosto 25, 2011


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Il dibattito sugli Eurobond si è arricchito della proposta di Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio. Fin dal nome, Eurounionbond, appare evidente che lo scopo è di creare uno strumento non puramente finanziario, ma funzionale a un preciso obbiettivo di politica industriale a livello europeo. Infatti tutte e quattro le caratteristiche innovative che gli autori vantano – nella formazione del capitale, nelle risorse con cui remunerare i bond, nel modo con viene investito il ricavato, nei vantaggi che questo strumento offrirebbe – la politica industriale ricopre un ruolo essenziale.

In dettaglio:

- La quota di capitale sottoscritto da ogni stato della Ume del costituendo Fondo Finanziario Europeo (Ffe) deriva da conferimenti di beni reali: accanto all’oro, già previsto da analoghi piani, qui compaiono anche le azioni, di proprietà pubblica, “di società settorialmente omogenee nell’energia, nelle telecomunicazioni , nei trasporti”.
- Il Fondo Finanziario Europeo levereggia i 1000 mld del suo capitale emettendo 3000 mld di bond, al tasso del 3%: gli utili distribuiti dalle aziende concorrono, per la quota di spettanza, a pagare i 90 miliardi di interessi annui.
- 700 dei 3000 miliardi raccolti sono investiti per “unificare e far crescere imprese continentali nella energia, nelle telecomunicazioni, nei trasporti, delle quali il Fondo Finanziario Europeo diventerebbe azionista”.
- Nella gestione dei restanti 2300 miliardi investiti nel debito degli stati della Ume, il Ffe agirebbe in modo non opportunistico ma stabilizzante per rendere difficile la speculazione: cioè non farebbe operazioni di mercato ma terrebbe i titoli congelati fino a maturità. Quindi la sola gestione “attiva”, caratteristica del fondo, sarebbe quella delle partecipazioni industriali.

Riassumendo: ciò che c’è di nuovo negli Eurounionbond è la creazione di un Ministero delle Europartecipazioni statali per la gestione dell’esistente, quella di un Union-IRI per unificare le imprese di stato esistenti nei vari paesi e per crearne di nuove di zecca. Una sorta di piano Guarino dilatato all’Europa. Solo a pensare ai criteri con cui valutare, alle strategie verso cui guidare, alla nomina dei vertici da cui far gestire, alle omogeneità da creare (per non essere da meno, i Tesoro riacquisterà Telecom?), sembra che il solo scopo di questa nuova missione caratterizzante, sia quello di fare apparire facile la tradizionale missione finanziaria. Stupisce che questa proposta sia avanzata proprio dal Presidente Prodi: le grandi privatizzazioni del suo primo Governo furono spiegate come una scelta politica di liberalizzazione: furono i suoi detrattori a svilirla, accusando Prodi di avere ceduto alla necessità di far cassa, “svendendo”. Quanto alle partecipazioni restate in capo al Tesoro, Romano Prodi certamente ricorda che l’allora D.G. Mario Draghi, per ridurre al minimo le problematiche di governance, precisò che esse sarebbero state gestite in ottica puramente finanziaria. In epoche successive, di quell’ottica finanziaria vennero date, quanto a politica dei dividendi e scelta dei manager, interpretazioni estensive, non tutte esemplari. Solo per ricordare difficoltà teoriche ed esperienza pratica di partecipazioni di stato in imprese quotate.

Tanto dovrebbe bastare. Ma altre incongruenze non sono da meno, e meritano almeno un accenno di sfuggita. Con l’euro, come le banche centrali sono diventate parte del sistema delle banche centrali europee, così è l’oro che esse avevano: se lo si spostasse dal SBCE al nuovo fondo, non è che la cosa sarebbe senza ripercussioni sull’euro. Molte partecipazioni industriali sono state vendute alla CDP, battezzata privata: per cederle al nuovo fondo, il Tesoro dovrebbe ricomprarle, quindi indebitarsi. Il Ffe congelerebbe una parte del debito pubblico degli stati: non sono evidenti le ragioni per cui un titolo meno liquido debba scoraggiare la speculazione; è invece certo che, se la parte del debito detenuta dal Ffe appare godere di maggiori garanzie, l’altra parte appare averne di minori. E sopra ogni altra considerazione: anche questo strumento non elimina, perché non può eliminare, il fatto che di essere un sussidio che i paesi a tripla A erogano agli investitori perché questi comperino non i loro titoli ma quelli di stati a più alto rischio.

E qui gli Eurounionbond potrebbero prestarsi a un’altra interpretazione: la contropartita del maggior onere finanziario, che la Germania in primo luogo dovrebbe sostenere, potrebbe essere quella di esser il socio di riferimento, in pratica con poteri di indirizzo strategico e di gestione operativa, nella UnionIRI e nei grandi investimenti europei che il Ffe dovrebbe finanziare. Interpretazione certamente né prevista né auspicata degli autori. E neppure dotata di potere seduttivo: il Mercato Unico è basato sulla concorrenza e sulla eliminazione degli aiuti di stato, e proposte di questo genere, ancor più avanzate da chi, con Partecipazioni Statali e IRI, ebbe la più alta quota di PIL intermediata dallo Stato, non sono certo tali da incontrare favori in Europa.

Resta una domanda: perché invece di sfornare un nuovo marchingegno sul debito, Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio non usano la loro esperienza per proporre e la loro autorevolezza per fare accettare ricette per fare crescere il Paese, e così pagare gli interessi e progressivamente ridurre la percentuale del debito sul PIL?

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