L’unica politica industriale di cui abbiamo bisogno

dicembre 1, 1995


Pubblicato In: Varie


Sta per ricomparire la ‘politica industriale’? Da alcuni, per ora deboli segnali, c’è da temerlo: lo ha evocato in un’intervista il ministro C16, e anche alcuni, commentatori e politici, che pure si professano in favore delle privatizzazioni, invocano i superiori interessi nazionali: non disperdere un patrimonio, le poche grandi aziende che ci sono, finiremo per dare tutto agli stranieri, i privati non sono poi granché meglio, ricordiamo Telettra, Finsiel farà la stessa fine, eccetera eccetera: tutto l’armamentario di vecchi argomenti rigurgita, quando si tratta di venire al dunque, di giudicare i concreti esiti delle dismissioni.

Obiezioni in gran parte valide: solo che così argomentando si racconta solo metà della storia. Per illustrare l’altra metà vorrei portare alcuni fatti tratti dalla mia personale esperienza. Si tratta di vicende che ormai appartengono al passato, che coinvolgono aziende in cui non ho mai avuto interessi economici e con cui non ho più da tempo alcun rapporto di lavoro: a esse ormai mi lega solo il ricordo delle cose realizzate e di quelle progettate, e di tante condivise passioni: nessuno può dunque pensare che sia mosso da interessi personali.
Da presidente della Tecnost, volevo acquistare un’azienda di impiantistica telefonica, che aveva come principale cliente il gruppo Stet (e come poteva essere altrimenti?). Il proprietario palesò la sua intenzione di vendere alla Stet, questa si dimostrò molto interessata: non persi neppure il tempo di formalizzare la mia offerta, e l’azienda venne venduta al gruppo telefonico pubblico.
Stessa storia per un’azienda di apparecchiature di controllo di schede elettroniche impiegate nelle centrali telefoniche: in quel caso la trattativa fu un po’ più serrata, ma l’esito era evidentemente scontato in partenza.
Passiamo ai servizi informatici. Presidente della Olivetti Information Services, avevo l’ambizione di creare un grande gruppo di software italiano e intavolai (per due volte) trattative per l’acquisto di Finsiel. Non è qui il caso di ricordare i dettagli di un’operazione certamente complessa, ci furono senza dubbio anche errori da parte nostra: ma l’ostacolo principale fu l’impossibilità di mettersi d’accordo sul valore da riconoscere al rapporto privilegiato tra pubblica amministrazione e azienda pubblica.
Attorno ai grandi settori dell’elettricità, dei telefoni, dei trasporti c’è un alone di attività minori, ed esse pure vengono condizionate dall’intervento pubblico. Esse pure sono un mercato: la ‘politica industriale’ prima l’ha ristretto, e ora cerca di trovare nel fallimento del mercato ragioni per la propria resurrezione: una profezia autoavverantesi. La logica per cui si è cercato di riformare il sistema delle partecipazioni statali introducendovi comportamenti mutuati dalle aziende private, ha anche avuto effetti collaterali negativi: se devono agire come imprenditori privati, perché Stet o Finmeccanica non possono cercare di allargare la propria sfera di influenza, cogliere economie di scala o di scopo? E, d’altra parte, perché il proprietario di un’ impresa non dovrebbe approfittarne, e trovare nella vendita al pubblico la soluzione più facile e conveniente per superare le difficoltà del momento (economiche o di ricambio generazionale)?
Quelli che ho citato sono esempi minori, si dirà; ma anche così si è ristretto il mercato. Colpa anche di mancanza di iniziativa dei privati, di visioni di breve termine, di familismo: sacrosanto, ma il quadro non è completo senza ricordare gli effetti negativi della presenza stessa dell’imprenditore pubblico, e quindi della filosofia di ‘politica industriale’ come l’abbiamo praticata.
Adesso probabilmente ne dobbiamo pagare il prezzo: l’uscita da un’economia statalista non è un pranzo gratis per nessuno. L’unica politica industriale di cui abbiamo bisogno è quella volta alla costruzione del mercato. Adottarne altre sarebbe come sottoscrivere una cambiale: si paga più tardi, ma si paga di più.

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