L’isterica disputa per il “braccialetto Amazon” è assurda tecnofobia

febbraio 6, 2018


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Politica e sindacati colpiscono sotto elezioni un simbolo della modernità. Appunti per discutere di tecnologia e lavoro

Se la simbolizzazione dell’istinto, l’intervento di meccanismi difensivi, e la produzione di conflitti sono, come dice l’enciclopedia Treccani, le componenti riconoscibili dell’isteria, sembra proprio che come tale debba essere qualificata l’ondata di reazioni suscitate dal “braccialetto Amazon”: l’istinto ha fatto di quel braccialetto il simbolo di ogni aggressione, ha allertato difese a tutto campo, ha prodotto l’estensione del conflitto.

Ripercorriamo l’episodio nel suo divenire. Tutto è nato da una falsa notizia: perché non è un braccialetto e non esiste. Ma “braccialetto elettronico” si presta a essere preso come simbolo della condizione dell’operaio prigioniero in fabbrica, legato ai ritmi della catena di montaggio, sorvegliato dai capireparto perfino nelle sue esigenze fisiologiche, discriminato per le sue idee politiche. Tutte cose che da decenni non appartengono più alla realtà industriale italiana, e che non hanno alcuna possibilità di riemergere in futuro. Non ci andava molto a capire che Amazon non ha brevettato un sistema per robotizzare l’uomo (in quel caso perché tenere l’uomo?), e che invece un dispositivo per segnalare all’operatore dove e quale oggetto prendere da uno scaffale è uno di quelli che Industria 4.0 chiama “cyberfisici” , e che ammette all’iperammortamento del 250%. Il testo di legge li definisce come “dispositivi wearable, apparecchiature di comunicazione tra operatore/operatori e sistema produttivo, dispositivi di realtà aumentata e virtual reality, interfacce uomo-macchina (HMI) intelligenti che coadiuvano l’operatore a fini di sicurezza ed efficienza delle operazioni di lavorazione, manutenzione, logistica”. La “tortura” del braccialetto sarebbe analoga a quella che ci infligge uno dei Citymapper che usiamo per farci guidare nella ricerca di una località, e una vibrazione non è un elettroshock. E poi, se un dispositivo oltre a diminuire l’affaticamento aumenta la produttività, che male c’è?

Per prevenire che la questione venisse riportata alla sua reale inconsistenza, il conflitto viene esteso alla possibilità che il dispositivo, quando mai venisse costruito e adottato, possa servire a controllare le prestazioni dei lavoratori. Materia, questa, disciplinata dallo statuto dei lavoratori, che la subordina a un preventivo accordo con i lavoratori, e ora innovata dal Jobs Act: nel senso di consentire il controllo a distanza per esigenze produttive, per la sicurezza del lavoro, per la tutela del patrimonio aziendale, sempre, naturalmente, subordinato ad accordo collettivo stipulato dalle rappresentanze sindacali. E così si è potuto estendere il “conflitto” al Jobs Act, e al preteso generale indebolimento delle garanzie prodotto dall’abolizione dell’art.18: così passando dal futuro remoto nei magazzini di Amazon, al futuro prossimo della campagna elettorale. Clima, questo, ideale per lanciare allarmi, per la minaccia alla privacy, per l’uso incontrollato dei nostri dati personali, per i rischi del nostro futuro digitale.

Anche in USA c’è vivace attenzione ai problemi che pone la dimensione dei Big Tech, soprattutto in tema di privacy e di antitrust. In Europa prevale un sentimento tra diffidenza e ostilità, con la Commissione che cerca di coprire con il manto della superiorità del nostro modello culturale e sociale la sostanziale invidia per avere finora mancato tutti gli appuntamenti con la rivoluzione digitale. Noi non siamo l’unico Paese europeo ad avere magazzini Amazon; in tema di protezione dei diritti dei lavoratori, non siamo secondi a nessuno quanto ad apparato legislativo ed interpretazioni giurisprudenziali: perché in Germania o in Francia la vicenda sembra non aver avuto alcuna risonanza, e da noi invece quattro ministri hanno ritenuto di dover intervenire per rassicurare i lavoratori ed ammonire l’azienda? Forse abbiamo troppo presto dato per scontato che l’ostilità verso l’uso della tecnologia nell’organizzazione capitalistica del lavoro, soprattutto se di modello americano, il pregiudizio verso l’industria, tanto maggiore quanto più questa è grande, fossero solo più un ricordo di un passato da tempo metabolizzato. E se a suscitarlo fosse il clima di campagna elettorale, sarebbe ancor peggio. In ogni caso c’è una lezione da trarre dall’isteria di quel venerdì: c’è molto altro da “iperammortare” se vogliamo che industria 4.0 coinvolga davvero tutto il Paese. In particolare tutti i lavoratori.

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