L’iniziativa di Telecom e gli spot dell’esecutivo

giugno 20, 2017


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Il Ministro De Vincenti minaccia di chiedere i danni a TIM. Il sottosegretario Giacomelli preannuncia l’intervento del Governo per evitare il danno pubblico che l’azienda provocherebbe investendo in banda ultra larga nelle aree svantaggiate (tecnicamente, zone bianche) per le quali il governo ha stanziato risorse da assegnare con gara. Nella storia della telefonia italliana si sta per scrivere un nuovo capitolo.

Il ritardo italiano nella copertura con banda larga deriva, come è noto, dal divieto di fornire anche noi televisione via cavo, per non fare concorrenza al monopolio delle trasmissione via etere di cui godeva la “nonna” di TIM: invece i paesi dove che hanno avuto la Tv via cavo si sono trovati già pronta un’infrastruttura facilmente convertibile alla fibra. Colmare questo ritardo è stato uno degli obbiettivi strategici su cui si era fortemente impegnato Matteo Renzi (gli altri essendo risolvere i problemi ILVA e MPS). Il modo per realizzarlo gli era stato offerto dall’ENEL, che aveva provvidenzialmente “scoperto” una sinergia tra contatori elettrici e fibre ottiche. Il governo aveva quindi stanziato risorse per cablare le zone bianche con tecnologia “fiber to the home” e indetto le gare per assegnarle, una delle quali è stata vinta da OpenFibre, joint venture tra Enel e Cassa Depositi e Prestiti. Adesso TIM ha lanciato Cassiopea, progetto di portare la fibra in comuni anche all’interno delle zone bianche, ma con risorse proprie e tecnologia “fiber to the cabinet”, “Arriveremo due anni prima – ha detto l’A.D. di Tim, Cattaneo – e a minor costo”. Questo non piace al ministro e al sottosegretario, che hanno minacciosamente reagito.

Senza conoscere e analizzare il bando di gara non si riesce a sapere dove stiano ragione e torto. Impossibile che TIM non si sia accorta se nel bando era nascosta una sorta di monopolio (perpetuo?) per il vincitore, impossibile che Governo e Autorità non sapessero dei progetti di TIM. Vogliamo supporre che, giuridicamente, ministro e sottosegretario abbiano pure qualche appiglio prima di lanciare minacce. Ma quello che è certo è che politicamente hanno perso una clamorosa occasione. Infatti potevano attribuire al governo il merito di avere talmente pungolato TIM da indurla prima a investire ben 11 mld in tre anni nelle zone nere e grigie, e adesso a mettere soldi propri anche dove prima non gli bastava neppure l’aiuto pubblico: in tal caso il loro spot a favore dell’intervento pubblico avrebbe avuto il plauso dei tanti statalisti che non aspettano altro. E invece hanno fornito a TIM uno spot pubblicitario gratuito: e cioè che fibra vuol dire TIM, che TIM la porta dappertutto, che TIM investe mentre i suoi concorrenti hanno bisogno di codicilli, di sussidi e di protezione.

Ma soprattutto il loro intervento è stato uno spot sui danni della “insana idea della politica industriale”. “Scegliere il vincitore” Matteo Renzi lo intendeva in un senso, come dire, molto personale. Per raggiungere il suo obbiettivo usò la politica industriale nel modo più classico: scelse l’azienda, la sua (al 23,6%) Enel; scelse la tecnologia, “fiber to the home”; scelse le località di intervento, le aree “a fallimento di mercato”. Andando così incontro alle note conseguenze. Conflitto tra obbiettivo politico del governo e obbiettivo aziendale dell’impresa controllata. Contraddizione logica di volere rimediare alle manchevolezze del mercato abolendolo. Rigidità introdotta in un mercato in continuo movimento: quella che era un’area a “fallimento di mercato”, con l’iniziativa TIM non lo è più, la locuzione che si voleva far credere descrittiva si rivela essere prescrittiva. Adesso si profila all’orizzonte la conseguenza di “scegliere i vincitori”: la necessità di “salvare i perdenti”. Oggi, di fronte all’eventualità che OpenFiber non riesca a raggiungere gli obbiettivi del suo business plan a causa di un concorrente che prima non c’era, Ministro e Sottosegretario non esitano a correre in suo aiuto, bollando come danno all’interesse pubblico il fatto che un’azienda privata persegua il suo.

I governi, nazionali o locali, dovrebbero tenerlo a mente: l’intervento pubblico altera sempre la concorrenza. Anche quando non crea monopoli per legge (come fece per la Stet per soffocare in culla la TV via cavo), li crea di fatto per il suo stesso potere. Se il pubblico vuole ridurre il potere di monopolio di un’azienda, è contraddittorio che lo faccia reclamando per sé quel potere. Forse peccava di ottimismo chi proponeva di modificare l’art.41 introducendo in Costituzione il divieto di intervento pubblico là dove già c’era un mercato privato: ma almeno che non si proibisca al mercato di operare là dove c’è il pubblico.

Dopo aver difeso i tassisti contro Uber, le locande contro Airbnb, i proprietari di pullman contro Flixbus, adesso il governo difende la “sua” azienda contro il concorrente. Se questo è l’esempio, non stupiamoci se il Parlamento è renitente ad approvare la legge sulla concorrenza neppure dopo averla debitamente svuotata: niente niente ci fosse rimasto qualche altro piccolo interesse da proteggere.

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