Lettera al Direttore di Sette

dicembre 11, 2015


Pubblicato In: Varie


Caro Direttore,

probabilmente Federico Fubini, quando è venuto alla cena annuale dell’Istituto Bruno Leoni, non aveva letto bene l’invito. Forse è anche arrivato un po’ tardi e non ha sentito le poche parole che avevo detto in apertura di serata.

Chiedevo che la borghesia, non solo quella imprenditoriale, non solo quella dell’1%, sostenesse le nostre battaglie per la libertà: di innovare, di sperimentare, di fare profitto.

Sono, va da sé, battaglia che si possono legittimamente condividere o meno. E così Fubini non ha capito che quella era una cena di fund raising: la cena a cui era stato invitato da uno dei nostri sponsor costava un po’ di più di quanto si paga in un discreto ristorante; e di fund raising era pure l’asta che si è svolta durante la cena (nello specifico, per finanziare le nostre “prime lezioni di economia” nelle scuole).

In un’asta siffatta il prezzo di aggiudicazione è la somma del prezzo commerciale più il prezzo che si dà a battaglie che si considerano giuste. Tradotto: chiunque abbia partecipato a quell’asta sapeva benissimo che la stessa bottiglia di Bourbon, sul mercato, si paga un decimo. I restanti nove decimi erano un prezzo d’altra natura: il prezzo che si dà a una battaglia che si considera giusta.

Al dottor Fubini, autorevole commentatore di vicende economiche, vorremmo suggerire prudenza: confondere l’indice dei prezzi al consumo con l’indice della generosità, e dedurne l’andamento dell’inflazione, potrebbe indurre in errore le autorità monetarie.

All’amico Fubini vorremmo consigliare di non andare a un’asta di beneficenza con l’idea di fare un affare: si procurano solo delusioni, a se stesso e a chi si dà da fare per raccoglier un po’ di soldi per un’idea in cui crede.

La risposta di Federico Fubini
Francamente non capisco. Nessuno ha mai messo in discussione le motivazioni dell’asta, che non contesto e non sono il punto dell’articolo. Il punto è un altro: i prezzi che le persone più abbienti sono disposte a pagare oggi stanno salendo molto più in fretta dell’indice generale dei prezzi, quell’asta ne è un esempio, e questo dice qualcosa sulla struttura dei redditi e dei patrimoni nell’epoca di quantitative easing delle banche centrali. Non c’è nessun giudizio di merito o di natura morale né sull’Istituto Bruno Leoni, né sull’asta di autofinanziamento in sé.




Il giorno 27 Novembre 2015 Federico Fubini aveva scritto
I prezzi vanno a due velocità
Qualche sera fa sono entrato in una grande discoteca di Milano nelle stesse ore in cui a Hannover veniva annullata la partita di calcio fra Germania e Olanda e l’intero stadio di Wembley a Londra cantava la Marsigliese. In quella discoteca non si avvertiva una sola striatura della stessa tensione. Nessuno sembrava avere il minimo timore che questo potesse diventare un nuovo Bataclan. La sicurezza, se c’era, era poco visibile. Il pubblico era composto da circa seicento esponenti della comunità italiana degli affari. Li riuniva l’Istituto Bruno Leoni, l’unico think tank che propugna il libero mercato in Italia. E non si poteva certo addebitare agli organizzatori, ma magari alla struttura del Paese, se molti di quei manager riuniti in discoteca per celebrare la libertà d’iniziativa economica erano in realtà alla guida di settori protetti, o pubblici, o strettamente regolati dallo Stato. Mi ha colpito piuttosto qualcos’altro: hanno tenuto un’asta. Era un’idea dell’Istituto Bruno Leoni per finanziarsi. Vende oggetti con rilancio su un maxischermo attraverso messaggi dal telefonino. Dopo circa mezz’ora di questa asta, una maglia firmata del portiere azzurro Gianluigi Buffon è stata piazzata per 2015 euro. Una lezione di golf con un maestro a 750 euro. Una cena con un famoso giornalista è salita da 550 a 3.100 euro. Una modesta quantità di tartufo bianco a 1.050, e una bottiglia di Bourbon del Kentucky a 650.

Il caso ha voluto che mi trovassi al fianco di una rappresentante della Bundesbank mentre contemplavo sul tabellone le spese dei manager italiani. «Ecco, vede», mi ha detto. «Non c’è deflazione». Conoscete l’argomento: la Banca centrale tedesca contesta la tendenza della Banca centrale europea a creare moneta allo scopo di prevenire un avvitamento dei prezzi verso il basso. La Bundesbank sostiene che in realtà l’eccesso di inflazione è dietro l’angolo e dovremmo evitare scelte troppo comode, che la alimentano. Aveva ragione quella signora. Quella sera in discoteca non c’era deflazione. Nessuna caduta dei prezzi dovuta all’impoverimento e al calo dei consumi. C’era piuttosto iperinflazione, come nella Repubblica di Weimar. Aumenti dei prezzi ogni cinque minuti.

Il dettaglio che sfuggiva alla mia compagna di tavola era che questa si poteva definire l’inflazione dell’«uno per certo». L’inflazione dei ricchi e ricchissimi. E non è un fenomeno limitato a un’asta in una discoteca milanese. Mentre restano immobili o scendono i prezzi dei beni di consumo «del 99%», la grande maggioranza che risparmia e compra sempre di meno, ovunque nel mondo i prezzi dei beni dei ricchi esplodono. Una borsa da donna di Hermès o Louis Vuitton poteva costare mille o duemila euro pochi anni fa. Poi è salita a tre o quattromila. Oggi si arriva a cinque o diecimila per modelli di serie, ma sono saltati i limiti verso l’alto se l’oggetto viene personalizzato. Una borsa di pelle di lusso può costare più di un appartamento nel centro di una città del Mezzogiorno d’Italia. Dunque i listini dei prezzi nelle nostre società occidentali sono due: il 99 per cento vive sull’orlo della deflazione, l’uno per cento nell’iperinflazione. E nelle capitali finanziarie, da Londra a Ginevra, la impone al resto degli abitanti. Dove abitano molte persone che guadagnano molto, i prezzi delle case o di un caffé al bar salgono per tutti.

Moneta e stagnazione. Il perché è in parte chiaro: contribuiscono le banche centrali dei Paesi avanzati. La grande campagna di creazione monetaria per circa 7mila miliardi di dollari fra il 2009 e il 2015 è sfociata solo in piccola parte in investimenti produttivi. In gran parte ha fatto salire il prezzo delle attività finanziarie o degli immobili esistenti, dunque ha reso molto più ricchi coloro che li possedevano già. Di qui l’iperinflazione dei ricchi, che possono comprare sempre più beni esclusivi. Ecco perché stampare moneta è uno strumento sempre meno efficace per combattere la stagnazione nelle società anziane dell’Occidente. Il problema è che nessuno ne ha inventato uno migliore.

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