Le Banche nell’Italia dell’Euro

novembre 11, 1996


Pubblicato In: Convegni

A costo di deludere qualcuno, il mio non sarà un intervento polemico. Sarà piuttosto una riflessione su quale sarà la forma delle Banche nell’Italia dell’Euro.
Non sarà una forma mutuata da modelli esteri. Non sarà una banca tedesca: la centralità della Hausbank rispetto all’impresa si fonda su rapporti costruiti nell’arco di generazioni. Non sarà una banca inglese; questa richiede una Borsa di ampie dimensioni, in cui la banca funga da intermediaria tra investitori e imprese.

Sarà una soluzione originale.

Prima di tutto però, non si può prescindere da un dato di partenza, il messaggio preoccupato che occupa tutte la prima parte della relazione di Turci, poi variamente declinato in tutti gli interventi: le imprese, soprattutto le grandi, stanno finanziariamente male; le banche stanno peggio.

Tre dati:

-  Free capital: il sistema bancario italiano ha un free capital negativo di oltre 2500 miliardi

-  Personale: si calcolano eccedenze di almeno 30.000 persone.

-  Cultura: interamente da aggiornare, quasi un nuovo mestiere da imparare.

Noi avevamo fatto una proposta: il nuovo va costruito su terreno solido, bisogna affrontare per prima cosa il problema proprietario. Era 2 anni fa, altri due anni sono passati: non sembra molto utilmente, stando a quanto stamane si è sentito. Ma non voglio fare facili polemiche. Oggi c’è il progetto Pinza di cui vorrei dapprima cogliere le coordinate culturali:

1) La nostra soluzione sarà originale, né banca tedesca né anglosassone. La cosa è ragionevole, poiché singolare, anzi unico al mondo, è il nostro modello, quello di Banche possedute da Fondazioni.

2) Il costo del risanamento è posto a carico della collettività.

Non solo per gli incentivi fiscali, non solo per i costi di ristrutturazione, ma soprattutto perché dandosi un orizzonte temporale lunghissimo, si addossa alla collettività l’onere di convivere per lungo tempo con un sistema finanziario debole.

Porre a carico della collettività il risanamento evidenzia la matrice culturale del progetto Pinza: un modello di banca basato sul garante di ultima istanza. E’ questo il fondamento della presenza pubblica delle banche.

Abbiamo cambiato la legge bancaria ma non ci siamo liberati dell’eredità delle due grandi crisi bancarie, di fine ’800 e degli anni ’20. E’ questa la memoria storica che guida l’elite che ha, e si dà, il compito di vigilare sul sistema, e che fa dire che “le banche sono aziende diverse”.

E’ questo un limite culturale del progetto Pinza: che dimentica che in Europa, anche recentemente, istituti prestigiosi, protagonisti della storia finanziaria, hanno cambiato bandiera senza sconvolgimenti, senza crisi: normali operazioni di mercato. In Europa, le banche sono aziende come le altre.

L’Europa aggraverà i problemi delle banche: la riduzione dei tassi ridurrà gli spread; la moneta unica le priverà dei margini delle transazioni sui cambi; il solo cambiamento di denominazioni della valuta costerà da 3 a 4000 miliardi, il 5-6% dei costi operativi.

Ma io penso soprattutto alle regole dell’Europa: cambi fissi, nessuna svalutazione a compensare gli shock asimmetrici. Per sopravvivere, le imprese dovranno poter contare sulla flessibilità, pena la disoccupazione; ci saranno cambiamenti di proprietà, anche fallimenti. Questa è la ragione per cui si insiste sulla flessibilità: di cui noi abbiamo bisogno in misura assai maggiore degli altri paesi.

E le banche? Per le banche questo non dovrebbe valere: le banche non si vendono, le banche non licenziano, le banche non falliscono. Garantisce il pubblico.

E’ realistico tutto questo? Non è un po’ troppo?E’ vero, anche nell’Europa continentale le banche non falliscono. Ma se può andare bene per gli stranieri, può andare bene per noi? Può resistere una linea: porta sbarrata allo straniero e paga Pantalone? E’ realistica la prospettiva di spiegare ai contribuenti un altro Banco di Napoli?

Sono malposti i paragoni che a volte si fanno tra noi e gli altri paesi europei basati su alcuni parametri caratteristici della spesa pubblica. Innanzitutto perché anche gli altri li considerano un problema e cercano di ridurla. Ma soprattutto perché ben diversa è la struttura economica: erano i nostri lavoratori ad andare in Germania e non viceversa. E noi vogliamo che questi siano episodi di una storia passata per sempre.

Non per motivi ideologici, quindi, noi pensiamo alla necessità di fondare su un differente terreno culturale la ristrutturazione del sistema bancario. La nostra soluzione “tutto mercato” non è ingenua, come dice Messori e neppure irrealistica. Se si dice che mancano le risorse per una soluzione di mercato, bisogna dire chiaro che non è così. Lo è certo se ci si limita al mondo delle imprese; non lo è se ci si rivolge al risparmio privato, a maggior ragione in vista di decrementi di rendimento dei titoli di stato e dell’esiguità di offerte che vengono dalla Borsa.

La soluzione c’è, è nelle mani e nei portafogli degli italiani.

E’ una soluzione che a molti può apparire traumatica. Che lo fosse ce ne siamo accorti quando una persona colta e garbata come Minervini ci ha paragonati ai nazisti; e non so se ero lì per caso quando stamane è sibilata la freccia di Bonechi sul tardo-collettivismo. Ma così non si fanno passi avanti. Neppure quando si spaccia la vendita per esproprio, caro Artoni: l’ho già sentita questa parola, da parte di qualcuno che, a far la vittima, è molto più abile di te.

Qui intendo solo dire che il modello “le banche sono un’altra cosa” è irrealistico. E’ questa è la critica di fondo al progetto Pinza.

Molto brevemente sulle critiche più di merito.

- il tempo: ma davvero pensiamo di darci una tale sospensione del tempo ­10 anni! – per risolvere un problema che tutti dicono così acuto e grave?

- l’obbiettivo non precisato: è la perdita del controllo o uno statuto tipizzato come dice Costi? Ho il massimo rispetto dei giuristi, sono affascinato dalla loro logica e dal loro argomentare: ma si ha idea del problema che incombe?
- i vantaggi fiscali, cioè danaro pubblico per aumentare il valore dei patrimoni delle fondazioni. A me pare insopportabile. Prima 9 pagine della relazione Turci a descrivere il disastro, e poi Demattè che lamenta una differenza di uno a due tra valori di mercato e patrimonio netto: ma sappiamo come è stato rivalutato e come è investito il patrimonio?

Insopportabile a me pare la giustificazione per la sola fede, quella delle intenzioni non-profit. Di cui non si disconosce l’importanza. Ma siamo seri: stiamo parlando del polmone finanziario dell’economia del paese. Se questa non produce profit, non ci sarà neppure spazio per il non-profit. Massimo rispetto per i santi, ma per favore non scherziamo con i fanti.

La forma della banca nell’Italia dell’Euro corrisponderà dunque a una soluzione originale: sarà un mix pubblico-privato. Ma non potrà eludere il problema del controllo. L’ha detto chiaramente Turci: «chi garantirà la realizzazione di questa sorta di dover essere?»

E qui io faccio una domanda, a cui deve rispondere chi propone questa soluzione mista; chi, come Messori, da un lato non vuole soluzioni dirigiste, ma invita a “prendere pienamente atto delle insufficienze strategiche del mercato”. La domanda suona: può essere la “virtù” il solo scudo al cui riparo mettere le sorti del pilastro fondamentale per l’economia del paese? E’ giusto, è utile, chiedere a uomini virtuosi di dare la loro persona e la loro storia a garanzia sostitutiva del controllo dei mercati?

E’ una domanda che pongo innanzitutto al Tésoro e alla Banca d’Italia, ai due luoghi cioè in cui la “virtù” è, per lunga tradizione, e profonda cultura, maggiormente – è dovere riconoscerlo – praticata e difesa.

E’ una domanda che pongo, in sede politica, a Massimo D’Alema.

Per essere espliciti, e contravvendendo al ” de mortuis”: è ovvio che Pepe è meglio di Ventriglia. Ma è meglio, nello scegliere gli uomini, la ricerca della virtù, o è preferibile uomini magari meno virtuosi e le garanzie – e i meccanismi – per sostituirli rapidamente, senza frizioni, quando le cose non vanno bene?

Turci ha parlato di “attrazione fatale” tra la sinistra e i progetti di modernizzazione del Paese. Se tale rimane per troppo tempo, fatale sarà non l’attrazione, ma l’occasione perduta.

La ragione per cui molti di noi sono qui oggi è perché così non sia.

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