L’azienda squadra il cerchio

maggio 10, 1992


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Il progetto decostruttivista applicato alle logiche di gestione aziendale può far nascere nuove dinamiche

La sorprendente con quanta rapidità il mondo dell’architettura sia stato pervaso dal verbo decostruttivista: uno stile che decompone volumi e superfici, sembra voler contraddire le consuete idee di equilibrio e di proporzioni; che suggerisce l’esperienza squilibrante di una conoscenza sempre parziale in una visione che non si lascia cogliere nella sua totalità..
Quali sono le ragioni ideologiche e le cause storiche che presiedono a questa rivoluzione stilistica? I1 decostruttivismo segue, e ne è debitore, alle elaborazioni concettuali del Costruttivismo, che conobbe il suo massimo sviluppo teorico in Russia all’inizio del secolo. L’architettura costruttivista subiva l’influenza del mito socialista di inventare un futuro; quella razionalista e modernista di modelli industriali e tecnologici. L’architettura geometrica dei cubi, coni, sfere di Le Corbusier «traeva la sua originaria potenza iconica da associazioni metaforiche con l’emergente età dell’Industria» (James Wines).
Il progetto decostruttivista deriva dalla perdita di queste certezze. Esso ha anche vedere: con la messa in crisi del concetto stesso di fondamento, che ha investito tutte le discipline speculative e artistiche, dalla teologia, alla letteratura, alla pittura. Questa messa in discussione dei fondamenti ha, in architettura, conseguenze particolarmente rilevanti. L’architettura proprio perché è chiamata ad assolvere a funzioni primarie e «naturali» quali il provvedere copertura, protezione, definizione di un interno, assume come naturale anche il linguaggio formale in cui si esprime: la trave, l’arco, la colonna. Eppure sotto questa apparente «naturalezza» si nota la persistenza di opposizioni, tra struttura e decorazione, tra figura e sfondo, tra forma e funzione. La lettura decostruttivista, scrive Christopher Norris, «procede nel dimostrare come questi termini sono iscritti in ‘una struttura sistematica di privilegio gerarchico, cosi che un elemento della coppia sembra sempre occupare una posizione di goveno».
Scoperte sono le relazioni tra architettura e teoria delle organizzazioni. Già nel suo senso primo, architettura non è solo la scienza deputata alla costruzione di edifici, ma in generale alla progettazione. E anche` le organizzazioni sono, allo stesso modo, progettate, costruite: possono essere piramidi, ed esibire una verticizzazione del potere; oppure svilupparsi verticalmente per gerarchie funzionali che trovano la loro sintesi nei piani alti dell’organizzazione; oppure appiattirsi e disperdersi in isole collegate tra loro da percorsi reticolari.
Le metafore rimandano non solo all’atto progettuale che è all’origine del disegno di un’architettura e di una struttura organizzativa. Il fine dell’architettura è quello di dare una casa, di coprire e proteggere le persone ed il loro vivere: analogamente scopo delle organizzazioni è quello di tenere insieme le persone che in esse operano, ed insieme di definirne l’identità in quanto gruppo, quindi anche di proteggere i valori comuni. Come l’architettura, anche 1′organizzazione definisce un «dentro» dove trovarsi, luoghi in cui operare, e scambiare informazioni: come l’architettura, l’organizzazione definisce anche un «fuori» a cui rendersi visibile e riconoscibile. Viene da domandarsi se i rapporti metaforici e, funzionali tra ‘architettura ed organizzazioni non consentano di individuare oggi le stesse tensioni da cui nasce l’architettura decostruttivista. Anche le organizzazioni nascono con la pretesa di costituire luoghi di razionalità che escludano ogni «follia»: anche le organizzazioni hanno sperimentato che quella di potere conoscere e governare i comportamenti interni ed esterni in modo deterministico è un’illusione.
L’avvento della società dell’informazione svela una realtà la cui complessità cresce in modo più rapido delle informazioni disponibili. Perfino il mondo dei fenomeni fisici, per non parlare di quello dei comportamenti microeconomici, mostra insospettate complessità: i fenomeni caotici appaiono essere la realtà sottostante agli schematismi semplificatori.
La certezza quantitativa della produzione realizzata non serve più se non è accompagnata dalla valutazione di un’assai più elusiva qualità percepita. Il fordismo prescrittivo fin nei minimi dettagli cede ai circoli della qualità a cui è delegato introdurre miglioramenti di prodotto e di processo che le funzioni a monte sono impotenti a prevedere. La scelta di delegare è il riconoscimento dell’impossibilità di conoscere. «A car is a car is a car», nell’età dell’industria, all’alienazione marxiana del lavoratore corrispondeva la certezza di che cosa produrre: nell’età dell’effimero, lo smaterializzarsi della produzione avviene in una situazione di più incerta riconoscibilità del contesto.
Quando la fornitura di un bene si estende e si prolunga in quella di un servizio, il luogo stesso in cui avviene lo scambio diventa meno precisamente identificabile. Alla contrapposizione tra azienda fornitrice e mercato di sbocco con un flusso sostanzialmente unidirezionale succede la consapevolezza della reciprocità del rapporto dall’azienda al mercato e dal mercato all’azienda. La prassi della qualità totale si sviluppa a partire da un: flusso di informazioni e di azioni che ripercorrono all’inverso l’organizzazione, determinando un flusso in controcorrente del mercato dentro l’azienda.
Ma mentre l’architettura si interroga Sulla propria funzione, sul contenuto di verità delle proprie opere, le organizzazioni, sottoposte alla pressione competitiva, hanno una loro capacità adattativa per così dire biologica. Il fatto stesso che esistono aziende ed organizzazioni di successo; dimostra che esse hanno saputo interpretare a proprio vantaggio l’evoluzione del contesto cui si accennava. Quelli che sembrano essere in ritardo o inadeguati, sono gli strumenti concettuali di interpretazione e di descrizione sulle strutture organizzative. Gli schemi cui si fa riferimento sono in realtà assai pochi: strutture funzionali, divisionali, a matrice, impresa rete. Una tassonomia così poco ricca appare strumento assai grezzo per comprendere l’enorme varietà delle situazioni, la personale individualità delle imprese, ciò, che, a parità di struttura, distingue le aziende di successo da quelle soccombenti.
Una lettura per così dire decostruttiva delle organizzazioni, quale ci è suggerita dall’analogia architettura/organizzazione, potrebbe fornire dunque uno strumento più idoneo, per comprendere il vero modo in cui le organizzazioni sono
innervate dal flusso delle informazioni. La lineare semplicità con cui vengono solitamente espressi gli organigrammi offre, ai vertici aziendali, la rassicurante visione di un potere monocratico di una catena di comando lineare. Per fortuna le cose sono un po’ meno semplici, e proprio nella complessità di un organismo, che si è formato nella rotta competitiva, sta la sua ricchezza e il suo valore: è questo ché bisogna ed imparare a conoscere. Una visione di questo genere mi sembra particolarmente adatta nel caso dei servizi informatici, che definiscono essenzialmente il flusso e le regole di accesso alle informazioni. I servizi informatici si delineano come interventi modellati sulle necessità delle singole aziende, volte alla loro specificità: Si basano sulla versatilità e sulle straordinarie potenzialità che lo strumento informatico può liberare e, ribaltando il ‘tradizionale rapporto tra hardware e software, istaurano una dialettica col cliente volta a valorizzare e potenziare le caratteristiche e l’unicità di una data realtà organizzativa. Si tratta dunque di far emergere nuove domande senza comprimerne le esigenze del cliente entro modelli rigidi ed uniformi. E’ noto che la tecnologia offre oggi strumenti di informatica personale, collegati in reti locali e geografiche, dotati di agevole accesso ad intere banche di dati; che il downsizing consenteil loro inserimento in architetture decentrate; che il processo di alfabetizzazione informatica ha ormai coinvolto fasce larghissime di utenti. A tutto ciò debbono anche corrispondere nuovi modi di considerare le interazioni dei servizi informatici con le organizzazioni.

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