La sinistra non rinneghi l’occidente

settembre 23, 2001


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


La sinistra è parte integrante della storia dell’Occidente e l’Occidente è il destino in cui la sinistra ha le proprie radici

Ho letto che un esponente nazionale dei DS, candidato alla segreteria, Giovanni Berlinguer, ha trovato “di una impressionante simmetria” l’invocazione ad Allah del talebano mullah Omar con la formula “God bless America” con cui il Presidente George W. Bush chiude i suoi discorsi. Non sono d’accordo. Considero affermazioni come questa un grave errore.

Un errore tra l’altro autolesionistico. E’ stato grazie alla sinistra, quella liberale nel XIX secolo e quella socialista nel XX, che l’Occidente ha conquistato le libertà civili prima, sociali poi. Per questo la sinistra è parte integrante della storia dell’Occidente e l’Occidente è il destino in cui la sinistra ha le proprie radici.

Questo non significa avallare acriticamente le decisioni degli USA e della sua attuale amministrazione: significa non abdicare al proprio ruolo, non rinnegare la propria storia. La sinistra, meno di chiunque altro, non può vivere la modernità come colpa. Non è frutto di una colpa né conseguenza di un’ingiustizia perpetrata verso il resto del mondo se l’efficienza, la semplicità, la libertà del mercato si sono imposti nel mondo. Non è per un crudele capriccio della storia se sono stati gli spagnoli a conquistare Cuzco e Ataualpa non ha cavalcato per le strade di Madrid.
“L’Occidente non deve scusarsi per la grandezza della nostra civiltà” scrive Shelby Steele (Wall Street Journal Europe del 17 settembre): “il pensiero greco, il diritto romano, la razionalità del pensiero, il concetto di contratto sociale, l’individuo come soggetto di diritto e di responsabilità, i mercati liberi, il metodo scientifico, la separazione di chiesa e stato: sono contributi come questi che hanno fatto il successo della civiltà occidentale”. Per il ruolo che ha avuto nel produrli e nel diffonderli, la sinistra per prima deve liberarsi dai sensi di colpa. E’ stata la contrapposizione del senso di colpa del primo mondo per la propria potenza e della rabbia del terzo mondo per la propria impotenza che ha prodotto episodi come la conferenza dell’ONU di Durban. Oggi, dopo le migliaia di morti innocenti di New York e di Washington, quella di Durban ci appare come una povera, per alcuni versi squallida rappresentazione: la sinistra dovrebbe riflettere sulle cause di questa contraddizione, altro che scorgervi “impressionanti simmetrie”!

Povertà, diseguaglianze, malattie, ignoranza sono mali da combattere ed è proprio della sinistra essere in prima fila in queste battaglie: ma le probabilità di successo aumentano, non diminuiscono, se si rinnega il feticcio per cui la povertà del terzo mondo è conseguenza della nostra ricchezza, la sua arretratezza è conseguenza del nostro sviluppo. E’ proprio necessario provare sulla pelle dei diseredati del mondo che si possono distribuite solo le ricchezze che si sono prodotte? Se, come ormai anche Greenspan riconosce, il rischio recessione incombe, che fine faranno i programmi di aiuto? Certo, la globalizzazione va governata, le multinazionali tendono ad assicurarsi posizioni dominanti, l’orgoglio tecnologico può indurre a pericolose illusioni: ma le torri del World Trade Center sono monumenti di una grande civiltà, non sono simboli del grande male.

“L’America se l’è voluta, adesso se la sbrighi lei”, si sente dire. Non sono solo della sinistra simili ragionamenti, anche se la sinistra ha fortemente contribuito a diffonderli nel paese. E’ stato forse in Palestina che “se la sono voluta”? Ma, se anche non si vuole ricordare come quel popolo sia stato usato dai paesi arabi ricchi e meno ricchi, è colpa degli USA se solo grazie a loro è stato frustrato il proposito di ricacciare gli israeliani in mare – proposito che ancora oggi motiva i terroristi? Colpa dell’attuale amministrazione se Arafat non accettò l’offerta, che oggi tutti considerano generosa, che la precedente amministrazione aveva tanto fatto per elaborare? O è stato in Irak, o in Afganistan, che se la sono voluta? Ma (si legga Sergio Romano, Corriere della sera del 17 Settembre) i talebani sono gli eredi dell’anarchia tribale, di lotte e di guerriglie che risalgono almeno fino a metà del secolo scorso.
Oggi, il fatto di essere all’opposizione offre alla sinistra l’occasione per un’iniziativa politica di grande visibilità: mentre i governi europei non riescono neppure a mettersi d’accordo su una definizione giuridica del nuovo terrorismo, e lasciano al solo Blair assumere posizioni non ambigue, quella di ricordare che il distinguersi oggi dalla storia dell’occidente ci condannerebbe alla marginalità, politica ed economica. Un rischio che i mercati sembrano aver colto, se questa è la spiegazione degli andamenti delle piazze finanziarie europee in confronto a Wall Street.

La sinistra rivoluzionaria, nota Hannah Arendt, aveva escluso l’uso dei mezzi violenti. Oggi la condanna al terrorismo non può limitarsi ad un’ambigua indifferenza. Non basta prendere le distanze dalle affermazioni di Dario Fo (“I grandi speculatori sguazzano in un’economia che uccide ogni anno decine di milioni di persone con la miseria, che volete che siano 20 mila morti a New York?”) o di Susan Sontag su Repubblica (“E se la parola «vile» va proprio usata, forse sarebbe più pertinente riferirla a chi uccide dall’alto del cielo, al di fuori del raggio di possibili reazioni, piuttosto che a chi è pronto a morire per uccidere gli altri”). Bisogna abbandonare il pregiudizio che fa dell’equivalenza morale una virtù: “impressionanti” non sono le simmetrie, ma il fatto di scorgerle. La richiesta di George W Bush di schierarsi, di essere coerenti e conseguenti alle proprie dichiarazioni contro il terrorismo, sono per la sinistra l’occasione per sottoporre a critica e abbandonare posizioni che la storia, quella almeno dell’ultimo quarto del secolo scorso, ha reso insostenibili. La tragedia dell’11 settembre le svela per quello che sono: ingombranti feticci di cui è interesse della sinistra stessa liberarsi.

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