La rete unica e i nuovi intrecci azionari

aprile 14, 2018


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


“Lo Stato non sta prendendo il controllo di TIM. Riteniamo che una rete unica separata e neutrale corrisponda all’interesse generale. Pensiamo che un modello public company sia preferibile ad un controllo che ha mostrato limiti.” E’ perentorio, secco, sintetico il tweet di Carlo Calenda. Con l’occasione di precisare gli obbiettivi dell’intervento, annuncia un rovesciamento totale della politica governativa: finora costruire una seconda rete, adesso avere una rete unica.

Il piano di Renzi per accelerare la cablatura del paese era costruito come contrapposizione a TIM: nell’obbiettivo, 100 Mega per tutti anziché modulato secondo la domanda; nelle tecnologia, solo FTTH anziché in evoluzione; nei protagonisti, pubblici- ENEL e CDP – anziché privati. Aggiudicandosi il sussidio governativo per cablare una zona “a fallimento di mercato”, Open Fiber acquisiva un monopolio per 20 anni e Infratel restava di proprietà pubblica. Le proposte di Telecom di cablare anch’essa le stesse zone ma con una diversa tecnologia e con propri soldi furono giudicate dal Ministro Calenda “gravi e inaccettabili” e perentoria la richiesta alla società a tornare “immediatamente ad utilizzare, nei rapporti con il Governo, un linguaggio consono”. Quando TIM propose di acquistare Metroweb, CDP e F2i fecero richieste che Flavio Cattaneo definì “irricevibili”; la quota di TIM fu acquisita da Enel per 715 mio, più del valore di libro, evidentemente perché considerata necessaria al progetto alternativo.

Anche quelli che nutrivano seri dubbi sul senso economico e strategico dell’operazione, riconoscevano che la concorrenza tra due operatori sarebbe stata in sé un bene. In altri Paesi questa era venuta naturaliter dalla trasformazione in fibra delle reti cavo televisive. Appena apparvero in Italia (Telebiella), Stet si fece fare una legge che estendeva anche al cavo la riserva di legge sulla trasmissione del segnale televisivo. Salvo proporre molti anni dopo il faraonico progetto Socrate che avrebbe dovuto cablare il Paese e indebitare Stet in modo da impedirne la privatizzazione. Il progetto non passò, Stet fu privatizzata, e la mancanza di una rete cavo è all’origine del nostro ritardo nella copertura con fibra.

“Unica separata neutrale”, dice Calenda della sua rete ideale. Non c’è nesso causale tra gli aggettivi. L’obbligo della neutralità venne imposto dall’Europa agli incumbent, proprietari di una essential facility. Da noi l’AgCom sorveglia attentamente che gli altri operatori accedano alla rete fissa a condizioni identiche a quelle di Telecom. C’è il precedente di Openreach, la divisione di British Telecom istituita nel 2006, che dopo più di un decennio, nel 2017, si decise di separare societariamente. L’eventualità di separarla anche come proprietà, caldeggiata da alcuni, venne esaminata a fondo e scartata: gli stessi obbiettivi si potevano raggiungere senza doverne sopportare costi e rischi.

Il piano di Renzi si giustificava economicamente sulla sinergia tra posa della fibra e sostituzione dei contatori normali con quelli elettronici. Che sinergia ci fosse, e che l’investimento aggiuntivo di Enel avesse un rendimento almeno pari a quello delle restanti attività Enel, apparve subito non credibile. Non si era invece adeguatamente valutato che, pur essendo due mestieri apparentemente simili, posare fibra richiedesse specializzazioni e organizzazioni diverse da quella di posare cavi elettrici. Così invece dev’essere: mentre Open Fiber si era impegnata a portare la fibra in 7.5 milioni di case entro il 2020, a un anno e mezzo dall’inizio della operatività, le case “passate” sono 2.4 milioni. Solo 1.9 milioni però sono quelle “vendibili”, cioè in cui la fibra arriva effettivamente a un numero civico, per le altre arrivando solo nelle vicinanze. Di questi 1,9 milioni di case, 1,2 milioni sono “ereditate” da Metroweb, come Open Fiber dichiarò al momento dell’acquisto. Con il che le case effettivamente collegate scendono a 700.000, cioè 500.000 all’anno. Nel 2017, per Bassanini e Pompei, Open Fiber doveva essere “il più grande piano di project financing”, che l’accorrere di investimento e fondi pensione avrebbe consentito di chiudere entro l’anno. Aspettative non materializzatesi; il prestito richiesto alla BEI nel 2016 è ancora nella pipeline.

Vivendi si presenta all’assemblea con un bilancio certo non brillante e con prospettive non chiare. Il fondo Elliott, se prevalesse, sarebbe intenzionato a separare proprietariamente la rete dal resto di TIM, e a fonderla con Open Fiber. La società rete sarebbe controllata da TIM e CDP (ed Enel?), il resto in Borsa. “Unica separata neutrale”, dice Calenda: forse gli aggettivi non sono solo giustapposti. “Separata” è condizione perché sia “unica”, e “unica” lo è per consentire a CDP ed ENEL di uscire da una situazione che si è fatta molto difficile: questa è la ragione del rovesciamento di obiettivo annunciato dal Ministro via Twitter, la decisione di acquistare il 5% di Tim è lo strumento per realizzarlo. Come se ciò non bastasse quanto a intervento pubblico in una contesa tra soci privati, il Governo ieri ha comunicato che rinvierà a dopo l’assemblea la decisione se e quale multa comminare a TIM per supposta violazione degli obblighi collegati alla normativa sui poteri speciali. CDP è socio di Tim, il Governo controlla CDP, gli azionisti di Tim avrebbero ragione di chiedersi se la decisione del Governo possa dipendere dall’esito dell’assemblea. Cioè se si sia in presenza di una “multa con parti correlate”. Resta da vedere quali condizioni per TIM giustificheranno l’assenso di Paul Singer all’operazione. Il consumatore italiano ha solo da sperare di non dover pagare il conto dell’accordo con un aumento delle tariffe consentite.

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