La chance degli europragmatici per battere populisti e visionari

giugno 3, 2014


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Le elezioni europee hanno creato il momento propizio agli europeisti pragmatici: a patto di leggerne bene il risultato.
Che non è quel 30 per cento che si ottiene sommando tutti i voti dati ai partiti antieuropeisti, questo è ciò che pensano quanti considerano che “più Europa” sia la risposta a ogni e qualsiasi problema, euroscetticismo compreso; traggono spunto dal fatto che quel 30 per cento circa non forma un progetto politico positivo per raddoppiare i propri appelli alla sempre più stretta integrazione “verso gli Stati Uniti d’Europa”. Invece, mai come questa volta le elezioni europee sono state elezioni mid term nazionali: di fronte ai problemi l’elettore europeo guarda in primo luogo al proprio governo nazionale. L’euroscetticismo è un elemento comune di posizioni politiche affatto diverse: Marine Le Pen è neofascista, Nigel Farage conservatore, Grillo chissà. Affermate da Grillo, negate da Renzi, al centro della campagna elettorale nostra sono state le conseguenze che il risultato avrebbe avuto sul governo, addirittura sulla legislatura. In Francia e in Inghilterra, la campagna elettorale è stata un posizionarsi di partiti e candidati in vista delle prossime elezioni politiche. E quando non rappresenta uno strumento per la lotta politica interna, l’euroscetticismo è l’esito di un’Europa che, persa dietro al miraggio federalista, risponde con più centralizzazione e più produzione di norme a qualsiasi problema.

Quegli imprevisti 20 punti percentuali tra Renzi e Grillo, ancor più a confronto con i risultati in altri paesi, ci consegnano un ruolo inaspettatamente importante, da giocare adesso, non nella decorativa presidenza del semestre europeo. Renzi ha detto di volere “cambiare l’Europa per salvarla”: potrebbe anche essere un motto per gli europeisti pragmatici.
Le proposte pragmatiche per cambiare l’Europa e salvarla devono collocarsi in un campo delimitato da un lato dalla irreversibilità dell’euro, dall’altro dalla improponibilità di modelli di unione fiscale federalista. La congiuntura, in quel campo, ha scavato solchi profondi, la sola cosa che cresce sembra essere la disoccupazione. Di fronte a populisti e a visionari, bisogna fare innanzi tutto chiarezza su che cosa si intende per fine della austerità: perché, se si sostiene non senza ragione che il debito noi non riusciremmo a diminuirlo secondo la tabella del Six pack, non è serio dire che possiamo aumentarlo, sforando sul deficit.
“Cambiare l’Europa” richiede azioni di politica monetaria e indirizzi di politica economica. Draghi giovedì prossimo dovrebbe annunciare le misure atte a riportare il tasso di inflazione vicino al 2 per cento, e a riportare il cambio col dollaro a valori più favorevoli per le nostre esportazioni. Difficilmente sarà il “big bazooka” che alcuni vorrebbero che imbracciasse per far ripartire la crescita. Quello sarebbe comperare debito sovrano: ma comperare T-bond sarebbe dichiarare guerra agli Usa, comperare Bot dichiararla alla Bundesbank. Quanto agli indirizzi di politica economica, cioè quelli prerogativa dei governi, è tutto un parlare di grandi investimenti. pubblici. Come finanziarli? Che i soldi siano raccolti con Eurobond, con obbligazioni della Beri, con le riserve dell’Esm, se i soldi sono pubblici o garantiti dal pubblico, è sempre debito o garanzia di ciascun paese pro quota. Se anche tutti fossero d’accordo a farsene carico, rimane l’eterno problema di ogni scelta pubblica: investire, ma per fare che cosa? Abbiamo l’esempio degli investimenti fatti e di quelli cancellati, delle energie rinnovabili che hanno distorto il mercato, e dei rigassificatori bloccati. Perché mobilitare risorse pubbliche quando c’è tanto risparmio privato in cerca di investimenti: purché rendano e il quadro regolatorio li consenta. Costruire una rete pan-europea in fibra ottica, un’idea che al momento va per la maggiore, rischia di creare il “diritto alla fibra” come nuovo diritto universale, indipendente dal suo uso effettivo. E’ davvero la fibra la priorità, quando la nostra amministrazione non riesce a usare l’informatica per rendere servizi elementari, quando nelle sue articolazioni, centrali regionali locali, allignano centinaia di società di software producendo sistemi perlopiù disconnessi tra loro, quando la parola reingegnerizzazione è sconosciuta?
Gli investimenti in infrastrutture fisiche piacciono ai governi: si vedono, si fa in fretta a metterli in cantiere. Ma la crescita non la fa lo stato usando i nostri soldi per gettare ponti e forare le montagne. La crescita la fanno i cittadini, imprenditori e lavoratori: se hanno davanti uno stato un po’ più efficiente, e magari un poco più giusto.


Block Juncker to save real democracy in Europe

By Gideon Rachman

The idea that Jean-Claude Juncker should become the next head of the European Commission evokes a strange, irrational rage in the British. I know because I share that rage. There is something about Mr Juncker, a former prime minister of Luxembourg – his smugness, his federalism, his unfunny jokes – that provokes the British.
Yet irrational rage is not a good basis on which to make policy. When I calm down, I wonder whether it is really worth making such a fuss? After all, the days when the commission president set Europe’s agenda are probably over. During the euro crisis it became very clear that the key decisions in Europe are now made in Berlin, not Brussels. The current president, José-Manuel Barroso – although a decent man – was reduced to the role of messenger-boy and scapegoat. Mr Juncker could perform both roles admirably. So why make a fuss?

Part of the answer is that the commission president – although not the most important figure in the EU – still carries weight. The job has a certain moral authority. The commission also still possesses the “sole right of initiative” to start the EU lawmaking process – so a president Juncker could get the Brussels bureaucracy charging off down some destructive paths.
But the most important reason to block Mr Juncker is the preservation of democracy in Europe. His supporters believe that the democratic arguments are all on their side. They are badly wrong.
The Juncker camp point out that their man was the approved candidate for commission president of the European People’s party – a pan-European grouping, which emerged with the most seats from the recent parliamentary elections. Therefore, they argue, to reject Mr Juncker is to insult European voters.
Matthias Döpfner, chief executive of the Axel Springer media group, argues in the company’s mass-selling Bild that “it is clear that Europeans have chosen Juncker”. Yet this wild assertion was disproved by Mr Döpfner’s own newspaper, which carried an opinion poll, during the election showing that just 7 per cent of German voters even knew that Mr Juncker was the EPP’s candidate.

Behind this dispute lies a clash between two rival visions of democracy in Europe. One school, particularly prominent in Germany, sees enhancing the powers of the European Parliament as the only way to make the EU more democratic. The other school – the one I belong to – believes that increasing the powers of the parliament is actually profoundly damaging to democracy.
Many Germans, with their suspicion of anything that smacks of nationalism, find it hard to acknowledge the connection between democracy and the nation. But it is above all in nations – with their shared ties of language, history and political culture – that democracy can live and breathe. At a European level, you can replicate the forms of democracy – elections, political parties and so on – but what you cannot create is the underlying demos (the people) that is needed to bind democracy together. That is why you end up with the absurd situation in which voters are said to have “chosen” a leader they have never heard of.
A pan-European democracy is a bad idea for the same reason a world democracy is a bad idea – the political unit is too large to make sense to voters. And before I am accused of a mystical attachment to “the nation”, I should add that not all nations are necessarily the right size to secure democratic assent. The case for Scottish independence rests on the idea that Scotland’s political identity is so different from the rest of the UK that the Scottish nation needs to break free from parliament in Westminster. We will see, in September’s referendum, if most Scots agree – but it is a legitimate question to ask.
Supporters of a European federal state often argue that the reason ordinary Europeans do not identify with the parliament is that they are not electing a proper government with real powers. By claiming more powers for the parliament – such as the right to appoint the president of the commission – they hope to attract interest and so conjure a European demos into being.
That argument reminds me strongly of the case that was once made for creating the euro. Back then, it was said that even if EU economies were very different the simple creation of a single currency would force them to converge. Now we are told that, even if there is no common European political identity, transferring powers to the European Parliament will drive the pace of political convergence. In reality, it would be likely to create a political disaster to rival the economic disaster caused by the euro – and for the same reason. Forced and artificial convergence cannot withstand the stress test of reality.
Rather than store that debacle up for the future, it is important that the national leaders of the 28 member states of the EU take a stand now. Unlike the relative unknowns that populate the parliament in Brussels the national leaders are well-known at home, so have a genuine democratic mandate. That should give them the courage to face down the pretensions of the parliament and its standard-bearer, Mr Juncker, and choose their own candidate for commission president.
Any such decision would, in turn, be likely to provoke months of confrontation between the parliament and national leaders in the European Council, and a stalemate over the commission presidency. So be it. In the interests of democracy, it is important to have that confrontation now.

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