La battaglia degli accattoni

febbraio 1, 2002


Pubblicato In: Varie


Lettera al Direttore dell’Espresso
sulla questione RAI

Caro Direttore,

di fronte al rullo compressore messo in atto dal governo nell’attuare il suo programma, ogni giorno appare più grave la mancanza di chiarezza su programmi e strumenti del centrosinistra a quasi 9 mesi dalle elezioni. Si riproducono gli errori della passata legislatura: allora Rifondazione che fa cadere Prodi, la lotta tra centro e sinistra che affossa D’Alema e blocca la candidatura di Amato a leader; oggi l’antipatia per D’Alema, la velleità della Margherita di mettere sotto i DS che fanno esplodere l’incidente sull’indicazione di D’Alema alla Convenzione europea.

Neppure il congresso é servito a mettere in condizione chi l’ha vinto di fare quello che ha promesso, la forza riformista europea per una sinistra di governo: lunedì scorso, proprio sul tema del lavoro, si è consumato un ribaltone per cui parte della maggioranza ha votato insieme all’area Berlinguer. E sull’Unità ogni giorno è un rullare di tamburi per chiedere più indignazione, più antagonismo.

“La politica – scrive Ralf Dahrendorf– e’ innanzitutto spiegare, motivare le proprie decisioni; é fare le cose attraverso la persuasione e il dibattito.”. Il centrosinistra, invece di “spiegare e motivare”, ritrova unità solo esibendo l’intransigenza di soluzioni impossibili; invece di declinare i temi della politica in modo “alto”, finisce per svenderli.

Esemplare é il modo con cui viene gestita la questione RAI: anziché farsi campione del tema “ alto” del pluralismo dell’informazione, la sinistra riduce la questione televisiva a quella del conflitto di interessi. Basta rileggersi, caro Direttore, l’articolo di Vanni Sartori proprio sull’Espresso (“Se Mediaset mantenesse la RAI”, 17 Gennaio 2002), per il quale la Rai va tenuta tutta pubblica così com’è, ma finanziata espropriando metà dei profitti pubblicitari dei concorrenti privati; tesi a dir poco singolare, che ha dato lo spunto a queste mie riflessioni.

E’ il venir meno del pluralismo, bene costituzionalmente garantito, ciò che dovrebbe in primo luogo preoccupare quando il padrone di Mediaset viene ad avere, in quanto capo del Governo, la responsabilità ultima della gestione del bene pubblico RAI.

E invece sembra che importi di più un eventuale aumento degli utili Publitalia.

Obbligare Berlusconi a vendere, anche se non fosse in contrasto con la Costituzione e con la Carta europea di Nizza, sarebbe stato un tragico suicidio quando eravamo al governo; sarebbe un patetico tentato suicidio ora che siamo all’opposizione. Berlusconi, che aveva aperto la strada al pluralismo creando in Italia la TV commerciale privata, poi l’ha bloccata, in difesa di un vantaggioso duopolio: ma oggi, neppure se vendesse tutte le sue TV, il collaudato sistema pubblico-privato diventerebbe pluralismo.

Pluralismo vero infatti si avrà solo vendendo le reti commerciali RAI e indirizzando a scopi di autentico servizio pubblico una rete finanziata dal solo canone; e anche favorendo la nascita di altri network restituendo al mercato le frequenze inutilizzate dalla Difesa, accelerando il passaggio al digitale.

Invece di sfidare Berlusconi dove può batterlo, sul pluralismo, invece di “spiegare e motivare” facendo della vendita RAI una grande battaglia di libertà, di fiducia nelle capacità del mercato (tra l’altro aprendo il mercato italiano anziché lasciarlo com’è oggi, isolato ai margini di ciò che sta succedendo nel mondo), la sinistra preferisce la guerra in trincea sul conflitto di interessi.

Esigendo soluzioni improponibili, destinate a finire in compromessi pur di portare a casa qualcosa. La guerra non la può vincere, ma può rimediare nel consiglio di amministrazione qualche consigliere, nell’organigramma aziendale qualche direttore. O anche qualche vice: dopotutto, sono meglio di niente.

Cordiali saluti.

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