L’irriducibile diversità di Atene e un’exit strategy politica dalla crisi

aprile 18, 2015


Pubblicato In: Giornali, Il Foglio


Qual è la vera consistenza della contrapposizione tra Commissione e Consiglio Europeo da un lato e governo greco dall’altro, che venerdì è tornata a far ballare i mercati con le Borse europee in rosso e lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi che ha lambito quota 150? Si trattasse di una questione economica, in un modo o nell’altro sarebbe già stata risolta: è chiaro che nessuno, tanto meno la cancelliera tedesca Angela Merkel, può accettare di avere più fronti aperti contemporaneamente, e che Ucraina e Stato islamico (Is) hanno peso e urgenza ancora maggiori.

Il fatto invece è che per la prima volta i paesi dell’Unione si trovano a discutere con un partner che sembra far di tutto per dimostrare la sua irriducibile diversità. Prima incominciando il suo viaggio europeo da Londra anziché da Francoforte o Bruxelles, poi con la pretesa di veder cancellato il proprio debito, con il ricatto di rivolgersi per aiuti a Russia e Cina, con la minaccia di lasciare che terroristi dell’Is invadano Berlino, con i tentativi di dividere (Junker da Dijsselbloem, nord da sud, Merkel da Schäuble), con la renitenza a prendere impegni precisi, e ultimamente con una richiesta di danni di guerra pari al 10 per cento del pil tedesco. “Non riesco a capirli”, dice Schäuble. Se ci si trovasse di fronte a un debitore praticamente fallito, si parlerebbe di quantità di denaro, di scadenze, di garanzie. Invece si parla di licenziamento del ministro delle Finanze greco Varoufakis, di una nuova coalizione di governo, di nuove elezioni. Speranze mal riposte, i sondaggi danno un’idea ben diversa della Grecia: la popolarità di Tsipras sarebbe al 78 per cento, il 63 per cento approva la sua linea negoziale, l’82 per cento trova che la sua strategia aumenta l’orgoglio nazionale. Anche la decisione di insediare una commissione che esamini cosa è successo dopo il 2009, dimostra che i greci non vogliono prendere coscienza delle cause della loro attuale situazione. Quella ha origine tra il 2000 e il 2009: spesa primaria passata dal 39 al 49 per cento del pil, spese per salari ai dipendenti pubblici raddoppiate, social benefit dal 15 al 21 per cento del pil. Come scrive Yannis Mouzakis su Macropolis, i greci si raccontano che hanno i barbari alle porte, i barbari essendo chiaramente i partner europei: trovano la propria identità ribellandosi alla sovranità che hanno ceduto.

Anche noi tante volte abbiamo detto di avere “i barbari alle porte”, ma l’abbiamo fatto per vincere le resistenze alle riforme, non per rifiutarle. Noi abbiamo avuto sempre governanti rispettabilissimi, addirittura che hanno avuto, chi prima chi dopo, ruoli di primo piano a Bruxelles: di certo parliamo la stessa lingua. Non solo. Se l’Europa avesse ricette sicure non ci troveremmo nella situazione descritta da Mario Draghi: dal 2000 al 2013, produttività del lavoro cresciuta dell’1,3 per cento, contro il 9,5 dell’Eurozona e il 26,1 in America; produttività totale dei fattori, che stima l’efficienza dei processi produttivi, diminuzione del 7 per cento, contro crescita nell’Eurozona dell’1,1 e del 10,5% in America. Il fattore chiave è la riallocazione, dice Draghi; ma non è facile tradurlo in pratica, riconosce.

Il confronto è istruttivo: con l’Italia c’è un problema di riforme strutturali, con la Grecia c’è un problema di nation building. E siccome anche il governo greco è democraticamente eletto, la vera contrapposizione tra Grecia e Europa è di natura democratica. La ever closer union non contempla neppure l’eventualità di un nation building: tra i paesi d’Europa non c’è un Vietnam, un Iraq, un Afghanistan. Davvero si può credere che questo problema non sarebbe mai nato se l’Eurozona non fosse “nata male”, come si sente dire, se fosse oggi una vera unione politica e fiscale? Quale meccanismo avrebbe indotto la Grecia a darsi politiche diverse, i suoi cittadini a pagare le tasse e i suoi governanti a tenere sotto controllo le finanze pubbliche? Si incomincia a voler rimediare a “quel vizio franco tedesco”, si può perfino finire con il sostenere, con Jamie Galbraith, che il nation building di cui ha bisogno l’Europa non è quello greco, ma quello tedesco.

Certo che esiste un’identità europea, ma vorrà dire qualcosa se i tentativi di definirla in modo che le varie identità nazionali in essa si riconoscano e armoniosamente si compongano sono falliti. E se le identità restano diverse, resta il problema base della democrazia: da chi mi sento rappresentato? Saranno complicate ponderazioni a proteggermi da decisioni di parlamenti in cui il mio peso è irrilevante? La soluzione è aumentare non ridurre la flessibilità della costruzione europea: questa è la lezione del confronto con la Grecia. Se un paese esce dall’euro non per motivi economici, ma per ragioni di democrazia, non c’è nessuna ragione per cui questo debba avere come conseguenza che l’unione si riduca a un sistema di cambi fissi. E se gli altri paesi in Europa ci restano per sicura scelta e riconfermata volontà, non c’è bisogno di trasformarla in un’unione politica e fiscale. Almeno per ora.

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di Alessandro Plateroti – Il Sole 24 Ore, 19 aprile 2015

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