Innovare è bello, ma ci vuole coraggio

agosto 20, 1994


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


Si dice «innovazione» e si pen­sa ai prodotti di lunghi anni di ricerche in laboratori tec­nologici. Ma innovare vuol dire anche guardare le cose in modo nuovo, forzare i tabù culturali, sparigliare le carte.

L’innovazione che ha modifica­to in tutto il mondo il modo di pro­durre dapprima le automobili, e poi quasi tutti i beni di consumo durevoli, è stata di tipo organizzativo; mentre in Europa le grandi fabbriche di automobili cercavano di battere la microconflittualità ri­correndo massicciamente all’auto-mozione, il Giappone adottava il toyotismo, basato sulla riprogettazione dei rapporti, interni di stabi­limento ed esteri coi fornitori. E ha ridistribuito le quote di merca­to e cambiato il modo di produrre automobili.

Certo, un’innovazione concepi­bile solo in un contesto culturale e sociale affatto diverso dai nostri. Ma neppure in Europa son manca­te idee rivoluzionarie di questo ge­nere. Tre esempi: privatizzazioni, alta velocità, minitel. Tre esempi a portata di mano, in ambienti eco­nomicamente e culturalmente prossimi: tre occasioni che abbia­mo regolarmente perduto.

Le privatizzazioni hanno inter­rotto il declino dell’industria bri­tannica, soffocata da rapporti sindacali sclerotizzati: hanno rotto il tabù che fosse necessario possede­re per governare, modificato il rapporto tra Stato e cittadini, crea­to una nuova mentalità di investi­tori, di utenti, di imprenditori. Nessuna nuova tecnologia, né gi­ganteschi investimenti, solo una vecchia ricetta, che la concorrenza fa bene ai mercati, applicata vin­cendo le paure di chi non vuole cambiare. Invece da noi ancora oggi, dopo una dozzina d’anni si passa una legge sulle privatizza­zioni che lascia al ministro del Te­soro poteri enormi, arbitrari ed il­limitati nel tempo. Continuando a dare spazio a vecchi pregiudizi, di cui si ritrova traccia perfino in una recente intervista di Pietro Larizza a «La Stampa» dove, accanto a di­chiarazioni assolutamente corret­te (non doversi privatizzare crean­do monopoli verticali tra produt­tori di beni e fornitori di servizi), rispuntano il mito populista di vo­ler affidare compiti di gestione al­l’azionariato popolare, o quello se­condo cui la vendita degli autogrill a un investitore straniero rovine­rebbe la nostra agricoltura. Come se la libera circolazione dei beni e dei capitali in Europa non fosse legge dello Stato!

Analogo discorso per l’alta velo­cità: tecnologie note, che disponi­bili avrebbero dovuto essere anche per noi (dove tra l’altro c’è un’a­zienda di Stato che opera in regime di semi-monopolio), hanno pro­dotto una rivoluzione: modificato il modo di considerare le distanze, ridisegnato la geografia economi­ca; rilanciato un’industria con sbocchi in tutto il mondo.

Da noi, sullo stentato percorso del provvedimento legislativo che dovrebbe finalmente dare il via al­le opere, sono stati frapposti anco­ra pochi giorni fa alle Camere nuo­vi ostacoli sotto forma di commis­sioni ambientali, consultazioni re­gionali e via dicendo. Parlamenta­ri meridionali e sardi hanno votato in difformità dalle indicazioni di partito, opponendo il miserevole stato dei trasporti su rotaia in quelle regioni, quasi che la colpa non fosse di una politica generale dei trasporti, e di una prassi sinda­cale interessata all’esistente.

Caso Minitel: costruito su una tecnologia assai poco innovativa li terminali minitel precedono l’e­splosione del personal computer), ma su una strategia commerciale assai aggressiva (furono dati gra­tuitamente alcuni milioni di pez­zi), il minitel è diventato un feno­meno sociologico. Che però dà la­voro a 25.000 aziende fornitrici di informazioni, con 350.000 perso­ne: più che Renault, Peugeot e loro fornitori insieme. Nonostante le sollecitazioni a copiare il modello d’Oltralpe, esitazione, timidezze e insufficiente massa critica dell’e­sperimento impedirono il crearsi da noi di questa industria.

Oggi ci aspetta un nuovo ap­puntamento, le cosiddette auto­strade informatiche, un settore al crocevia di informatica, servizi te­lematici, intrattenimento. L’ostacolo ancora una volta non è tecnologico, e neppure economico (anche se gli investimenti sono rilevanti); ma i vincoli normativi, la protezione di interessi, la politica in senso lato. Le dispute sui modi di privatizzare la Stet, e quelle sul l’assetto da dare al sistema televisivo rischiano di bloccare, con meccanismi analoghi ai precedenti, lo sviluppo di un settore fondi mentale per il nostro futuro di nazione industriale.

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