Imprese e sindacati, è l’ora di condividere i nuovi contratti

giugno 22, 2011


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Hanno aderito all’appello:
Giorgio Barba Navaretti, Pierpaolo Benigno, Valerio Castronovo, Franco Debenedetti, Carlo Dell’Aringa, Alessandro De Nicola, Gian Maria Gros Pietro, Luigi Guiso, Andrea Ichino, Alessandro Leipold, Stefano Manzocchi, Michel Martone, Donato Masciandaro, Roberto Perotti, Guido Rossi, Michele Tiraboschi, Giacomo Vaciago, Luigi Zingales.

Discutere, ragionare, parlare. Poi, ancora discutere, ragionare, parlare. Immancabile la pausa di riflessione e, per ragioni di calendario, la “inevitabile” sosta per il periodo di vacanza. In questo modo, è anche più facile riprendere il dialogo, rendere “formalmente costruttivo” il confronto, avviare tutte le indispensabili comparazioni nazionali e internazionali. L’importante è non prendere mai una decisione.

Concertare in Italia, a parte poche eccezioni come la fortunata stagione della politica dei redditi che consentì di uscire dalla spirale inflazionistica, ha significato essenzialmente questo: accantonare i problemi, rinviare le decisioni.

In un contesto interno ed estero preoccupanti in misura progressiva. Una crescita sempre nettamente al di sotto della media europea negli ultimi dieci anni e una forte disuguaglianza territoriale e sociale. Fino alla crisi finanziaria globale che ancora oggi morde pesantemente sull’economia reale. Non sono mancate altre lodevoli eccezioni come il libro bianco di Marco Biagi, i contratti a progetto e la nuova flessibilità che hanno aperto, soprattutto per i più deboli, una prospettiva di lavoro, ancorché fragile, nell’ambito della legalità: hanno offerto opportunità ai molti, troppi, che restavano (e in buona parte restano) impigliati nella rete di un sommerso sempre più largo e diffuso.

Il punto vero di svolta, però, si è avuto con l’accordo interconfederale del 2009 tra Confindustria, le altre associazioni datoriali e le organizzazioni sindacali, ad eccezione della Cgil, che ha aperto un doppio binario per aiutare il treno della produzione italiana (grande e piccola) a non deragliare sotto i colpi della crisi globale. Il primo è quello del meccanismo delle “deroghe” contrattate con il sindacato all’interno dei nuovi contratti nazionali di settore. Il secondo riguarda, invece, accordi specifici a livello di azienda o di stabilimento. Resta inteso che il contratto nazionale è in vigore e viene regolarmente applicato in tutte le aziende.

Questo è il quadro attuale. Si è definito all’interno di uno scenario di diffusi contrasti e marcati dissensi, ma costituisce il risultato – è bene ricordarlo – di un cammino nuovo che ha coagulato il consenso di un’ampia maggioranza di sindacati e di imprese e ha garantito di preservare occupazione in momenti di forte difficoltà. L’inizio della svolta c’è stato, ricalca il percorso di economie che hanno mostrato vitalità e determinazione nell’affrontare la crisi come quella tedesca, necessita di un surplus di responsabilità e di condivisione per mettere in sicurezza il futuro, rendendo esigibili fino in fondo i nuovi contratti e assicurando regole condivise sui temi della rappresentanza dei lavoratori e dei diritti sindacali.

Non c’è altra via, al di fuori di questa, perché si possa scambiare più produttività con più salario e si possa mettere il nostro Paese in grado di competere con le sue relazioni industriali sul mercato dell’attrazione degli investimenti. Un avviso comune tra le parti sociali che si traduca poi in una legge è oggi più vicino di quel che appaia e rappresenta un obiettivo sul quale misurare il grado di responsabilità della classe dirigente imprenditoriale e sindacale di questo Paese. Questa volta tocca poco alla politica e molto a imprese e rappresentanti dei lavoratori. Questo giornale ritiene che Sergio Marchionne, Emma Marcegaglia, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti abbiano l’opportunità (irripetibile) e il dovere (assoluto) di non sottrarsi a questa sfida.

Non si tratta di ripercorrere i riti della concertazione che discute, ragiona, parla e mai decide. Si tratta piuttosto di darsi un tempo limitatissimo per assicurare stabilmente a imprese grandi e piccole l’esigibilità dei nuovi contratti e garantire produttività, reddito e occcupazione in Italia secondo standard competitivi con Paesi omogenei a noi come Germania, Francia e Gran Bretagna, solo per fare qualche esempio. Per una volta, sarà possibile recuperare uno spirito condiviso e mettere l’interesse generale davanti a quello particolare? Se ciò non avverrà nessun interesse particolare sarà realmente tutelato e saranno il Paese e i suoi giovani, come sempre, a pagarne il prezzo più elevato. Ognuno faccia la sua parte e non si sottragga alla quota di responsabilità che gli appartiene. Non esistono scorciatoie per il futuro.

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