Ilva, che combina Renzi col fondo salva imprese? I dubbi di Franco Debenedetti

maggio 25, 2015


Pubblicato In: Giornali, Varie


Intervista di Edoardo Petti

Un fondo pubblico e privato per accompagnare la ristrutturazione di industrie strategiche che, pur presentando uno squilibrio patrimoniale o finanziario, abbiano adeguate prospettive di mercato. È la novità più rilevante contenuta nel provvedimento redatto dal governo e resa pubblica ieri dal Sole 24 Ore.A d essere costituita sarà una società per azioni con un capitale minimo di 830 milioni e che potrebbe arrivare a 1,5 miliardi. Risorse fornite grazie alla partecipazione di Cassa depositi e prestiti, Inail, grandi gruppi bancari, fondi di investimento. E che rappresenteranno la garanzia statale della durata di 10 anni per gli investimenti nelle realtà produttive.Per capire se e in che modo il programma approntato da Palazzo Chigi possa rivelarsi utile per il rilancio del tessuto industriale Formiche.net si è rivolta a Franco Debenedetti, manager, imprenditore, ex senatore dell’Ulivo e presidente dell’Istituto Bruno Leoni.

Come valuta l’iniziativa del governo?Quale, quella del fondo salva-imprese?
Immagini di chiedere alla gente che cosa gli fa venire in mente l’espressione “fondo salva-imprese”: 10 contro 1 che le risponderanno Ilva. Tema di cui non si sente più parlare, da quando il governo ha emanato il decreto con cui commissaria l’azienda siderurgica. Ha congelato il problema, non l’ha risolto. Forse sono diminuite le emissioni di polvere ma non si è fermata l’emorragia delle perdite. L’esecutivo Renzi il problema non l’ha creato, ma se lo lascia lì diventa un problema suo. E ha difficoltà obiettive a risolverlo. La valutazione va fatta con riferimento a quelle difficoltà.

E le risolve?
Con elegante eufemismo Yoram Gutgeld ha detto che a Taranto vi è “incertezza politica su molteplici livelli”. Detto in modo meno elegante, significa che l’intervento della magistratura non consente di prospettare un quadro di certezza operativa a un investitore. Questo è “il” problema. Non ci fosse, resterebbe quello dei Riva. Espropriati senza indennizzo. Per il resto vi sono al mondo tantissimi capitali alla ricerca di “distressed companies” di cui finanziare il risanamento. Ma qui il governo è impotente: ancora sabato il capo dello Stato ha ammonito che “è buona regola mantenere tra organi costituzionali relazioni vicendevolmente rispettose”. E le altre strade presentano altri problemi, sostanzialmente legati all’Europa.

Quali sono?
Sono tre. Il primo è rappresentato dagli aiuti di Stato, che l’Europa non consente, tanto meno in un settore come quello dell’acciaio, concorrenziale e dove c’è sovrapproduzione. Se anche l’Ue non protestasse, ci penserebbero i concorrenti a farsi sentire. Poi vi sono i conti pubblici: il costo dell’eventuale intervento non dovrebbe gravare sul deficit e neppure sul debito. Il terzo problema è che il governo non può neppure chiedere alla Cassa Depositi e Prestiti di intervenire. Lo statuto dell’istituto finanziario pubblico vieta di prendere partecipazioni in aziende che non siano in buono stato e con buone prospettive. È di fronte a queste difficoltà che va valutato il complicato marchingegno immaginato dal governo.

Come funziona tale marchingegno?
Il Governo costituisce una società in cui i due terzi del capitale hanno una garanzia dello Stato, mentre un terzo ne è privo. C’è capitale di rischio di privati che gestiscono, l’Europa non può più dire che questo è un aiuto di Stato: con questo dovrebbe superare l’ostacolo numero uno. Gestiscono, quindi dovrebbero essere loro a decidere a quale prezzo gli conviene subentrare nell’ILVA, il piccolo particolare di cui pudicamente non si parla. La garanzia è una put con strike a 80 per cento del valore nominale a 10 anni, mette cioè un floor alle perdite al 20 per cento che non è male. Con quella garanzia Franco Bassanini dovrebbe poter investire senza violare lo statuto della CDP: problema numero tre risolto. Questa garanzia è un fondo, ma diventa debito solo al momento (fra 10 anni) che si dovesse eventualmente pagare. È per il fondo salva-imprese come per il fondo salva-stati: il debito vale probabilmente 10 centesimi per ogni euro, ma fino a che non c’e default formale le perdite non entrano nel nostro debito. E così il Governo evita il problema numero due.

Giuseppe Pennisi ha scritto su Formiche.net che il fondo salva-imprese assomiglia all’antica Gepi. Condivide tale rilievo?
Metafora efficace, ma metafora. Il vero problema di questo fondo è la sua stessa esistenza. Se esiste verrà chiamato in causa per tutti i problemi futuri, che non presentano la situazione kafkiana di Taranto e per i quali si sarebbe trovata in qualche modo una soluzione. Da domani molti diranno: “Perché Ilva sì e Auchan no? Ilva sì e Terni no? Ilva sì Whirlpool no?” Per voler risolvere una singola Ilva, il fondo salva-imprese finirà per creare tante Ilva. L’organo crea la funzione. Non sarà solo com’era la Gepi, un’escrescenza in più nella gran macchina delle partecipazioni statali. Sarà una fonte di contagio in un corpo che abbiamo faticato a risanare. Aumenterà l’area di intermediazione politica e dell’intervento pubblico nell’economia. Non è quello che Matteo Renzi dice di voler fare.

ARTICOLI CORRELATI
Spa «salva-aziende» al via con 830 milioni
di Carmine Fotina – Il Sole 24 Ore, 24 maggio 2015

Invia questo articolo:
  • email
  • LinkedIn



Stampa questo articolo: