Il vero pasticcio si chiama RAI

agosto 12, 2000


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


intenzionali.
All’origine di tutta la vicenda, sembra ormai assodato, c’è la volontà di Seat di acquisire contenuti per lo sviluppo dell’azienda che nascerà dalla fusione della stessa Seat con Tin.it. La stessa esigenza aveva già indotto Telecom a perseguire un accordo con RAI. In un caso in chiave UMTS, nell’altro in chiave Internet, identica la linea strategica.

Questa l’azione intenzionale: ma essa ha dato luogo a una reazione a catena di effetti, la cui importanza supera di un ordine di grandezza la vicenda che l’ha innescata.
Lo stesso effetto, ma in misura minore, aveva già avuto l’OPA Olivetti su Telecom, vicenda che presenta con questa molte analogie. Entrambe le vicende sono state influenzate da leggi recentemente approvate: nel caso Olivetti-Telecom la legge Draghi ( la ….), che ha reso possibile l’OPA; nel caso Seat-TMC la legge Maccanico (la 247/97). Questa, escludendo grandi editori e operatori TV, lasciava il campo tra gli italiani al gruppo Telecom, il solo con spalle abbastanza larghe e sinergie reali. In entrambi i casi la situazione era diventata matura per non dire insostenibile: in Telecom soci fortissimi ma poco convintamente impegnati rendevano debole la struttura proprietaria; in TMC per l’andamento a forbice di debiti in aumento e audience in diminuzione. L’OPA Olivetti su Telecom ha modificato in modo profondo e permanente il nostro ambiente economico, perché ha dimostrato possibili operazioni che si pensava non dovessero neppure essere immaginate (ricordiamo le reazioni tra l’incredulo e lo scandalizzato di Franco Bernabè). Dopo Seat-TMC, comunque vada a finire la vicenda, il mondo delle comunicazioni italiano non sarà più lo stesso: è questa la più generale delle conseguenze inintenzionali.

Ad essere investito dall’onda sismica provocata dall’operazione – ed è la prima conseguenza – è stato l’istituto della concessione, e in modo assai più forte di quanto non fosse riuscito a Giuliano Amato da Presidente dell’Autorità Antitrust. La concessione è un controsenso in un mercato liberalizzato, con 130 licenze nella telefonia fissa e 4/5 in quella mobile, con la possibilità tra poco di cambiare gestore senza dover cambiare il proprio numero telefonico. “L’Italia avrebbe dovuto […] già dal 1 Gennaio 1999 [provvedere alla ] trasformazione della concessione di cui è titolare Telecom Italia in una licenza” ha detto il portavoce del Commissario Monti: se Bruxelles non ha voluto infierire prima con una procedura di infrazione è perché la cosa non aveva posto alcun problema pratico.

Secondo: se cade la concessione, non c’è più nessun vincolo per un operatore di telecomunicazioni di entrare nella TV. Specularmente diventa insostenibile il divieto agli operatori TV di entrare nella telefonia. Questo divieto è figlio di una vicenda incominciata 5 anni fa. Il PDS chiese che venisse introdotto nella legge generale sulle Autorità di settore in discussione in Senato; allo scopo si fece la Commissione Napolitano-Bogi, che produsse un cervellotico sistema di punteggi a seconda del tipo di media e della sua diffusione: come in un gioco dell’oca, chi superava il punteggio doveva “andare in prigione” e restarci. Un po’ modificata, questa è l’impalcatura della 247/97. Oggi è lo stesso Ministro Maccanico a riconoscere che la vicenda Seat-TMC ha reso quel sistema obsoleto. E costruito su una contraddizione di fondo: perché istituisce un’unica Autorità delle Comunicazioni in nome di quella convergenza tra mondo delle telecomunicazioni e mondo della TV che però nei fatti vieta alle imprese.

Terzo: se cadono i limiti alle integrazioni, è la posizione RAI a risultare isolata e quindi attaccabile. Se ne è accorto immediatamente il DS Giulietti: questa operazione, ha detto, è un macigno lanciato nello stagno del duopolio Mediaset-RAI. Interviene il DG Pierluigi Celli che in un lungo articolo (“La guerra delle tv e il futuro della RAI” La Repubblica del 10 Agosto) cerca di costruire una diga al riparo della quale disegnare una strategia per l’emittente pubblica. Il cambio di proprietà di TMC è in fondo poca cosa, ma basta per rendere più evidenti le contraddizioni in cui si dibatte la RAI. Non può restare di proprietà dell’IRI in liquidazione, non può essere di proprietà del Tesoro in virtù della sentenza della Corte Costituzionale del…. che ne sottrasse il controllo al Governo per darlo al Parlamento Il canone è a rischio, Bruxelles potrebbe bocciarlo come un aiuto di stato; il suo contributo al conto economico diventa ogni anno percentualmente minore e, sostengono in RAI, insufficiente. Il ddl 1138 attualmente in discussione al Senato consentirebbe alla RAI di rastrellare risparmio privato con il vecchio trucco della finta privatizzazione con 51% ope legis in una mano pubblica rivestita dal guanto di una fondazione di diritto privato.

Ma ormai si è diffusa la convinzione che un servizio di pubblico interesse non necessariamente deve essere fornito dal pubblico. La costruzione di un’impresa pubblica gestita come se fosse privata, per fornire un servizio pubblico di cui è sempre più difficile definire lo status e misurare il risultato, appare instabile come una piramide poggiata sulla punta.

Quarto: la soluzione del problema RAI è critica perché critico è il rapporto tra politica e industria dell’informazione. I media, sostiene larga parte della sinistra, influenzano la politica; i mezzi di comunicazione di massa hanno il potere di condizionare gli ascoltatori e quindi alterano il risultato politico; nella versione estrema di questa dottrina, sostenuta ad esempio da Claudio Rinaldi, la tv costituisce per sua natura un ambiente eminentemente berlusconiano.
Sei anni fa ebbi a polemizzare con l’allora segretario del PDS (“Caro D’Alema, l’editore puro non esiste” Corriere della Sera 25 Agosto 1994) che, temendo l’influenza del business sulla politica, voleva rendere impossibile per legge che “un gruppo finanziario e industriale che ha interessi prevalenti in altri settori economici possieda mezzi di informazione”. E’ possibile che il senso di questa relazione si stia invertendo, e che oggi sia piuttosto il business a chiedere l’intervento della politica? Alcuni indizi, sia a destra sia a sinistra dello schieramento politico, lo lasciano supporre. Se così fosse, sarebbe questa, di tutte le conseguenze inintenzionali, la più clamorosa e la più importante.

A destra la reazione del Polo alla vicenda Seat-TMC è stata di violenza sorprendente. Sorprendente perché condotta con un argomento debole – quello della concessione- e con totale noncuranza degli argomenti offerti a chi agita il tema del conflitto di interessi. E questo perché la tv di un senatore del PPI diventa proprietà di un imprenditore che non nasconde le sue simpatie per il centrosinistra? Se per il Polo appare un eccesso di difesa, tutt’altro il discorso per Mediaset. Il passaggio di proprietà significa un nuovo interesse degli inserzionisti, tensione sul mercato dei grandi personaggi tv, tutte cose che vanno diritte all’ultima riga del conto economico.
La caduta delle barriere antitrust apre spazi a Mediaset, ma mette in corsa molti altri imprenditori; se poi si aprisse il capitolo RAI, l’equilibrio del duopolio Mediaset-RAI sarebbe sconvolto. In ogni caso sfide molto impegnative per Mediaset.

Segnali di questa inversione del senso del rapporto tra politica e business vengono anche da sinistra. “Affari e politica” è il titolo che La Repubblica ha dato al durissimo attacco di Federico Rampini. Che attacca Colaninno con gli stessi argomenti della destra – la concessione – e non attacca la destra con l’argomento del conflitto di interessi, pure caro a molti editorialisti del quotidiano di Piazza Indipendenza. Che su Repubblica si arrivi ad avanzare pesanti insinuazioni verso il governo D’Alema (“Colaninno salda i debiti con chi appoggiò la sua scalata alla Telecom”) è un fatto che non può non destare sorpresa. In assenza di ragioni politiche che giustifichino tanto integralismo, l’unica spiegazione possibile è che siano state ragioni industriali di gruppo a prevalere.
Se così fosse, staremmo assistendo a uno sviluppo senz’altro positivo per il nostro paese. Anche se con le privatizzazioni è finito l’intervento diretto dello stato – e della politica – nell’economia; anche se limitata è ormai la possibilità di far ricorso a politiche redistributive e diminuita è la fiducia nei loro effetti; molte delle decisioni politiche continueranno sempre ad avere effetti di grande portata sul mondo economico. Anche senza arrivare agli eccessi delle campagne elettorali americane, il dispiegarsi in modo palese e trasparente degli interessi non può che avere un benefico effetto per tutti: per la politica come per gli affari.

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