Il teorema dell’anno 2013

marzo 3, 2012


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di Giuliano Ferrara

Sarebbe una trasandatezza far finta di niente, via. Con le dimissioni di Berlu­sconi e l’avvento di Monti di qui alla prima­vera elettorale del 2013 è successo qualco­sa. E per far ripartire la democrazia politi­ca sospesa bisogna capire nella sostanza che cosa sia successo davvero. Fate come me, prendete un foglio bianco e segnate i punti di divisione degli scorsi vent’anni su una colonna, sull’altra gli obiettivi comuni ai governi di ogni segno e alle diverse cul­ture politiche, comuni a “tutti” (escluse le ali più radicali). Vedrete che, alla luce del­la crisi e del montismo tecnocratico, “tut­ti” è parola nuova.

Che cosa è stata l’alzata di testa di Ber­lusconi, cioè dimettersi tardi e male come in una fuga, poi non sapere che fare, infi­ne appoggiare il governo tecnico sul serio e conside­rare possi­bile una continuità del nuovo ciclo an­che dopo le elezioni del 2013 (le smenti­te di chi “mente sa­pendo di smentire” non conta­no, perché è ovvio che anche la verità si può smentire ma resta politicamente vera)? E’ stata il famoso e scespiriano metodo rintracciabile in tanta follia (Though this be madness, yet there is method in’t. Amleto, atto secondo, scena seconda). C’è da dire che Monti l’ha aiuta­to, il metodo, perché ha scelto un profilo istituzionale politicamente responsabile, e per ragioni serie (indagate da Marco Vale­rio Lo Prete nel Foglio di giovedì scorso) che non riguardano solo la necessità di ac­caparrarsi i voti del centrodestra residuo alle Camere. Monti fa per curare la crisi italiana quello che Berlusconi e Prodi non sono stati in grado di fare nel casino divi­sivo sistematico del ventennio, questa è la sostanza vera delle cose.

Ma ora, e torniamo al foglio bianco, la faccenda è integralmente rivoluzionata. Bi­sogna ragionare di politica al netto di quelle truci rappresentazioni caimanesche an­cora inseguite da Zagrebelsky & C., che sul Grand Guignol ci fanno i festeggiamenti mi­lanesi del club dei miliardari puri e duri, con l’appoggio imbarazzato di Repubblica alla loro piattaforma contro il Monti istitu­zionale e, s’immagina, il corruccio del Fon­datore che invece vorrebbe eternizzare il governo tecnocratico come nuovo modello di governo del presidente, l’unico per lui costituzionalmente accettabile. Nella co­lonna sinistra del foglio ci sono il conflitto di interessi, che decade o si ridimensiona fortemente; il conflitto con i magistrati, che dopo la prescrizione Mills si limita a una penosa affaire di spionismo nella privacy di un uomo privo di cariche pubbliche; il conflitto personale o di stile, meno interes­sante nella normalizzazione istituzionale; il conflitto sul comunismo, ormai archeolo­gico; il conflitto su Carlo De Benedetti e la Mondadori, per così dire risarcito e mone­tizzato. E si potrebbe continuare con i fer­rivecchi di un’epoca tramontata. Che cosa resta, invece?

Restano gli obiettivi che in questi anni di bestiale contrapposizione erano in realtà comuni a “tutti”, alle leadership di volta in volta disarcionate o deragliate dalle ali estreme delle coali­zioni (Ber­lusconi, Prodi, D’A­lema, Pro­di 2 con Padoa Schioppa). Si conosco­no fino al­la noia, sono le soluzio­ni conosciute e riconosciute, più o meno: pensioni, mercato del lavoro, liberalizza­zioni, politiche pro mercato, politiche pro crescita, poteri del premier, fine del bicameralismo uggioso, nuovi regolamenti del­le Camere (c’è già l’accordo bipartisan). E’ l’orizzonte possibile dell’epoca Monti, al quale va aggiunto il controllo dei conti del­lo stato in relazione al debito, sulla scia se­vera di Tremonti, e la prospettiva di una riforma del sistema fiscale che limiti le tu­tele oppressive dello stato sull’impresa e sul lavoro, in una prospettiva disciplinare tedesca ed europea.

“Tutti” è dunque parola nuova, e acciuf­farla vuol dire avere istinto e trovare forse la chiave per una ridislocazione non fazio­sa, non retro, della politica oggi sospesa. Vuol dire andare oltre l’orizzonte del 2013 in modo appena sensato. Ciascuno dei grandi partiti, in forme ancora tutte da sta­bilire, avrà la sua da dire. Gli esclusi per definizione sono i radicalizzati di tutte le sponde. Il centro parlamentare può decide­re molte condizioni di gioco. Una cosa so­la è certificata dal teorema: sarebbe assur­do arrivare al 2013, e ricominciare a darse­le di santa ragione, alla cieca. Chi può seriamente chiamarsi fuori?

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