Il non detto delle privatizzazioni

ottobre 8, 2013


Pubblicato In: Giornali, Il Sole 24 Ore


Le privatizzazioni sono ancora argomento divisivo. Le vicende Alitalia e Telecom sono state occasione di riaprire la discussione, per alcuni sul modo in cui si è privatizzato, per gli irriducibili sul fatto stesso di avere privatizzato. Eppure son passati più di vent’anni. Vuol dire che la vicenda tocca questioni di fondo, il ruolo dello stato nell’economia, il rapporto tra politica e industria, la struttura del nostro capitalismo. Quando abbiamo privatizzato, si parlava di debito da ridurre, di base industriale e finanziaria da ampliare, di più ampi orizzonti strategici e di maggiore efficienza gestionale da dare ai campioni nazionali. L’uscita dello Stato dalla gestione diretta di attività economiche pareva una conseguenza: ne è la ragione prima.

In Inghilterra un obbiettivo, «the business of government is not the government of business»: da noi una giustificazione, Soros e Van Miert. Pochi a dire forte e chiaro che il vero vantaggio della privatizzazione è che così lo Stato può non occuparsi più dell’azienda; che insieme alla proprietà può dismettere la struttura che la amministrava; che a controllare sarà la magistratura, a regolare le autorità, a premiare il mercato. Ma che non è più né affare dello Stato. Né nostro di contribuenti.
Niente da fare, niente da dare. Senza la base della fisiologia vien meno la possibilità della patologia. Chi rimpiange l’intervento dello Stato in economia dimentica che i rapporti degenerati tra politica e industria sono costati una rivoluzione in cui sono state inghiottite forze politiche che avevano fatto la storia del Paese. Oggi in quei settori lo Stato non può più dare, la cattura dei regolatori è uno sport diverso e lo si pratica in tutto il mondo. Oggi lo Stato chiede. E siccome gli imprenditori non sono benefattori, deve offrire contropartite in altri campi, non sempre facili da trovare. Non siamo così ingenui da pensare che nelle «operazioni di sistema», dietro il patriottismo non ci fosse anche l’attesa, o l’intesa, di contropartite. Se un’impresa non va bene, è sempre un male per tutti, ma non più nel senso che si socializzano le perdite dopo avere privatizzato gli utili. Se si perdono soldi, sono quelli di chi ce li ha messi, non i nostri.
Su Telecom, anche Catalano direbbe che sarebbe stato meglio se fosse andata tanto bene da comperare lei Telefonica. Anche i finlandesi avrebbero preferito non vendere Nokia, la loro gloria nazionale, e i canadesi non son felici che Blackberry scompaia. Ma non dimentichiamo «l’intelligenza del mercato»: se i fattori della produzione sono mobili, lo spazio perduto da un’azienda è l’occasione di guadagnarne per i suoi concorrenti. È per decisioni prese all’epoca del monopolio Stet, assai più che per le scalate a debito in concorrenza, se non abbiamo la rete ad alta velocità. Ci sono i diritti degli azionisti della società controllata, ma anche quelli delle società controllanti, e le regole dell’Opa ne definiscono gli equilibri. Ma intanto noi telefoniamo che è una bellezza.
Fosse allora voluto o no, le privatizzazioni hanno ridotto l’impronta dello Stato. Sia oggi riconosciuto o no, esse hanno in parallelo trasformato in modo radicale la struttura del nostro capitalismo. Il «salotto buono» era un modo per proteggere il capitalismo privato dalla vorace ingerenza del capitalismo di Stato: a modo suo, una «riserva indiana». Abbattute le barriere, si è riappropriato dei terreni da cui era stato tenuto fuori, ma nella maggior parte dei casi non è stato capace di farli rendere. Ci ha provato, ma perlopiù non ci è riuscito: Telecom, Alitalia, Sme, parzialmente gli acciai sono lì a dimostrarlo. È conseguenza delle privatizzazioni se del salotto buono rimane ben poco. Quindi lascia stupefatti che proprio tra quanti lo trovavano allora un’intollerabile anomalia, stiano oggi coloro che ancora considerano le privatizzazioni come l’errore di ingenui liberisti. Lascia stupefatti che tra quanti accusano di incapacità i grandi protagonisti delle grandi privatizzazioni, stiano quelli che giudicavano da bottegai vendere non le conglomerate, ma i rami d’azienda, e provare così a far crescere il capitalismo minore. Questo, restato fuori dalle privatizzazioni allora, soffre oggi ai margini del circuito del credito. Già, perché anche le banche sono state privatizzate: magari acciaccate, restano padrone di casa di quel che resta del salotto buono. È facile vendere per grandi blocchi, mentre ci vuole esperienza e pazienza per individuare i rami d’azienda che possono crescere. È facile finanziare grandi iniziative, meglio se immobiliari, mentre ci vogliono conoscenze e competenze per giudicare il merito di credito di chi potrebbe crescere. Sembra proprio che tutto si tenga.

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