Il governo non interferisca nell’opa su Tim, della quale s’è rallegrato

novembre 24, 2021

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Pubblicato In: Giornali, Huffington Post


Per ora non l’ha fatto. Se proprio la vuole, faccia un’offerta e la comperi. Così si fa in un’economia di mercato

Il governo Draghi, per bocca del ministro dell’economia, si è rallegrato perché un fondo Usa vuole investire in Italia, e non in un’azienda qualsiasi, ma in una che avrà un ruolo di primo piano nella transizione digitale da cui dipende il nostro futuro di Paese industriale. Non era scontato: due anni fa, al Consiglio di Amministrazione di TIM riunito per esaminare l’offerta di KKR di acquistare una quota di FiberCop, la società della rete costituita da TIM e Fastweb, arrivavano le telefonate dal Governo allora in carica.

Ma insieme a rallegrarsi perché un operatore importante è disposto a giocare con noi sul tavolo della finanza internazionale bisognerebbe ricordare che questo avviene perché i mercati riconoscono che in Italia c’è un governo che le regole di quel gioco le conosce e le rispetta. TIM è una società privata; KKR ha fatto un’offerta per comperarla, così come è oggi, servizi, rete, Sparkle e quant’altro; e che il governo non ha ragione di intervenire nel processo che mira a cambiarne l’assetto proprietario. Il tavolo di lavoro istituito a Palazzo Chigi per parlare di lavoro e investimenti, non deve essere il luogo in cui si fa politica industriale.

Invece questo per ora il governo non l’ha fatto. E anche per la maggioranza dei commentatori l’OPA di KKR è stata l’occasione per aggiungere un altro capitolo al corposo volume sulla “infrastruttura essenziale per la sicurezza e lo sviluppo del Paese”; con il consueto contorno di metafore autostradali, di simmetrie in una società delle reti, di ostacoli anche legislativi per cui da noi è stato proibito costruire una rete via cavo per trasmettere il segnale televisivo, di un non meglio dimostrato ritardo negli investimenti di TIM. Il piano Rovati è del 2006, ma ogni volta è lì che si ritorna.

Ci sono buone ragioni se in Inghilterra, in Germania, in Francia, in Spagna, in Olanda, insomma in tutta l’Europa occidentale l’operatore nato dalla privatizzazione del monopolio nazionale mantiene il controllo della propria rete: la principale essendo quella di non dividere le decisioni di investimento tra chi paga per posare l’infrastruttura e chi ricava da quello che con essa trasmette e vende. Gli Stati hanno accettato che sia un regolatore indipendente a stabilire le norme, a controllarne l’execution ed eventualmente a comminare le sanzioni. In Italia invece regna confusione di ruoli fra Governo, addirittura attraverso due Ministeri, e il regolatore AGCOM. Perché la rete non è solo fibra ottica e rame, è l’insieme di infrastrutture hardware e software che consentono di collegare gli utenti tra di loro e con i provider; sono le persone e la strutture organizzative che le gestiscono.

La privatizzazione di Stet del 1997 è stata sanzionata con la più classica operazione di mercato, l’OPA del 1999. Il governo adesso vuole rinazionalizzarne una parte? Non è il regolatore: se proprio la vuole, faccia un’offerta e la comperi, tutta o parte: ha avuto anni per farlo, adesso non interferisca nell’operazione per cui si è rallegrato. Così si fa in un’economia di mercato. A sproposito si parla di Terna o di SnamReteGas: quelle sono figlie del processo inverso, la privatizzazione dei mercati dell’energia elettrica e del gas. Inoltre le reti elettriche e del gas sono monopoli naturali, la rete tlc no.

Questa invece sarebbe una nazionalizzazione: un esito né tecnicamente, né politicamente inevitabile. Questa sarebbe la conseguenza logica della guerra che lo Stato ha fatto a TIM, deprimendone il titolo a valori così modesti, tanto che tutti ammettono che il valore delle parti è ben superiore alla capitalizzazione dell’Azienda, e KKR si ripropone il suo delisting.

Una curiosità: che cosa farà il governo con il 10% circa di CDP in TIM? Li porterà all’OPA? Lo stesso problema che si pose nell’OPA di Colaninno per le le azioni STET di proprietà del Tesoro: allora Presidente del Consiglio era Massimo D’Alema, con Mario Draghi decisamente contrario alla sua decisione. Nessun parallelo, solo corsi e ricorsi della storia.

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