Il caso Weinstein e gli uomini che non possono commentare

ottobre 18, 2017


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Al Direttore.
Andava avanti da 20 anni: perché lo scandalo Weinstein è scoppiato ora? Perché lui è diventato meno potente (in tutti i sensi)? Perché quelle che ora lo accusano hanno raggiunto una posizione (e un’età) tale da potere denunciare, senza vergogna come donne e senza timore come attrici, quello che, letteralmente ubriacate e impietrite, avevano subito? O perché solo oggi erano sicure di poter contare su un’opinione pubblica che avrebbe condannato senza misericordia lo “stupratore seriale”? Eppure non è che in tutti questi anni fossero mancate le occasioni per innescare la ribellione: anche se diversa, dato che si trattava di un reato preciso, la violenza su una minorenne, c’era stata nel 1977 la vicenda che ancora oggi perseguita Roman Polansky.

Certo, oggi c’è una maggiore condanna sociale, certi comportamenti che non sono più tollerati. Davvero? Se le sue abitudini perduravano tuttora, senza che nessuna delle sue più recenti vittime lo denunciasse, allora vuol dire che quei comportamenti sono in astratto inaccettabili per l’opinione pubblica, ma sostanzialmente tollerati, o silenziosamente subiti, dalle dirette interessate, almeno in certi ambienti. Oggi come 20 anni fa.

E poi gli uomini: perché nessun uomo l’ha denunciato? Uomini sono alla testa delle grandi aziende dello spettacolo. Se Miramax è un colosso, non è che non abbia concorrenti: e tutti questi avrebbero avuto un diretto interesse a guadagnare spazio demolendo un personaggio così ingombrante. Se non l’han fatto, evidentemente è perché “così fan tutti”. E gli altri, mariti, dei fidanzati: tutti “a loro insaputa”, tutti fermi a non invadere paternalisticamente la privacy delle loro compagne?

Fino ad adesso tutti hanno continuato ad applaudire il vestito del re. Finché una ha gridato “Il re è nudo” (impossibile resistere alla battuta). I motivi per cui l’ha fatto sono imperscrutabili e in fondo poco interessanti. Ma sono puramente casuali anche quelli della moglie che ora lo lascia (prima era tranquilla per gli stessi motivi che rassicurano la signora Macron?), Hillary Clinton che darà in beneficienza i contributi ricevuti (perché, altrimenti finivano da Van Cleef & Arpels?), le attrici che fanno a gara per entrare nella lista del New York Times (già sono 40 ad avere denunciato le “attenzioni” di cui sono state oggetto). Tutti e tutte hanno fatto montare un gigantesco “politically correct”: perché la dignità della donna, perché la violenza di un sistema maschilista, perché i produttori di fiction hanno un’idea, diciamo, molto “personale”, di come applicare le quote rosa nelle stanze del loro potere.

C’è qualcosa che non torna: perché succede adesso,quando le stesse cose le si dicevano già 20 anni fa? Il mondo del cinema è largamente liberal: aveva taciuto su una certa promiscuità in casa Kennedy, assolto Clinton e i suoi sigari, quella di Hillary e le sue mail. Ma oggi nella sala ovale c’è Trump: violento, volgare, molestatore di donne, e anche grasso. Come Weinstein. E allora forse va cercata nella politica la ragione della tardiva condanna dei mitici signori del cinema. Quelle violenze sono simbolo delle “violenze politiche” che Trump infligge alla società americana. Un caprone il povero Weinstein: anche espiatorio.

La risposta del Direttore.
C’è qualcosa che non torna in questa storia orrenda. Ma un uomo non può dirlo, anzi un uomo in questi casi non può permettersi di dire nessun sì, però, se non vuole ritrovarsi di fronte all’accusa di essere un mostro, un orco, un uomo orribile, un potenziale complice degli abusatori di donne. Un uomo non può permettersi di dire, ma una donna sì, che tra lo stupro e la molestia c’è una differenza, ci dovrebbe essere, spesso c’è, e che c’è differenza tra una situazione in cui una donna non ha scelta e una situazione in cui una donna ha scelta. L’uomo non può dirlo, non può neanche pensarlo, ma una donna sì e per questo vale la pena, per un istante, ascoltare cosa ha detto Natalia Aspesi a Malcom Pagani qualche giorno fa su Vanity Fair. Poche ma sentite e non banali parole. Domanda: “Cosa le dà fastidio leggendo a posteriori le ricostruzioni degli incontri di Weinstein con le attrici?”. Risposta: “La rappresentazione ecumenica, irrealistica, quasi angelicata di questi incontri. Il mostro da una parte, l’agnello sacrificale dall’altra. A quanto leggo, Weinstein non concedeva normali appuntamenti professionali, in ufficio, con una scrivania a dividere ambiti e intenzioni. Non parlava di sceneggiature. Chiedeva massaggi. E se tu chiedi un massaggio e io il massaggio te lo concedo, dopo è difficile stupirsi dell’evoluzione degli eventi”. E ora sotto con gli sbranatori.

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