Franco Debenedetti: «Io, imprenditore contro la destra»

febbraio 24, 1994


Pubblicato In: Varie


intervista di Pier Giorgio Betti

«Io sono con i progressisti in quanto im­prenditore perché ritengo che solo uno Stato giusto sia legittimato a chiedere sa­crifici e che solo l’intelligente collabora­zione di tutti sia la strada dell’efficienza». Così Franco De Benedetti spiega la sua decisione di impegnarsi in prima perso­na, come candidato, nella campagna elettorale. E il programma di Berlusconi? «Come è possibile che gli italiani creda­no ancora alla letterina di Natale in cui si può chiedere tutto e si spera di trovare tutto, la mattina dopo, ai piedi del letto? Queste promesse verranno mantenute solo per alcuni e faranno stare peggio tutti gli altri».


Ing. De Benedetti, come è giun­to ad accattare la candidatura di Ad nelle file del progressisti?

«La campagna per il referendum elettorale, l’attiva partecipazione al progetto che ha portato Castellani alla guida del Comune, e la necessità di approfondire e sviluppare temi di carattere genera­le collaborando alla Stampa, so­no state le occasioni del mio in­contro con la politica. Quando Ad mi ha chiesto la disponibilità a candidarmi, ho detto si. Abbia­mo voluto la possibilità di sceglie­te tra due schieramenti che si candidano al governo del paese, di votare le persone e non i parti­ti. Se abbiamo chiesto ai partiti di fare un passo indietro, bisogna che qualcuno faccia un passo avanti. Le cose non saranno di­verse se non le faremo essere di­verse».

Qualcuno ha voluto sottolineare come una contraddizione iI fatto che un personaggio di rango del mondo industriale, consigliere d’amministrazione il grosse società, fratello del presidente dell’Olivetti, corre con le sini­stre, fino a Rifondazione comunista e Rete. Cosa risponde?

«Innanzitutto bisogna ricordarci che la legge elettorale che ci è stata data per raggiungere l’obiet­tivo che tutti abbiamo voluto e che vogliamo, e cioè, ripeto, la possibilità di scegliere tra due schieramenti e programmi con­trapposti, impone alleanze elet­torali che possono anche essere più vaste delle alleanze di gover­no. In secondo luogo, io sono con i progressisti in quanto im­prenditore perché ritengo che solo uno Stato giusto sia legittimato a chiedere sacrifici e che solo l’in­telligente collaborazione di tutti sia la strada all’efficienza».

La sua candidatura può essere letta, in qualche modo, come una replica sull’altro fronte alla scesa in campo di Berlusconi?

«In nessun modo. A parte il fatto che mi è stato chiesto di candidarmi prima dell’annuncio della famosa scesa in campo, sarei al­quanto sprovveduto se pensassi di replicare con un ufficio di 220 metri quadri e una dozzina di vo­lontari a chi possiede tutte le tele­visioni private italiane, giornali e una potente organizzazione di raccolta pubblicitaria. Potrei dirle che il solo fatto di istituire il para­gone significa che si considerano forti le mie idee ed efficace la mia capacita di comunicarle. In un modo che, francamente, mi risul­ta sproporzionatamente lusin­ghiero..

Anche lei condivide i timori di molti per la possibile vittoria di una destra che porterebbe nel­l’area dl governo gli eredi del fascismo?

«Credo che gli eredi del venten­nio nero, se non altro per ragioni anagrafiche, siano un patetico drappello. Invece non si può non constatare che si sta manifestan­do in Europa la risorgenza di una destra variegata. E non sono solo gli aspetti più violenti ed esecra­bili a preoccuparmi».

Da Imprenditore a Imprenditore: cosa pensa del programma di Berlusconi e dei suoi che promettono meno tasse, meno Stato, lavoro e miracoli por tutti?

«Mi ha molto impressionato il fa­moso discorso della scesa in campo. Come è possibile suppor­re che gli italiani credano ancora a Gesù bambino, credano cioè che nella letterina di Natale si può chiedere tutto e sperare di trovarlo la mattina dopo ai piedi del letto? Si, le promesse di Berlu­sconi verranno mantenute, solo che verranno mantenute per al­cuni e faranno stare peggio tutti gli altri»

Qual è, a suo giudizio, l’obiettivo che il Cavaliere vuole centrare miscelando populismo e appelli alla crociata contro il fantasma del comunismo?

«A costo di sembrare riduttivo, credo che il primo obiettivo di Sua Emittenza sia quello di man­tenere la posizione monopolisti­ca che le amicizie politiche gli hanno procurato. L’altra sera a Mixer, alla domanda di Minoli sulla regolamentazione del mon­do televisivo che Berlusconi vor­rebbe avere se prendesse il go­verno, abbiamo sentito solo ri­sposte evasive e qualche inquie­tante ammissione».

La posta in gioco in queste ele­zioni è grossa, e tuttavia non so­no molti, perlomeno a Torino, gli esponenti della società civile che hanno deciso di mettersi in pista. Perché?

«Penso che dipenda proprio da questa situazione di transizione, data da un sistema elettorale che appare chiaramente incompleto in alcune sue parti (ad esempio, l’introduzione di primarie correttamente regolate) e inadeguato a offrirci la scelta della formazione che si candida a governare. C’è il dubbio, cui non si può negare ra­gionevolezza, che da parlamen­tare si possa incidere meno sulla vita economica e sui cambia­menti culturali che non mante­nendo i propri impegni e la pro­pria professione».

Che messaggio pensa sia più importante trasmettere agli elettori del suo collegio torine­se, dove si troverà di fronte, fra gli altri, il leader leghista Gipo Farassino?

«Quello che ho fatto da imprendi­tore, le cose che ho costruito, le cose che ho visto. L’aver avuto il privilegio di essere inserito in mo­do attivo, e a volte da protagoni­sta, in rapporti internazionali, dal Brasile a Singapore, dagli Stati Uniti alla Russia. Penso siano competenze che agli elettori, a tutti gli elettori, interessa siano messe al servizio della collettività. Infatti, se verrò eletto, sarò anche e in primo luogo il senatore di To­rino. Credo di avere sul terziario avanzato opinioni, orizzonti e prospettive un po’ diversi dal moderatamente noto chansonnier che la Lega mi ha opposto».

Vuol rivelarci l’identità del suo candidato ideale alla presidenza del Consiglio del ministri?

«Se il presidente Scalfaro vorrà in­dicare Carlo Azeglio Ciampi, ne sarò particolarmente soddisfatto».

Ha chiesto un parere a suo fratello Carlo prima di candidarsi?

«No, perchè sapevo che era con­trario. Affettuosamente contrario, da fratello, temendo per me il rischio di essere deluso. Quando gli ho comunicato la mia decisio­ne, però, si è rallegrato: a mio fratello piacciono le persone che si impegnano».

La prima telefonata dal suoi col­leghi imprenditori è stata di in­coraggiamento?

«Si, la prima l’ho ricevuta da un importante operatore finanziario. Mi ha detto: sarebbe proprio be­ne che tante persone come te si candidassero con i progressisti».

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