E adesso i nodi del Giappone vengono al pettine

ottobre 1, 1992


Pubblicato In: Varie


I prezzi delle azioni scesi del 60 per cento (dal 1989), i valori dei terreni crollati di un terzo, la produzione industriale caduta del 4,6 per cento nel primo quadrimestre (e dell’8,7 per cento in maggio), i profitti delle società in calo del 22,5 per cento nel primo semestre: si è rotto qualcosa nella meravigliosa macchina giapponese? E’ abbastanza chiaro che cosa è successo e perché: alla fine degli anni ’80, a causa del suo enorme avanzo commerciale, il Giappone si trovò oggetto di irresistibili pressioni da parte della comunità internazionale per ridurlo aumentando la domanda interna. Abbassò quindi i tassi di interesse per stimolare l’economia ed incrementare le importazioni.

Sospinti dai bassi interessi e dalle prospettive di utili in un mercato in espansione, i valori delle azioni crebbero, si offrì alle industrie la opportunità di approvvigionarsi di capitale a costi bassissimi, specie mediante emissioni di obbligazioni convertibili a interessi irrisori. Secondo la tipica mentalità giapponese, per cui la conquista di quote di rnercato è più importante degli utili, le aziende manifatturiere, vere artefici dell’irresistibile espansione giapponese degli anni ’80, usarono i danari dei loro investitori per un vastissimo programma di investimenti. La disoccupazione praticamente inesistente, anzi le crescenti difficoltà delle imprese giapponesi a soddisfare le proprie esigenze di manodopera, aumentarono la propensione delle famiglie a spendere soprattutto per acquistare beni di consumo durevoli. Quando nel 1989 timori inflazionistici indussero la Bank of Japan ad aumentare i tassi, la bolla scoppiò: il Nikkei incominciò a scendere, soprattutto scesero i prezzi dei terreni, cioè i valori dei beni dati a garanzie dei prestiti. Le banche si trovarono non più in regola con i ratio dei loro impieghi. Quando’ tutto ciò incominciò a riflettersi sulla domanda interna, i conti non tornarono più, tra l’aumentato costo finanziario degli investimenti e la domanda diminuita, mentre corrono gli ammortamenti. Come sovente accade, anche in Giappone il danaro facile ebbe un effetto negativo sulla efficienza degli investimenti il cui ritorno è risultato, alla resa dei conti, assai inferiore a quello di corrispondenti investimenti americani. Anche la grande quantità di nuovi prodotti, o di nuovi modelli che abbiamo visto nei nostri negozi e nelle nostre showrooms sono serviti ad aumentare le quote di mercato, creando e occupando nicchie in modo sempre più sofisticato, ma non hanno contribuito in modo significativo agli utili delle aziende. Nonostante tutto le prospettive per il ’92’93 sembrano rose e fiori se paragonate ai guai degli altri (noi non siamo più un riferimento per nessuno): il Pil dovrebbe aumentare nel ’92 del 2 per cento in termini reali, e del 3,8 per cento nel ‘;93; l’inflazione al 2,5 per cento la disoccupazione praticamente inesistente. Soprattutto impressiona la quantità e la potenza degli strumenti che la situazione economica del paese mette a disposizione delle autorità politiche e monetarie per affrontare la crisi, La leva fiscale innanzitutto, dato che il debito pubblico è solo il 7 per cento del Pil (contro il 36 per cento degli Usa) e il surplus di bilancio è 1’1,9 per cento del Pil (contro un deficit Usa del 3,8 per cento). Il governo ha quindi potuto annunciare recentemente un pacchetto di spese pubbliche che (come ha scritto il “Financial Time”) sarebbe sufficiente a finanziare 5 tunnel sotto la Manica e costruire una linea della metropolitana di Londra con il resto. Perché allora queste preoccupazioni, che sono in Giappone ancora più vive che da noi? Perché non pensare che il Giappone ripeta il miracolo degli anni ’85’87 quando le aziende riuscirono a compensare uno yen apprezzatosi di quasi il 100 per cento rispetto al dollaro con aumenti di produttività e taglio dei costi? Il fatto è che l’operazione necessaria non è una ristrutturazione dei costi ma un riaggiustamento del ruolo privilegiato di cui hanno goduto le industrie manifatturiere. Nelle parole di Akio Morita, presidente della Sony e del Keidanren (la Confindustria nipponica):
«Questa recessione non farà che accelerare il processo di ristrutturazione ormai necessario. Dobbiamo ripensare la nostra filosofia su due livelli: ridurre gradualmente le ore di lavoro e offrire una giusta retribuzione in termini di salari e di dividendi. Dobbiamo anche ripensare il nostro concetto di concorrenza».
Questa recessione ha colpito i tre motori dell’economia giapponese: l’elettronica di consumo, i prodotti per ufficio e le automobili. Ora le industrie stanno tagliando i costi (e cercano di ridurre gli stocks). Ci vorrà del tempo prima che le industrie riorientino i propri obbiettivi: da produrre oggetti a basso prezzo e di alta qualità, a produrne altri di maggior costo e con maggiore valore aggiunto. L’intero sistema distributivo giapponese, nonché quello produttivo basato sul decentramento a più livelli delle subforniture, non è strutturato per questi obbiettivi. E il successo, la crescita, il passare delle generazioni ha probabilmente selezionato anche nelle strutture delle aziende giapponesi una burocrazia manageriale meno elastica. Ma ci sono nodi ancora più difficili da sciogliere: la politica fondiaria, l’importazione del riso, la politica fiscale, la deregolamentazione dei mercati. E la leadership politica che sembra non essere all’altezza di questi problemi. Il primo ministro è stato espresso da. capi delle due principali correnti del partito di maggioranza: nor gli vengono riconosciute l’autorevolezza e la capacità di coordinamento necessarie per fa fronte ai problemi economici La sua forza sembra essere quel la che non c’è nessun candidati che possa rimpiazzarlo. Il partito socialdemocratico è stato protagonista di due scandali giganteschi che non hanno dato luogo ai significativi e definiti cambiamenti che la gente reclamava. Si discute di una nuova legge elettorale, e si ipotizza la nascita di un nuovo partito ce non c’è.
Toh! Ma non stavamo parlando del Giappone?

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