Due fedi in Dio e nell’uomo

settembre 15, 1993


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


“Per ogni cosa c’è una stagione e un tempo per ogni scopo sotto il cielo: un tempo per la guerra e un tempo per la pace.” E’ stato l’ebreo Rabin a citare il Kohelet, a usare toni religiosi per invocare la pace, a chiedere di suggellare con la preghiera il suo discorso. Clinton ha richiamato i valori delle scritture, la Torah, il Corano e la Bibbia, per esortare a lasciarsi alle spalle i vecchi rancori e ha chiesto l’aiuto dell’onnipotente per il lavoro da compiere.

Dio compare solo all’inizio, quasi tributo alla ritualità di una formula, nel discorso di Arafat. Colpiva ieri il contrasto tra la commozione nella voce di Rabin e l’enfasi declamatoria con cui Arafat scandiva le sue parole, contrasto non solo tra stili oratori. Le parole di Rabin ricordano le sofferenze di un popolo “che non ha conosciuto un solo anno, un solo mese in cui le madri non abbiano pianto i figli”; le parole di Arafat chiedono autodeterminazione e soluzione complessiva, sviluppo e partecipazione internazionale. Rabin, citando le parole di Geova, rievoca l’alleanza promessa al popolo eletto; Arafat, citando le risoluzioni dell’ONU, ricorda le parole e le promesse degli uomini per la sua gente.
La memoria della storia incrinava la voce di Rabin, la realtà non solo di questi ultimi cinquant’anni di guerre continue e di quotidiani lutti, ma di 2000 anni di persecuzioni, di re cristianissimi e dittatori atei, pogrom e conversioni forzate, quello per cui qualcuno ha perfino dubitato che il patto fosse stato spezzato e rotta l’alleanza. Per Arafat le sofferenze del passato sono garanzia del futuro, premessa di obbiettivi di crescita e di sviluppo economico. “Amen” recita l’uno; “grazie” ribadisce tre volte l’altro.
In quelle terre, le ragioni della politica e gli egoismi dell’economia hanno sfruttato non solo le sofferenze dei popoli, ma anche le loro fedi religiose: li hanno armati di strumenti di guerra e di fanatismo ascetico. Nei discorsi di ieri si chiede alle fedi religiose di fornire l’eredità storica da cui ripartire, alla politica la prospettiva futura per cui ricostruire. Di fronte alle innumerevoli difficoltà che il processo di pace avviato ieri dovrà incontrare, agli infiniti ostacoli che dovrà superare, sola speranza è che si siano ritrovati ad un tempo il fondamento etico della religione e l’obbiettivo etico della politica.

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