Discorso serio a gente faceta

ottobre 22, 2017


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di Palmiro Togliatti

Qualcuno mi ha detto che a Guglielmo Giannini, per l’ipotesi di collaborazione ch’egli ha avanzato tra il movimento da lui diretto e il Partito comunista, non vale la pena di rispondere, perché l’ipotesi non è seria, perché viene avanzata soltanto a scopo di propaganda, perché il qualunquismo è movimento qualificatamente reazionario e di tipo fascista, perché si tratta d’un commediografo e non d’un uomo politico e via dicendo. Non mi è parso, però, che tutti questi argomenti, e tutti gli altri che ancora si potrebbero scoprire, siano pertinenti. Il periodo che viviamo è di grave sconvolgimento sociale, politico, morale. Volere pretendere che in un periodo simile tutto si svolga, nel campo della politica, e soprattutto per quanto riguarda gli schieramenti delle masse lavoratrici e dei disorientati ceti medi, in modo regolare, secondo le norme prestabilite, senza scarti, senza che si producano fenomeni impreveduti, paradossali, e persino grotteschi? E soprattutto, volete pretendere che in un periodo simile i movimenti politici di rilievo si producano allo stato puro, tutti di natura omogenea, tutti reazionari o tutti progressivi, dal capo alla coda, secondo la qualifica che voi loro avrete data o secondo la natura del gruppo che prevale alla loro sommità? Avrete preteso l’impossibile e finirete come i poveri liberali, abilissimi nell’acchiappare le idee eterne nella rete come si acchiappano le farfallette nei prati, e incapaci di comprendere un’acca della realtà.

Il movimento dell’«Uomo qualunque», a parte le sue formule politiche generali, a cui pure dedicheremo qualche parola, si è presentato sin dall’inizio, per quello che riguarda la sua dilezione, come una corrente conseguentemente antidemocratica e soprattutto conseguentemente anticomunista. Antidemocratico è stato sinora l’U.Q. perché in modo conseguente si è sforzato di screditare quel poco di democrazia che dopo il crollo del fascismo eravamo riusciti a riconquistarci. Come se anche noi non lo avessimo saputo (l’avena capito persino Cattani, ch’è tutto dire!), che il governo a sei era una democrazia molto limitata, e discutibile, e condizionata! Era però la strada per cui obbligatoriamente dovevasi passare, non essendoci altra alternativa che il disordine generale e la perdita dall’indipendenza. Antidemocratico è stato ed è l’U.Q. perché là dove conta qualcosa, — in Puglia, per esempio, — alla sua testa si trovano uomini e gruppi nettamente reazionari, nemici del benessere dei lavoratori, nemici del progresso delle loro stesse regioni, legati a forme arretrate di organizzazione sociale e di governo, e perché la stessa cosa tende a prodursi un po’ dappertutto, a Napoli coi capi della camorra (che nessuno vorrà pretendere essere forza progressiva), in Sicilia coi latifondisti, a Roma con l’ala più reazionaria della Curia romana, ecc. ecc, Più ancora che antidemocratico, però, l’U.Q. è stato sinora anticomunista, per le vane campagne di calunnia condotte contro di noi, e poi, soprattutto, perché su questa strada lo hanno spinto quei gruppi reazionari di cui sopra, e gli ex-fascistii ancora fascisti che affollano i suoi quadri,

Ma il movimento dell’U.Q. è lungi dall’essere cosa omogenea, e a renderlo eterogeneo hanno contribuito non poco le stesse sue campagne antidemocratiche, per alimentar le quali la direzione del movimento ha favorito, sollecitato, incorporato, ogni sorta di malcontento e di malcontenti. In queste condizioni, il fatto che il dirigente dell’UQ presenti all’opinione pubblica, seriamente, una ipotesi di collaborazione con i comunisti, è cosa che grandemente ci deve interessare, se non altro perché significa che per lo meno una parte di coloro che si raccolgono in questo movimento e attorno ad esso non sono anticomunisti, o almeno, se lo sono stati, l’esperienza sta loro facendo cambiare opinione e posizione nei nostri confronti. E siccome noi pensiamo che l’anticomunismo è forse il nemico principale, nell’ora presente, della nostra democrazia, commetteremmo un ben grave errore se non ci comportassimo in modo da favorire, da accelerare, da estendere questa resipiscenza.

Bisogna, per questo, discutere punto per punto il programma dell’U.Q.? Non credo servirebbe molto. Forse servirebbe solo ad accrescere la confusione. Prendete, ad esempio, la formula dello Stato amministrativo. Che cosa può mai significare questa formula? Presa alla lettera e interpretata scientificamente, questa formula è comunista pura. Uno e Stato amministrativo non è altro che quel «governo delle cose», di cui parlarono alcuni dei classici del marxismo come del termine a cui tende la trasformazione socialista della società. Ma se per amministrazione si intende l’attuale sistema dei funzionari dello Stato italiano, dai prefetti ai marescialli dei carabinieri, allora è un disastro! I prefetti di oggi saranno gran brave persone, ma di regola sono inferiori alla media come capacità mentali, e i funzionari bravi e intelligenti o muoiono di fame, o sono oppressi dai metodi arretrati, preistorici, che prevalgono nella nostra burocrazia, oppure sono soffocati dalla diffidenza del pubblico. Progresso vi sarà soltanto quando avremo, in questo campo, sfrondato, svecchiato, reso spedita e intelligente ogni cosa. Ma questo deve essere opera di un regime democratico, cioè opera di una direzione politica nuova, capace, moderna, progressiva.

Si torna quindi, volere o no, alla politica. Noi abbiamo esposto un programma e ad esso teniamo fede. Giannini dice che siamo la tendenza totalitaria: cioè imposta la sua ipotesi di collaborazione con noi su un argomento «qualunquista», su un travisamento della verità. Lo dimostri, quel che crede che noi siamo, e non con gli argomenti del «Risorgimento (liberale)». Dimostri alla gente che vive del proprio lavoro, che è onesta e sincera e non vuol più cadere negli errori e negli orrori del passato, che le nostre proposte di riforma agraria, per esempio, per dare terrà e benessere ai coltivatori; o di nazionalizzazione dell’industria elettrica, per impedire che un pugno di pescicani ci faccia stare al buio; o di trattative dirette con la Iugoslavia, per impedire che qualcuno ci trascini ancora una volta in guerra per conto di altri, sono sbagliate. Noi siamo qui per discutere, per trovare assieme con tutti gli altri italiani le soluzioni che sono nell’interesse di tutti. Il nostro obiettivo supremo è l’unità della nazione italiana democraticamente rinnovata, liberata dalla tirannide aperta o mascherata dei plutocrati, dei latifondisti, degli intriganti, degli affaristi, degli speculatori, di tutti coloro che mettono l’interesse loro egoistico al di sopra dell’interesse generale.

Se attraverso una discussione onesta e leale avverrà che molti odierni seguaci dell’U.Q. si convinceranno che noi comunisti, che mai ci siamo creduti e mai ci crederemo infallibili, lavoriamo e lottiamo sinceramente e con tenacia per l’interesse dei lavoratori e per il bene del Paese, ebbene, sarà tanto di guadagnato. Avremo per lo meno impedito che, nell’interesse dei soliti nemici della Nazione italiana e del suo progresso, della gente in buona fede venga ancora una volta trascinata a occhi chiusi in una via che potrebbe esser quella della sua rovina e della rovina di tutti.

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