Da Bankitalia al caso Unipol le colpe presunte dei Ds

gennaio 7, 2006


Pubblicato In: Giornali, La Repubblica

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Caro direttore, per scongiurare il rischio che la vicenda Unipol-Bnl pregiudichi le nostre chance alle elezioni politiche, lei sembra suggerire la tattica di non rintuzzare gli attacchi, e di attestarsi su terreno sicuro. Un taglio netto e ricominciare daccapo.

Non sono di questo avviso. Mancanza di trasparenza è tanto il nascondere le colpe che si hanno, quanto accettare per buone quelle pretestuose. Sacrificare senza ragione una classe dirigente sarebbe un´ingiustizia che peserebbe per anni e anni sul centrosinistra futuro. I Ds non sono una macchina da voti, sono una forza essenziale del riformismo italiano: senza il riformismo Ds non si vincono le elezioni e, quand´anche si vincessero, non si governa il Paese.
L´operazione Unipol-Bnl ha avuto l´approvazione di Antitrust, Isvap, Consob. Quest´ultima non avrebbe chiesto una correzione del prezzo per un´operazione parte di un “concerto para-criminale”. Se una Bankitalia oggi ultraconservativa negasse l´approvazione finale, sarebbe per un giudizio sui ratio patrimoniali, non sulla correttezza.
Consorte è stato sfiduciato dagli azionisti di Unipol: la presunta “afasia” di Fassino consisterebbe nel non essersi sostituito agli azionisti, nel non avere anticipato la magistratura, o perché “non poteva non sapere”?
Il “capitalismo a propria immagine e somiglianza” che, secondo lei, la dirigenza Ds avrebbe voluto creare, sarebbe forse quello senese, che D´Alema sarcasticamente definisce feudale? A Botteghe Oscure c´era forse una “Mc Kinsey che non parla inglese” ad indirizzare la “cinghia di trasmissione” che ha consentito alle cooperative di conquistarsi i primi posti nelle costruzioni, nella distribuzione, nelle assicurazioni?
Non la pensano così i tanti che, pur non di sinistra, alla sinistra guardano, e dalla sinistra attendono le riforme di modernizzazione del Paese, per “abbassare le mura e allargare le porte” – secondo l´espressione di Pietro Ichino – del fortino eretto a protezione delle rendite, delle posizioni di comodo, degli intrecci di interessi tra industrie, banche, informazione. Ingenuo certo contrapporre un piccolo fortino a una città fortificata, pensare che basti l´iniziativa di qualche “capitano coraggioso” verso noccioli duri imbelli, o di un´impresa finanziaria verso un sistema del credito, da Fazio per anni, e nel generale consenso, schermato dalla concorrenza. Ma dietro questi progetti c´è anche il diritto alla libertà di impresa, e garantirlo è un dovere politico. Per le riforme di cui ha bisogno il Paese bisogna modificare le regole su cui poggiano le mura del fortino. È per questo che ho sempre sostenuto che la riforma di Bankitalia fosse più importante della caccia all´omino nero. “Afasia nel giudizio sul Governatore”? Ma se i Ds sono l´unico partito ad avere votato ad ogni passaggio parlamentare per una riforma di Bankitalia incisiva (alla Spaventa, per intenderci). Per ottenerla, dopo gli scandali Cirio e Parmalat, i Ds arrivarono a votare insieme alla maggioranza. Non era invece certo ds chi lo denunciò, all´Assemblea del 31 maggio 2004, come attacco della politica contro l´Istituto, non lo erano quelli che lo applaudirono unanimi e convinti.
Di fronte a un´opinione pubblica ubriacata da rivelazioni, è forte la tentazione di buttar via tutto pur di uscire dal bunker. Ma chi ha cacciato i Ds nel bunker? Lasciamo da parte giornali e magistratura, pensiamo solo a chi sta nel centrosinistra. A chi ha sollevato una “questione morale”, sapendo di giocare su una sensibilità prepolitica che va contrastata e non eccitata. A chi cede alla nostalgia di una diversità che si diceva morale, ma era politica, e che grazie a Dio appartiene al passato. A chi, all´interno del partito, ha colto l´occasione per contare di più negli organismi dirigenti, e, all´interno della coalizione, per contare di più nelle liste.
Ma soprattutto, caro direttore, c´è un dato di fondo che bisogna avere il coraggio di mettere in chiaro. C´è in una parte del mondo bancario e industriale italiano, c´è in una parte del centro-sinistra, la voglia di regolare un conto preventivo con ciò che viene considerato diretta continuazione della tradizione veterocomunista nei Ds. Per questo si mira a D´Alema e Unipol «omologati» a Fiorani e Ricucci. È a questo che bisogna dire di no, non per dovere di militanza politica, né perché altrimenti si perdono le elezioni: ma semplicemente perché è falso: non solo che D´Alema e Unipol siano “omologabili” a Fiorani e Ricucci, ma che i Ds siano ancora veterocomunisti. A ben vedere, da questo punto di vista lo sono di più i senesi col loro Montepaschi e chi li addita come modello di convento buono per il solo priore che lo controlla.
Per l´estensione dei consensi imprenditoriali, bancari ed editoriali che raccoglie, questo regolamento di conti preventivi va analizzato per quello che è. La logica del «tutti uniti contro Berlusconi» ci ha impedito, in questi anni, di farlo venire alla luce come si doveva. Farlo ora, a due mesi dal voto, attraverso i pm e le scomuniche moralizzatrici, è peggio di un crimine: è un errore politico.

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