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Costituzione, i rischi del referendum

Pubblicato il 08/12/2005 @ 11:11 in Giornali,Panorama


Invece di bloccare la riforma, perché non pensare di modificarla?

Un difficile percorso a ostacoli, dall’esito tutt’altro che scontato: parlo del referendum sulla riforma costituzionale che il centrosinistra baldanzosamente si avvia a promuovere. Mettiamo le cose in chiaro: ragioni per bocciare (parte di) questa costituzione ce ne sono eccome (oltre a quella dei duri e puri, per cui la Costituzione nata dalla Resistenza non si cambia, punto: come se non ci fossero state le Commissioni Bozzi, Iotti-De Mita, bicamerale, riforma del Titolo V): è comunicarle in un referendum che può diventare un trabocchetto.

La riforma riguarda tre istituzioni -governo, regioni, Parlamento- e propone tre novità: premierato, devoluzione, Senato federale.
Primo
: premierato. E’ nelle tesi dell’Ulivo dal 1996; le norme anti-ribaltone stanno in autorevoli proposte anche di questa legislatura. Le obbiezioni riguardano i poteri del capo dello Stato nello scioglimento del Parlamento, se semplice notaio o decisore ultimo. Riguardano le norme antiribaltone, talmente rigide da rendere il premier ricattabile da componenti minori della coalizione; la norma per cui si torna a votare se la mozione di sfiducia è respinta col voto determinante dell’opposizione è un grimaldello che può scardinare la stabilità del governo. Sacrosanto: ma va a spiegare le differenze in un dibattito.

Secondo: devoluzione. Dal varo delle regioni nel 1970 all’introduzione del federalismo con la riforma del Titolo V, un tema della sinistra: masochistico regalarlo alla destra. Il nuovo testo corregge in modo sensato le incongruenze della nostra riforma del 2001, perfino restituendo allo Stato competenze di interesse nazionale. Certo che si può far di meglio: di nuovo, vallo a spiegare senza contraddirsi e senza mentire.

Terzo: Senato federale. Il groviglio tra Camera, Senato, regioni, Conferenza Stato-regioni, Comitato paritetico, capo dello Stato condannerebbe il Parlamento all’impotenza, è indigeribile perfino per chi l’ha scritto. Ma pensiamo sempre a un dibattito in TV. Il centrodestra vanta di avere eliminato il ping pong delle leggi tra Camera e Senato, ridotto il numero dei parlamentari, istituito il raccordo tra Stato e regioni. Il centrosinistra oppone le sue ragioni sacrosante. “Sono questioni tecniche, vi paghiamo per risolverle, non chiedeteci di levarvi le castagne dal fuoco”. Non ci ricorda nulla? Sono passati pochi mesi.

Se poi il centrosinistra uscisse indenne da questi trabocchetti, dovrebbe riscrivere un testo. Con la grande ricchezza di opinioni che può mettere in campo, sarebbe un secondo percorso di guerra.
E se ricorressimo all’articolo 138 e invece di abrogare e riscrivere, ci mettessimo, con diligenza e senza fanfare, a modificare una per una le parti che non vanno? Anche per cercare di avere i voti del centrodestra, già che siamo proprio noi a sostenere che per cambiare ci vuole il consenso di tutti. Incominciando, s’intende, da tutti noi.

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