Corrotti da se stessi

marzo 13, 1993


Pubblicato In: Giornali, La Stampa


È possibile essere corrotti col proprio denaro? E’ possibile che un manager corrompa il proprio azionista?
Sembra assurdo, ma è, ridotta ai minimi termini, la situazione che emerge dagli scandali che stanno coinvolgendo Nuovo Pignone ed Eni. Una società, per vedersi assegnare un lavoro dall’amministrazione dello Stato, paga una tangente non con i soldi di un terzo privato, ma con gli stessi soldi dello Stato: lo sdoppiamento dei ruoli e degli interessi tra Stato e partiti risulta qui particolarmente evidente; rubare per il partito risulta, come è, ancora più grave che rubare per sé. Ma il fatto si presta a considerazioni più vaste sul ruolo che le partecipazioni statali hanno avuto nel determinare la presente situazione.

L’intervento dello Stato in economia attraverso imprese direttamente possedute e gestite veniva giustificato dalla necessità di realizzare grandi infrastrutture, a ritorno economico troppo differito per potere interessare il capitale privato, e dalla necessità di rompere situazioni di monopolio. Quanto al primo obiettivo, le considerazioni sui risultati raggiunti e sui costi sostenuti fanno parte di un altro discorso. Quanto al secondo, da tempo era facile constatare come il risultato conseguito fosse esattamente opposto: ogni settore in cui opera un’azienda di Stato è per definizione sottratto all’iniziativa ed alla concorrenza; non solo, ma il pregiudizio dell’amministrazione pubblica a favore dell’impresa di Stato riproduce proprio la situazione di monopolio che si voleva evitare.
L’eliminazione di concorrenza sul mercato, il costituirsi di blocchi oligopolistici che distorcono la libera competizione è il brodo di coltura che ha permesso. Tangentopoli: la presenza di un settore pubblico così ampio già di per sé ne ha favorito il formarsi.
Lo scandalo che travolge il vertice Eni dimostra che la privatizzazione surrettizia delle imprese statali – i partiti azionisti «privati» delle imprese – ottiene in modo perverso quella concorrenza tra pubblico e privato che era una delle ragioni d’essere delle partecipazioni statali: le aziende pubbliche diventano concorrenziali con quelle private non solo per i prodotti ed i servizi forniti, ma anche per i «vantaggi» che possono portare ai partiti. Come in una malattia autoimmunitaria, gli stessi meccanismi che avrebbero dovuto rompere le situazioni di monopolio vengono piegati per conseguire la saldatura dei monopoli; gli organi concepiti per essere agenti immunitari diventano portatori e diffusori del virus.
Il fatto che a corrompere fossero anche le imprese pubbliche ha ridotto la capacità (dato e non concesso che ci fosse la volontà) delle imprese private di opporsi al sistema e di resistere alle richieste. Di qui a supporre che le imprese pubbliche siano state deliberatamente usate per rendere uniformi e generalizzate le pratiche tangentizie il passo è breve e forse non azzardato. Proprio il fatto che le partecipazioni statali si siano sviluppate particolarmente nell’area delle grandi infrastrutture, quelle cioè in cui lo Stato appare come grande committente, le rende particolarmente adatte a svolgere questo ruolo di «regolamentare» dei mercati e di imporvi l’osservanza delle leggi non scritte imposte dalla spartizione partitocratica.
E’ stato più volte ricordato che la causa prima del disastro che giorno dopo giorno si sta rivelando ai nostri occhi, sta nella occupazione partitica di ogni aspetto della vita economica del Paese. Questo blocco già poteva controllare l’erogazione del credito; la concessione di cassa integrazione, incentivi alla ricerca ed agli investimenti; i flussi di commesse ed appalti. Poter disporre con le imprese pubbliche (che occupano il 50% dell’economia), di un braccio secolare, sia per procurarsi finanziamenti che per costituire un’alternativa in «concorrenza» con l’imprenditoria privata è stato un tassello essenziale per rendere globale e più difficilmente resistibile il potere del regime. Sicché forse nessuno che abbia gestito imprese che avessero qualche rapporto con la pubblica amministrazione è riuscito a rimanere indenne. Questo insieme di poteri poteva, ed in alcuni casi visibilmente ha operato in modo unitario: opporvisi caso per caso e settore per settore era estremamente difficile.
Val forse la pena ricordare i passaggi attraverso i quali questo blocco ha potuto realizzarsi: occupare tutti i posti chiave; dequalificare la pubblica amministrazione e ridurne l’autonoma capacità decisionale; intimidire la magistratura col referendum e depotenziare il suo organo di autogoverno; controllare i media televisivi di Stato e garantirsi l’appoggio di quelli di nuova creazione. Le riforme istituzionali avrebbero poi dovuto rendere inattaccabile il sistema di potere e perpetuarlo.
La ovvia constatazione che a questo blocco mancasse la sanzione della compattezza formale lascia come unica alternativa il considerarlo un malaugurato portato della storia, di cui tutti siamo responsabili e nessuno colpevole?

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