Conviene privatizzare i servizi pubblici?

luglio 1, 1994


Pubblicato In: Varie


La rivoluzione nei servizi offerti dal­la pubblica amministrazione: que­sto dovrebbe essere il tema cen­trale del programma politico dell’opposizione, così come lo è nell’Ame­rica di Clinton nelle laburiste Australia e Nuova Zelanda, nella patria della so­cialdemocrazia, la Svezia. Anche dall’i­niziativa che l’opposizione saprà pren­dere, dalla qualità delle risposte che sa­prà dare dipenderà se essa potrà risulta­re vincente al prossimo confronto elettorale, o se conoscerà la sorte del laburi­smo inglese, alla sua quarta sconfitta con­secutiva.

L’idea alla base delle socialdemocrazie è stata l’intervento dell’amministrazio­ne centrale nell’ovviare alle manchevo­lezze dell’economia capitalista. In mol­ti settori, il diritto, l’ordine pubblico, la difesa, la protezione dell’ambiente, la re­golazione dei mercati e della concorren­za, l’intervento dello Stato appare sem­pre più necessario ed insostituibile. In al­tri settori, la scuola, la salute, la sicurez­za sociale, la casa, l’intervento dello Sta­to ha consentito di estendere a tutti l’ac­cesso ad una serie di diritti fondamenta­li.

Adesso si tratta di rendersi conto dei mu­tamenti intervenuti: nella società, a se­guito dell’aumentato tenore di vita medio; nel mercato, che è diventato l’espe­ranto del mondo; all’interno stesso del­le organizzazioni industriali, nei metodi di gestione che hanno conosciuto la ri­voluzione informatica e la rivoluzione della qualità. 11 consumatore oggi si è abi­tuato a poter acquistare beni di maggio­re valore intrinseco, a potere scegliere, ad avere diritto alla qualità di ciò che ac­quista: e il cittadino pretende le stesse co­se per i servizi forniti alla collettività. li problema si è spostato dal diritto di ave­te certi servizi, alla qualità dei servizi for­niti.

La privatizzazione dei servizi pubblici, di cui confusamente si è molto parlato in campagna elettorale, può non fornire una risposta adeguata a questa esigenza, an­zi presenta molti pericoli ed inconve­nienti. Se troppi utenti lasciano il servizio sanitario nazionale in cambia di un’as­sicurazione privata, il servizio pubblico finirà per fornire un servizio di seconda classe ai cittadini che non se ne possono permettere uno migliore, senza per que­sto costare di meno.

Se i corsi di riqualificazione dei dipen­denti sono lasciati alle singole aziende, queste tenderanno a fare il minimo pos­sibile, nel timore che i lavoratori riqualificati vengano assunti da imprese con­correnti.. In assenza di elementi di giudi­zio imparziale, i genitori che debbano scegliere la scuola per i loro figli devo­no sopportare il costo di acquisire infor­mazioni ed il rischio che queste siano inaccurate (quelli che gli economisti chia­mano i costi di transazione).

C’è la possibilità che si formino, corret­tamente o meno, situazioni di monopo­lio, a danno degli utenti. La concorren­za può portare alla incapacità di fornito­ri di far fronte ai loro impegni, recando pregiudizio ai loro utenti senza loro col­pa; né allo Stato può essere accollato so­lo l’onere di essere il fornitore di ultima istanza.

C’è dunque uno spazio grandissimo aper­to per un progetto che assicuri a tutti ugua­li diritti di accesso, che scoraggi la scelta di servizi alternativi che minerebbero la coesione sociale, che estenda a colo­ro che non possono permettersi un servizio privato la stessa ampiezza di scel­ta nei servizi essenziali, che fornisca le informazioni per poter scegliete, che controlli gli standard di servizio.

Perché una sinistra moderna colga l’oc­casione di riempire questo spazio pro­gettuale, è necessario però che essa ade­risca senza riserve a tre assunti fonda­mentali: che il settore dei servizi pubblici non è fine a se stesso, ma si giustifica per le necessità che il mercato da solo non riesce a soddisfare che i meccanismi concorrenziali sono la chiave per ottenere efficienza ed effi­cacia, nel settore pubblico come in quello privato che lo Stato serve per offrire un mag­giore ventaglio di scelte ai cittadini, non per scegliere al posto loro.

Prima di tutto bisognerà decidere in qua­li settori si giustifica un intervento dello Stato. Lo Stato deve essere visto come quello che, con i soldi dei contribuenti, acquista beni e servizi dal settore pub­blico come da quello privato in concorrenza tra loro, offrendo agli utenti la possibilità di scegliere e garantendo la qualità del prodotto offerto.

Una volta imboccata questa strada, sarà necessario che ai dirigenti dei servizi pubblici vengano dati (o richiesti?) gli stessi strumenti manageriali che hanno i dirigenti privati: processi decisionali decentrati, obiettivi e budget, la possibilità di dimensionale le proprie strutture alle risposte del mercato, compresa quella di acquistare ser­vizi all’esterno ove più conveniente. Naturalmente questo obbligherà a rive­dere  completamente il rapporto con le or­ganizzazioni sindacali: chi acquista vuole avere il massimo in cambio di quanto spende, e normalmente poco si cura del­le relazioni industriali praticate dal forni­tore. Alla fine questo approccio risulterà nel vantaggio stesso dei dipendenti pub­blici: la ribellione contro una pressione fi­scale necessaria per mantenere in vita ser­vizi pubblici di qualità insoddisfacente po­trebbe diventare irresistibile.

La frontiera dello Stato sociale si è spo­stata, dal fornire a tutti un servizio mini­mo, a quella di fornire a tutti le possibilità di scelta oggi disponibili solo alle classi più abbienti: non era in fondo questo l’o­biettivo che si proponevano le socialdemocrazie fin dal loro sorgere?

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